Politica

Matteo Richetti: "Il mio amico-nemico Renzi"

Parla il senatore che ha lasciato Italia Viva e anche il Pd per andare con Calenda. "Zingaretti non l'ho mai sentito come mio segretario"

Senato: Napolitano apre la XVIII legislatura

Carlo Puca

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Carlo Calenda non ha un carattere facile. «Ah, ma quanto a carattere, con Matteo Renzi ho frequentato una palestra mica da poco...». Matteo Richetti ha la battuta facile e pensieri veloci. Tuttavia, il senatore uscito dal Partito democratico per costruire insieme a Calenda «Siamo Europei», non è mai aggressivo. Anche quando dice le cose più tremende non perde mai l’aplomb da moderato.

Il suo è autocontrollo o carattere? Insomma, rompendo con il Pd lei non ha manifestato le ansie, gli eccessi e il pathos classico degli uomini di centrosinistra.

Intanto io di sceneggiate non ne faccio per indole. E poi la mia scelta è la conseguenza naturale di quello che combinano loro, non posso e non voglio imitarli.

E cosa combinerebbero?

Sono rimasto incredulo per la totale perdita di razionalità di tutti. Sa perché ho rotto con Nicola Zingaretti e anche con Renzi? Facevano e fanno a gara reciproca a insultarsi. Con un’aggravante. Si menano ma poi si mettono assieme in un governo con quelli che insultavano entrambi.

I Cinque stelle.

Ai quali è stata concessa l’intera filiera della formazione, del lavoro e dello sviluppo economico, cioè degli asset fondamentali di un partito, il Pd, che dovrebbe essere per definizione il partito del lavoro.

Però Zingaretti e Renzi rivendicano di aver concesso tanto ai Cinque stelle per costruire un fronte anti-Salvini, che considerano indispensabile «per salvare l’Italia». Dal loro punto di vista il leader della Lega è pericoloso e andava fermato a tutti i costi. Secondo lei?

Rispondo con un’altra domanda: allora che facciamo, non votiamo più perché Salvini può vincere? La Lega va sfidata con le idee.

Lei proprio non sopporta i 5 Stelle.

Guardi che io non ero contrario a prescindere all’alleanza con Luigi Di Maio. Però pensavo a un governo guidato da Mario Draghi, con dentro Raffaele Cantone, Enrico Giovannini, Carlo Cottarelli. Invece il presidente del Consiglio è lo stesso che c’era con Salvini, non mi pare una grande conquista politica. Per dare un segno di grande discontinuità con il passato, almeno Giuseppe Conte andava messo via. Invece niente, viviamo nella grande ipocrisia di chi ha tradito il proprio mandato elettorale. Le conseguenze sono evidenti.

Prego…

Trovo avvilente la disinvoltura con la quale ancora si confermano le politiche leghiste: Quota 100 e i decreti Sicurezza restano ancora e sempre lì. Sono provvedimenti che io avrei abolito per decreto al primo Consiglio dei ministri. Né mi pare ci sia un ravvedimento sul Reddito di cittadinanza né c’è stato sul taglio dei parlamentari e su Alitalia. Insomma, abbiamo un presunto governo giallorosso, mentre le politiche reali sono sempre quelle gialloverdi. Tutto questo mentre il Pd - e forse anche Italia viva di Renzi - prevedono un rapporto organico con i Cinque stelle, a partire dalle elezioni regionali.

A proposito: voi di Siamo Europei alle regionali cosa farete?

Il 27 ottobre, per la tornata elettorale in Umbria, non ci saremo, non c’è stato il tempo materiale per presentare la lista. Tra l’altro il nostro movimento è appena nato, abbiamo un progetto di medio periodo, con tempi e modi molto diversi dalla politica tradizionale. Il nostro è un focolaio d’idee innovative. Anche gli strumenti che utilizziamo per riunirci sono atipici. Per esempio, ho appena terminato una call Skype con 150 persone tra collegati e presenti. Altro che le vecchie sezioni di partito...

Capisco il medio periodo. Però nel frattempo si voterà anche in Calabria, Emilia-Romagna, Puglia, Marche, Liguria, Toscana, Campania, Veneto. Una decisione dovrete prenderla.

Se è per questo, l’abbiamo già presa. Siamo Europei è alternativo al Pd e rimane all’opposizione dei Cinque stelle, oltre che della destra. Laddove Zingaretti non si alleerà con Di Maio, daremo il nostro contributo ai candidati di centrosinistra, a cominciare da Stefano Bonaccini, il governatore uscente dell’Emilia-Romagna, la mia regione.

Cinque anni fa poteva essere lei il candidato governatore. Doveva partecipare alle primarie del Pd ma il suo leader del tempo, ovvero Renzi, la indusse al ritiro. Perché?

Al netto dell’affetto personale, con Matteo il rapporto politico è sempre stato dialettico. Il buono, anzi l’eccellente della nostra esperienza insieme, è il percorso di rinnovamento della politica. Il cattivo è che quel rinnovamento è arrivato fino a un certo punto.

Tradotto in fatti concreti?

Ci sono state fasi in cui Renzi, invece di proseguire con il suo piglio innovatore, si è messo a trattare tutto con tutti. E quando dico tutti, dico le correnti. Il mio passo indietro dell’epoca fu dovuto ad accordi interni al partito per tenere buono Pier Luigi Bersani, non certo per il risibile avviso di garanzia per i rimborsi spese da consigliere regionale ricevuto a poche settimane dalle primarie. Persino i pm hanno chiesto la mia assoluzione.      

Come definirebbe Renzi? Un «nemico carissimo» le piace?

Matteo non sarà mai mio nemico. Però rivendico di essere sempre rimasto coerente, a costo di prendermi il rischio dell’irrilevanza.

Sta dicendo che Renzi è incoerente.

Non nelle idee, troppe volte nelle azioni. Le nostre frizioni sono sempre state sul merito delle cose. In troppe occasioni lo spirito della Leopolda, uno degli appuntamenti più fertili della storia politica italiana, è stato tradito. Dovevamo usare il lanciafiamme, ma è rimasto in garage. Vogliamo parlare dei cacicchi del Sud fatti salire sul carro del renzismo? Del familismo che ha portato i figli dei vecchi baroni del Pd in parlamento?

Faccia dei nomi.

Alle primarie del 2012 Renzi rifiutò il sostegno di Vincenzo De Luca, a quelle del 2013 lo accettò.

Gli serviva per vincere. Nel 2012 perse.

Nel 2013 avrebbe vinto comunque.

Una frase da spedire a Renzi?

La stessa di sempre. Quando volevo farlo arrabbiare, gli dicevo: «Caro Matteo, per affermarsi politicamente bisogna conoscere qualcosa, non conoscere qualcuno».

In parlamento si teorizza che Siamo Europei sia utile a Zingaretti per sgambettare Renzi.

Da giornalista capisco l’ansia da retroscena e anche il ragionamento che c’è dietro. Però noi vogliamo costruire il Pd europeo, senza giochetti di palazzo. E siamo cooperativi e competitivi con Renzi e Zingaretti.

Ecco, Zingaretti. Lo ha avvisato prima di andarsene dal Pd?

Non ho mai avuto il piacere di parlare con il segretario del mio partito.

Lo chiama ancora «il mio partito»?

Io sono figlio di un artigiano cattolico cresciuto nell’Emilia rossa. Se sono entrato nel Pd è perché pensavo davvero che potesse essere terra di cittadinanza di tutti i sinceri democratici e riformisti. Ho scoperto sulla mia pelle che non è così.

Il Pd di Modena ha fatto una ingiunzione in tribunale per chiederle di versare 25 mila euro di mancati contributi della campagna elettorale. E il segretario locale, Davide Fava, rivendica addirittura circa 150 mila euro.

Ho dato mandato ai miei legali di tutelare la mia immagine, ho versato fino all’ultimo euro, lo ha confermato anche Luigi Zanda, tesoriere del Pd.

Perché la attaccano, allora?

Se davvero fossi stato un approfittatore, perché non mi hanno denunciato prima? Vogliono infangarmi, è evidente. E guarda caso solo dopo che ho lasciato il partito. Una vera infamia...       

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