Ncd: il partito di Angelino Alfano si spacca

Con l'elezione di Mattarella, Maurizio Sacconi si è dimesso, il partito si è diviso e il suo leader ne è uscito con le ossa rotte

Quirinale: Alfano, ho votato Mattarella, omaggio a fratello

Angelino Alfano, Fabrizio Cicchitto, Nunzia De Girolamo e Renato Schifani in aula della camera subito dopo la proclamazione di Mattarella, Roma, 31 gennaio 2015. – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Redazione

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Non è bastato il documento con cui, alle 8 di mattina, Angelino Alfano si è presentato ai centristi per certificare il sofferto sè a Sergio Mattarella. E non è bastato il susseguirsi di dichiarazioni con il quale il ministro ha cercato di uscire, se non a testa alta ma almeno senza le ossa rotte, dal giorno più buio per il Nuovo Centrodestra. Un partito che, all'indomani dell'elezione di un presidente della Repubblica mai visto, in realtà, come ostile, si ritrova spaccato, senza un capogruppo, e con almeno 2 addii annunciati.

Un Vietnam, insomma, che obbliga Ncd ad aggiornare la sua linea. Con un punto ormai emergente nel partito: lo stare in mezzo tra FI e Matteo Renzi non paga e non pagherà.    Da domani serve "uscire da questa posizione di ambiguita'", è il refrain che circola di fronte alla virata, da scheda bianca a sì convinto, dei centristi. "È una sorta di nuovo 2 ottobre, con la stessa scelta tra stare con Berlusconi e aprire una crisi o restare al governo", sussurra in Transatlantico uno dei parlamentari pro-Mattarella mentre l'Aula registra il trionfo della strategia renziana. E il medesimo concetto attraversa anche la fronda che, dalla settimana prossima, chiederà ad Alfano un cambio di strategia.

Anzi, chiederà che o il titolare del Viminale o Maurizio Lupi lascino il ministero per prendere in mano le redini del partito e di un elettorato che, così, rischia di finire dritto nelle braccia di Matteo Salvini.

Ma agli incontri dei prossimi giorni, Ncd arriva già ferita, con il capogruppo al Senato, Maurizio Sacconi, che si dimette prima che inizi la quarta votazione, seguito a ruota dalle dimissioni da portavoce di Barbara Saltamartini (data in uscita, direzione Lega o Fdi) e da quelle da tesoriere del gruppo alla Camera, Maurizio Bernardo, anche lui con più di un piede fuori dal partito.

Resterà almeno per ora, l'altro capogruppo Nunzia De Girolamo, tra i piu' critici, comunque, della virata filo-governativa e, con Cicchitto e Quagliariello (che, tuttavia, parla solo di casualità), tra i pochi Grandi elettori a non essere visto in piedi ad applaudire in Aula.

Almeno una decina le schede bianche. Quella annunciata di Saltamartini, quella di Enrico Costa e quella di altri che, proprio non hanno digerito l'aut aut imposto da Renzi. "Il metodo è sbagliato, l'appello di due giorni non è bastato ma abbiamo privilegiato la persona giusta", è la via d'uscita che prova ad imboccare Alfano assicurando che con Renzi "non ha minacciato e ha capito che "il governo non è un monocolore Pd".

Ma la fiducia nel premier è ormai ai minimi termini: in Ncd la richiesta di una verifica di governo si fa pressante e, soprattutto al Senato, più di uno non esclude che, sulle riforme, Renzi con i numeri avrà qualche problema in più. Più sereno, invece, il clima nella costola Udc dei centristi, convinta (assieme ai senatori siciliani) sin dall'inizio della scelta di Mattarella e protagonista di una virata che rischia di allentare i rapporti anche con i 'fratelli' alfaniani. "Già giovedì sera, quando si disse che avremmo votato scheda bianca era chiaro che avremmo votato Mattarella", confida infatti più di un centrista. Ma a molti altri non sfugge che in quella stessa riunione si era definito il sì "un suicidio politico".

Starà ad Alfano e ai "big" del partito guidare la "resurrezione". "Non si tratta di rimpasto o di verifica di governo, ma di prendere l'iniziativa", si rimbocca le maniche Quagliariello, tentando di allontanare la delusione.

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