Elezioni a Milano: il Pd sta perdendo i quartieri operai

Sala vince bene solo nel centro cittadino, ma perde dove la sinistra era più forte: una lezione di cui Matteo Renzi dovrà fare tesoro

FIOM CGIL And Students National Strike

Una manifestazione operaia e sindacale in piazza del Duomo nel 2011 – Credits: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Paolo Papi

-

C'è un campanello d'allarme che lo stato maggiore del Partito democratico di Renzi sta colpevolmente sottovalutando, all'indomani del primo turno delle consultazioni amministrative. Un campanello d'allarme che non riguarda strettamente le alleanze politiche o la scelta strategica di sfondare al centro perseguita dal gruppo dirigente del Pd dopo la marginalizzazione della vecchia guardia dalemiana e bersaniana.

Non riguarda nemmeno, in senso stretto,  il crescente astensionismo dello storico elettorato di sinistra a fronte di proposte politiche e candidature ritenute troppo moderate e neocentriste.

Riguarda il frantumarsi di uno dei cardini dello storico radicamento sociale della sinistra  in Italia: la sua forza nei quartieri ad alto insediamento popolare delle grandi metropoli industriali, una delle eredità della prima Repubblica che le diverse sigle provenienti dalla tradizione socialcomunista (Pds, Ds, Pd bersaniano) avevano cercato di mantenere vive, nonostante alcuni clamorosi rovesci elettorali già in epoca berlusconiana, fino all'ascesa del gruppo dirigente di Renzi.

IL CASO MILANO
Quanto accaduto nel capoluogo lombardo è emblematico. Nella zona 1, quella del centro storico, dove tradizionalmente abita la borghesia cittadina che per un ventennio ha regalato percentuali di distacco di quasi venti punti a tutto il centrodestra berlusconiano, Beppe Sala ottiene il 46 per cento dei voti e il Pd sfiora il 30 per cento, a fronte del 41,6 per cento di Parisi e il 21 per cento di Forza Italia. È il più marcato distacco che Mr Expo ottiene a Milano tra tutte le nove circoscrizioni cittadine. È uno dei migliori risultati ottenuti dal Pd di tutta Milano.

Al contrario, nella circoscrizione 9, quella popolare e operaia di Niguarda dove storicamente la sinistra ha sempre ottenuto risultati ragguardevoli anche quando perdeva nettamente le amministrative e Pisapia stracciò al primo turno Letizia Moratti di ben nove punti (49 vs 41), Beppe Sala fatica a pareggiare con Stefano Parisi  (40,1 a 40,1), a dimostrazione dello scarso appeal di Mr Expo, e più in generale del Pd renziano, tra le fasce popolari. È il peggior risultato mai ottenuto nella storia della seconda Repubblica dalla sinistra in una circoscrizione tradizionalmente di sinistra.

Per capire le dimensioni di questo fenomeno di rimescolamento sociale dei tradizionali bacini elettorali del partito egemone della sinistra italiana si può ragionare anche in termini di voti assoluti: se Pisapia ottenne nel 2011 nella popolare zona 9, al primo turno, 40 mila voti validi questa volta Mr Expo ne ha portati a casa solo 27 mila, meno tredicimila rispetto a cinque anni fa. Eppure il Pd renziano, e i suoi avversari di sinistra, perseverano nel ragionare su questioni politiciste come l'opportunità dell'alleanza con Verdini a discapito della sinistra interna. Come se fosse questo, in senso stretto, il problema.

Elezioni a Milano, risultato in equilibrio verso il ballottaggio Elezioni a Roma, i risultati: Raggi stravince
Si conferma quella che è una tendenza storica di tutte le forze socialdemocratiche europee: la perdita del radicamento sociale nei quartieri popolari a basso reddito


IL PUNTO DEBOLE DI SALA
Beppe Sala ottiene buoni risultati anche in zona 3, dove stacca Parisi 44 a 38, una forbice ben superiore a tutta Milano città. La zona 3 è un'area interclassista, ma a forte radicamento borghese, che grosso modo riunisce i quartieri di Porta Venezia, Città Studi, Lambrate. Anche nella circoscrizione 7, coincidente con i quartieri sostanzialmente popolari di Baggio  e San Siro, dove Parisi ha battuto Sala di un punto percentuale, Pisapia staccò Letizia Moratti di nove punti nel 2011 e  il prefetto Bruno Ferrante fu battuto al primo turno da Letizia Moratti, nel 2006, di soli due punti percentuali (50 a 48) in un'epoca in cui il centrodestra otteneva percentuali molto larghe. Più in generale si conferma quella che è una tendenza storica di tutte le forze socialdemocratiche europee: la perdita del radicamento sociale nei quartieri popolari a basso reddito.


 

C'è chi - a questo tipo di ragionamento - fa un'obiezione fondata e sostiene che, nelle metropoli postindustriali, non esistono più quartieri omogenei dal punto di vista sociale. Eppure, rimane il fatto - incontrovertibile - che le fasce ad alto reddito vivono più spesso a ridosso dei quartieri centrali o in alcune aree residenziali, come la Maggiolina, legato allo sviluppo urbanistico della città.

Se Sala vince bene nel centro e perde le periferie, significa che il Pd a trazione renziana sta subendo una mutazione del proprio radicamento territoriale e sociale che apre scenari inediti nella nascitura terza Repubblica. Il centrodestra non è più egemene nei quartieri borghesi di Milano, come è stato per un ventennio, il centrosinistra conquista i voti della borghesia moderata ma ne perde molti di più in astensione e voti contrari, nelle zone tradizionalmente rosse.

BOLOGNA E SAN GIULIANO
La stessa Bologna - con Virginio Merola che non raggiunge nemmeno il 40 per centro dei voti al primo turno -  è un esempio di come stiano cambiando le cose a livello politico e sociale. Prim'ancora che ragionare su quanti voti faccia conquistare o perdere l'alleanza con Verdini, il punto riguarda il modello sociale  di riferimento.

Per capire che cosa sta succendendo in Italia basta dare un'occhiata anche ai risultati elettorali di San Giuliano milanese, storico feudo per decenni della sinistra di popolo. Alessandro Lorenzano, sostenuto dal Pd, ottiene con il 29% tanti voti quanti il candidato sindaco del centrodestra. Nel 2011 aveva vinto al primo turno, col 54% dei voti. Nel 2004 il candidato della sinistra aveva ottenuto il 60% dei voti risultando eletto al primo turno. Sta cambiando tutto, in Italia. E gli unici ancoraggi di analisi rimangono la crescente astensione e l'estrema volatilità dell'elettorato.

© Riproduzione Riservata

Commenti