Mattarella al Quirinale: perché Renzi ha fatto questa scelta

Proponendo il nome di Mattarella a Presidente della Repubblica, il premier sembra voltare le spalle a Berlusconi. Ma attenzione alle conclusioni affrettate

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10:01 - Ansa Foto Il presidente del Consiglio Matteo Renzi arriva a palazzo Madama per incontrare i senatori del PD, Roma, 28 gennaio 2015 – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Marco Ventura

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Prima votazione. Primo giro. È solo l’inizio. La grande "mossa" del Palio quirinalizio ha un doppio colore. Bianco e rosso. 

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Bianco come le schede dei grandi partiti che temporeggiano in attesa di sfoderare le sciabole (e i nomi veri) nella quarta e forse decisiva votazione, quando il quorum per eleggere il nuovo presidente della Repubblica scenderà dai due terzi alla maggioranza assoluta dei 1.009 grandi elettori. Rosso come il nome secco proposto da Renzi, il nome di Sergio Mattarella, in contraddizione con la politica del Nazareno di condivisione istituzionale tra la maggioranza e l’opposizione. Ma, appunto, siamo solo alle prime battute di una battaglia tutta ancora da giocare. Un laborioso e tortuoso gioco dell’oca, in cui chi meno parla più agisce (dietro le quinte).

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La rottura del Patto del Nazareno sancita dalla forzatura di Renzi potrebbe essere quindi una mossa tattica per neutralizzare la resistenza minacciosa dei gruppi dissidenti: quello dei "franchi tiratori" della sinistra del Pd in combutta con Sel e con i fuoriusciti del Movimento 5 Stelle, e il manipolo speculare dei frondisti di Forza Italia che si riconoscono in Fitto. Detta semplice: per arrivare a eleggere il successore di Napolitano senza esporsi al "fuoco amico" della sinistra interna, Renzi deve giocoforza tentare (o dire di aver tentato) l’elezione di un Presidente rosso, sinistro ancorché di estrazione democristiana, senza l’avallo (anzi, contro il parere) di Forza Italia. Se ci riuscirà, bene. Ma se il candidato ufficiale di Renzi e del Pd, sostenuto anche dal centro, non ce la farà e Mattarella sarà impallinato esattamente come nel recente passato lo sono stati Marini e Prodi, si apriranno due possibilità: un accordo con i 5 Stelle oppure, ancora una volta, con Berlusconi. E diventeranno ancor più decisivi i 77 voti dei moderati, i centristi che non potranno accodarsi a un nome condiviso coi grillini.

A dispetto delle apparenze che vogliono Mattarella presidente, la partita è aperta, anche perché finora l’opposizione di Forza Italia ha collaborato lealmente, sulla base del patto del Nazareno, al piano di riforme avviato e parzialmente realizzato da Renzi e in questo modo ha garantito (al netto delle critiche sulla politica economica) la stabilità dell’esecutivo in un frangente delicato della storia nazionale. 

La domanda è: Renzi si sentirà più al sicuro, a Palazzo Chigi, avendo con sé l’opposizione moderata, o dovendo ogni giorno combattere (come ha fatto finora) con la sinistra interna vistosamente a braccetto con Sel e col variegato piccolo arcipelago di post-comunisti ringalluzziti dalla vittoria di Tsipras in Grecia? Basterà l’elezione di un presidente che mette d’accordo tutto il Pd per ricompattare davvero il partito di Renzi e Bersani? E poi, qual è la prospettiva di lungo termine di Matteo? Se è quella del partito della nazione, capace di raccogliere consensi e voti nel centrodestra, Renzi non vorrà rompere del tutto con Berlusconi.

Ecco perché il Patto del Nazareno, oggi dato per defunto, potrebbe essere tutt’altro che morto e sepolto. E perché ciò che sta avvenendo in queste ore rischia (o promette, secondo i punti di vista) di essere solo una necessaria ma temporanea concessione ai nemici (di destra e di sinistra) di Silvio e Matteo. Se così fosse, il Patto del Nazareno si candiderebbe a risorgere, dopo la quarta votazione, come l’araba fenice di questa paradossale legislatura. Insomma, guai a tirare facili conclusioni.

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