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Milano investe poco e spende male: i risultati in uno studio riservato

L'analisi del bilancio del Comune realizzata dal professore della Cattolica Paolo Gualtieri: efficienza con poca visione

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Guido Fontanelli

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Il 6 e il 7 febbraio si terranno a Milano le primarie per la scelta del candidato sindaco del Pd, in vista delle elezioni che si svolgeranno in primavera. Favorito è Giuseppe Sala, che per ora non brilla per originalità del programma: creare opportunità, cura degli anziani e dei giovani, dei bambini, della trasparenza e come punto forte la riapertura dei Navigli... Eppure di cose da dire ne avrebbe molte, visto che il Comune di Milano, anche se è uno dei più efficienti tra le città italiane, potrebbe essere gestito molto meglio.

Una prova? Provate a leggere queste frasi: "L’azione dello Sportello è stata traslata da una sfera operativa ad una molto più strategica con la previsione di obiettivi che, oltre al supporto alla famiglia e alle assistenti familiari nella contrattualizzazione, prevedono azioni tese alla governance...". "Nell’ottica della trasversalità si è avviata la riorganizzazione interna che prevede l’attivazione di un servizio sociale professionale comprendente anche il segretariato sociale professionale trasversale...". "La misura punterà a costruire percorsi di inclusione sociale attiva".

Neppure un professore universitario riuscirebbe a scovare in questa nebbia di parole fumose la vera ragione per cui i soldi dei cittadini finiscono nella tasche di alcuni beneficiari e non di altri. E infatti, quando ha esaminato le 300 pagine della relazione sulla gestione del Comune di Milano, anche Paolo Gualtieri, 54 anni, docente di economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano, presidente della Gualtieri e Associati e noto avvocato di grandi banche internazionali e multinazionali, si è reso conto di essersi infilato in un ginepraio senza uscita.

Una pioggia di 400 milioni sulla città
Centinaia di voci, spesso incomprensibili, molte relative a spese di poche decine di migliaia di euro, che fanno scendere sulla città una pioggia di milioni destinati al welfare e alle politiche sociali. Per un totale tutt’altro che marginale: ben 400 milioni di euro nel 2014, su un bilancio complessivo del Comune di circa 3 miliardi, tra tasse, trasferimenti dello Stato e multe (350 milioni).

Gualtieri si è messo a studiare i conti di Milano su richiesta di un potenziale candidato alla poltrona per sapere qual è lo stato di salute della "macchina" comunale secondo un tecnico indipendente, mettendola a confronto con le città di New York, Londra, Parigi e Monaco di Baviera. Chi sia questo "potenziale candidato" Gualtieri non lo rivela neppure sotto tortura: non è difficile però immaginare che un lavoro di questo genere possa essere stato richiesto da un ex manager come Corrado Passera, già ministro con Mario Monti ed ex numero uno di Intesa Sanpaolo, o dallo stesso Giuseppe Sala, commissario dell’Expo.

Un comune solido ma che innova poco
Quel che conta però è il risultato: dietro ad un’immagine di città moderna ed efficiente, reduce dagli splendori dell’Expo, si nasconde un Comune solido da un punto di vista patrimoniale, ma poco orientato all’innovazione e alle nuove tecnologie. Troppi soldi dei cittadini servono a far funzionare l’organizzazione centrale, troppi finanziano la spesa corrente e il welfare, troppo pochi vengono indirizzati verso gli investimenti del futuro.

Rispetto alle altre città prese in esame (pur considerando le dovute differenze di dimensione, ricchezza locale, norme per la gestione dei soldi pubblici) le spese correnti sono di dimensione comparabile ma le funzioni e i servizi prestati ai cittadini sono molti meno come dimostra la circostanza che mentre Milano presenta 113 dipendenti per diecimila abitanti, Parigi ne ha 325 e New York 312.

Trasporti al top delle spese
Nel 2014 in testa alle uscite del Comune di Milano c’erano le spese per trasporti e viabilità  (900 milioni) e al secondo posto la spesa per il personale (600 milioni). Di questi 600 milioni, ben 150 erano destinati alle funzioni generali e di controllo, cioè alla struttura centrale.

E poiché altri 150 se ne sono andati per la polizia locale, sembrerebbe che troppi milioni vengano utilizzati per far funzionare la macchina comunale e pochi per pagare i servizi ai cittadini. "Un’altra anomalia che salta all’occhio" spiega Gualtieri "è lo scarso ammontare degli investimenti di "qualità", un dato che stride con la Milano imprenditoriale". Gli investimenti nel 2014 erano pari a circa 400 milioni, in gran parte destinati alla manutenzione dell’ingente patrimonio immobiliare. "Non si vedono investimenti in tecnologie, in risorse umane, in efficienza dell’organizzazione" sottolinea Gualtieri. "New York, invece, è tutta orientata all’innovazione tecnologica e allo sviluppo di nuovi servizi online per i cittadini".

Aiuti per Haiti
Inoltre, nel capitolo investimenti compaiono a Milano voci che lasciano perplessi: tipo l’acquisto di apparecchi medicali per Haiti. "Ma è giusto" si chiede il professore della Cattolica "che un Comune aiuti un altro Paese con i soldi dei suoi cittadini? Non dovrebbe toccare allo Stato?".
A fronte di investimenti per appena 400 milioni, ci sono gli altrettanti milioni per il welfare, gettati a pioggia tra una miriade di persone singole, organizzazioni, cooperative, secondo criteri poco chiari che si trascinano da amministrazione ad amministrazione. "A New York, Londra o Parigi non c’è una situazione del genere" dice Gualtieri. "Altrove il welfare è a carico dello Stato, non dell’ente locale".

A Milano invece sembrerebbe che questa redistribuzione dei soldi dei contribuenti serva a creare consenso, magari con scarsi risultati pratici. La soluzione in realtà ci sarebbe: coinvolgere i privati, co-finanziando operatori del terzo settore che abbiano già dimostrato di saper attrarre finanziamenti per i loro progetti sociali, suggerisce Gualtieri. Ad esempio, si legge nei documenti del comune di Londra che per aumentare l’offerta di abitazioni in favore delle classi più disagiate il comune offre garanzie, cofinanziamenti e compartecipazioni per supportare investimenti immobiliari di privati che così trovano economicità e bancabilità anche se le vendite e gli affitti avvengono a prezzi calmierati.

Immobili per 8,8 miliardi di euro
Così come non ha molto senso che il Comune gestisca un patrimonio immobiliare di ben 8,8 miliardi di euro (le spese per la manutenzione degli immobili di proprietà incidono in percentuale più che a New York), quando potrebbe affidarlo a società e a fondi specializzati, come viene fatto all’estero, per venderlo o per metterlo a reddito. Fare il padrone di casa, è la tesi di Gualtieri, non è il mestiere del sindaco di una grande città.

Tirate le fila, quale suggerimento darebbe Gualtieri al misterioso potenziale candidato? "Razionalizzare la spesa sociale. Imparare ad usare la leva delle agevolazioni fiscali per i privati che risanino le periferie e le aree depresse Ma soprattutto ci vuole un cambiamento culturale, occorre investire di più nel personale, nelle cosiddette soft skills, e introdurre nuove tecnologie al servizio per i cittadini".

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