Mediaset: quanta fretta per un processo

I tempi record della giustizia (per l'ex premier) e i tempi biblici per chi è in attesa di giustizia

berlusconi

Annalisa Chirico

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Il tempo conta. Non soltanto quando tenete l'abbacchio in forno, sia chiaro. L'avanzata inesorabile delle lancette dell'orologio si ripercuote, per esempio, sulla competitività di un Paese quando la giustizia condiziona le scelte di investimento di un'impresa. L'Italia è maglia nera in Europa. Nel 2010 si sono impiegati 564 giorni per il primo grado in sede civile, contro una media  di 240 giorni nei Paesi Ocse. Il tempo medio per la conclusione di un procedimento civile nei tre gradi di giudizio si attesta sui 788 giorni. Non se la passa meglio la giustizia penale: la sua lentezza è la causa principale di sfiducia nella giustizia (insieme alla percezione della mancata indipendenza dei magistrati, World Economic Forum). La durata media di un processo penale, infatti, tocca gli otto anni e tre mesi, con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi.

Ora, tale premessa ci sbatte in faccia una cruda realtà. Per Silvio Berlusconi la giustizia italiana ha tempi record, corsie preferenziali e premure impareggiabili. Quando c'è di mezzo lui, che si tratti di evasione fiscale o di lascive donzelle, bisogna fare presto. Anzi, fate presto. E loro fanno prestissimo. Gli uffici giudiziari macinano che è una bellezza. Roba da far morire di invidia gli altri sessanta milioni di cittadini italiani, per i quali invece i tempi della giustizia sono quelli testé riportati.

Oggi la Corte di Cassazione ha fissato al 30 luglio l'udienza del processo per frode fiscalesui diritti Mediaset. Per chi se ne fosse scordato - è facile perdere il conto tra i 113 procedimenti (quasi 2700 udienze) abbattutisi sull'ex premier dalla sua discesa in campo, marzo 1994 - Berlusconi è stato condannato in primo grado e in appello a quattro anni di reclusione e alla pena accessoria di cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Secondo i giudici, l'ex premier sarebbe intervenuto per far risparmiare a Mediaset tre milioni di imposte nel 2002-2003. Anni in cui, per quanto vale, il gruppo versò all'erario 567 milioni di tasse. Secondo l'accusa, Berlusconi sarebbe stato socio occulto di una società - della quale, sia detto, non ci sono prove né documentali né testimoniali (come della presunta fornicazione con la minorenne, quisquilie) - , che al fine di vendere i suoi diritti a Mediaset dovette versare delle tangenti ai dirigenti dell'Ufficio acquisti diritti dell'azienda guidata da Fedele Confalonieri.

Ora, la difesa da tali accuse deve essere condotta in aula, com'è accaduto fino ad oggi, seppure con scarsi risultati. Il punto non è se Berlusconi sia innocente o colpevole. I processi si fanno nelle aule dei tribunali, ma ciò non ci priva della facoltà di criticare tribunali degni di un grado di fiducia pari, che so io, a quella che si poteva riporre nel Seicento nell'Inquisizione che mandò al rogo Giordano Bruno. Ad allarmare sono le confidenze di alcuni avvocati del Foro di Milano, le voci di corridoio circa una "operazione Craxi 2", lo sbigottimento, anche da parte di chi berlusconiano non è, dinanzi alla velocità fulminea delle procedure, che in primo grado portò, caso più unico che raro, alla lettura simultanea delle motivazioni con il dispositivo di condanna. Come può ispirare fiducia una giustizia così frettolosa?

L'impazienza di giudicare è spia di ingiustizia. I legali di Berlusconi avranno adesso appena venti giorni di tempo per articolare la difesa. "Il processo destinato a essere fissato dalla Suprema Corte in media nel giro di sette mesi", scriveva così oggi il Corriere della Sera, preconizzando la temutissima eventualità di una parziale prescrizione che avrebbe dato al leader politico "almeno un altro anno di agibilità politica" prima della tanto anelata interdizione. Bene, il Corriere della Sera ha preso un granchio. 

Si potrebbe sorridere ché i processi a Silvio Berlusconi innalzano sensibilmente la media nazionale dello sfascio della nostra giustizia. Ma invece la la domanda, che fa capolino, è sempre la stessa: come possiamo fidarci di "questa" giustizia? La memoria corre a quel film di Dino Risi, "In nome del popolo italiano", 1971. C'è il buono, il magistrato impersonato da Tognazzi. E poi c'è il cialtrone, o presunto tale, che è uno strepitoso Gassman. Alla fine il buono fa arrestare il cialtrone, ma per una cosa che non ha fatto, per un reato che non ha commesso. Il cialtrone è innocente, ma finalmente è dentro.

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