Carmelo Caruso

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Si candida a segretario del Pd, ma non si dimette da magistrato. Si pensa già premier ma è stato eletto governatore della Puglia.

Michele Emiliano vuole spodestare Matteo Renzi, scalciare Beppe Grillo, insegnare diritto a Maria Elena Boschi "perché la sua riforma era sballata. Un vero pastrocchio".

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Di fatto ha già sostituito il governatore campano Vincenzo De Luca che non è solo la formidabile maschera di Maurizio Crozza (che peraltro non ha perso tempo e si è già messo nei panni del Governatore pugliese), ma l’enciclopedia del Sud arruffato, il cuoco dei malumori meridionali, il forcone più appuntito.

Emiliano sta infatti eclissando l’impudente De Luca ("che rimane un interlocutore inevitabile”) con la sua pancia rotonda, la barba infuocata e la sua statura notevole ("peso 120 kg e sono alto 1,90") che sono manifestazioni di semiotica prima ancora che caratteri somatici.

Emiliano vuole dunque scalare Roma, assaltando il Pd di cui aspira a farne il segretario: "Mi candido alla segreteria del Pd. Nessuno mi può cacciare" ha dichiarato ieri in assemblea.

Come si vede non spaventa ma terremota, è sempre anti ma con la fascia tricolore prima, quella di presidente della Puglia dopo. È di governo ma sta in piazza.

L'ambiguità mai sciolta
Se non ci fosse stato il Csm, che oggi lo sottopone a procedimento disciplinare ricordando l’ambiguità che non ha mai sciolto, Emiliano ci avrebbe fatto dimenticare che da tredici anni è un magistrato ma in aspettativa, che è un iscritto del Pd ma che ne pratica il sabotaggio costante e anche la critica, a volte, stimolante.

E non solo perché non appena eletto premier Renzi, Emiliano decise non incontrarlo e non parlargli, ma per il suo pensiero che è infiammabile più di quello di Renato Brunetta, più aspro di quello di Massimo D’Alema.

Renzi? "Per me è un venditore di pentole" dichiarò Emiliano in una di quelle trasmissioni del mattino che non solo non disprezza ma che anzi cavalca.

Emiliano è infatti la punta più avanzata di quel piroscafo di magistrati che ha incrociato la politica dopo averla indagata, è un altro dei pubblici ministeri che ha capovolto il governo delle città ma per poi salirci, eletto, sopra.

Intervistato ebbe a dire che la sua indole non è quella del giudice ma del magistrato perché il mestiere di chi deve giudicare "non fa per me ma appartiene alla divinità".

Più che una divinità Emiliano si crede il masnadiere con la giubba rossa. È con i professori contro la Buona scuola, è con i no triv, ma è per la Tap, il gasdotto che attraversa la Puglia e che per il governatore “è strategico” perché, come si nota, c’è sempre un Emiliano concreto che duella contro un Emiliano in rivolta.

Da dove arriva
Sindaco prima di Bari, poi segretario del Pd in Puglia, oggi presidente di Regione, Emiliano sembra lontanissimo da quel magistrato che si portò la toga in Sicilia, ad Agrigento, dove venne accolto dal giudice Rosario Livatino che, racconta lo stesso Emiliano sul suo profilo Facebook, «mi ricevette quando arrivai ad Agrigento nel luglio del 1988. Fu lui ad insegnarmi i primi rudimenti del mestiere e fu lui a salutarmi nella cena d'addio nel luglio del 1990 quando fui trasferito a Brindisi in tutta fretta dopo che avevo denunciato il Capo della Procura per varie malefatte».

Figlio di un imprenditore che distribuiva bilance, Emiliano è sbilanciato nelle passioni, esagerato nelle dichiarazioni, non teme l’iperbole che è la sua autentica chimera.

Fu una provocazione dire che mai si sarebbe candidato a presidente della Puglia: "Sputatemi in un occhio se farò mai il presidente della Puglia. Prometto solennemente: non mi candiderò mai a quel posto". Ma, forse, ancora di più fu dichiarare che mai si sarebbe candidato a guidare la segreteria del Pd: "Assolutamente no. Non mi candido. Sono stato eletto da sette mesi alla presidenza della Regione dove ho un compito già di molto superiore alle mie capacità".

Il subcomandante
E invece, Emiliano è sempre più l’uomo a cui vorrebbero consegnarsi gli spaesati di sinistra, i reduci che si stanno riposizionando, dopo la sconfitta al referendum, e che ancora attendono quel subcomandante che spodesti l’autorità di Renzi, ne contenga quella che ritengono prepotenza e che rimane, però, ancora consenso.

Incontenibile nelle cariche, da sindaco accumulò 18 deleghe, Emiliano è stato inflessibile anche quando ha dovuto difendere la sua seconda moglie Elena che lo accompagna da 11 anni e che ha voluto designare come sua portavoce in Regione: "Non cambio il migliore addetto stampa che ho avuto solo perché ci siamo innamorati".

Non si è scomposto ma ha risposto a quelli che lo biasimarono per le cozze pelose che da sindaco accettò da alcuni imprenditori. Più che un errore fu una concessione al folklore, un’aggiunta gastronomica che fa felici gli archivisti. Oggi che (forse) si candida, Emiliano ostenta e rivela i talenti populisti del meridione, ma anche i guasti del plebiscito.

Con Emiliano prevale nuovamente il pittoresco che è la vera prigione del Mezzogiorno, tornano i busti che sempre raccolgono consenso, caricature democratiche e mai esempi di governo.

Emiliano si sta gonfiando come la geografia che è scienza in divenire: sposta ambizioni e dunque i suoi confini, avanza e indietreggia. È appunto come il Sud che rimane la stanza del paradosso pitagorico. Insomma più si muove e più rimane immobile. 

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