Mario Monti. Non è la fine del mondo e lui si candida, ma a metà

Le dimissioni del governo dei tecnici hanno scatenato allarmi catastrofisti. Ecco le prossime mosse di Mario Monti, Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi con il giudizio degli economisti sui 12 mesi dei "professori"

di Emanuela Fiorentino e Carlo Puca

Non sarà ufficialmente in lista, però il nome del Professore verrà speso per aggregare i moderati. Tagliando fuori Forza Italia, Nichi Vendola e Beppe Grillo.

Fidatevi: le chiacchiere stanno a zero, alle prossime elezioni Mario Monti correrà, eccome. Il metodo risulterà però atipico: scenderà in campo come «primus super pares», primo al di sopra dei pari. Non sarà ufficialmente candidato premier per non mancare di cortesia istituzionale al capo dello Stato Giorgio Napolitano, contrario a un suo impegno così diretto. Tuttavia il nome del premier uscente verrà speso in termini sia mediatico-elettorali (apparirà bello grande sul logo del listone centrista) sia politico-programmatici. Monti sarà infatti acclamato quale federatore dei vari leader e leaderini moderati. Liberi, questi sì, di candidarsi formalmente per Palazzo Chigi. Quel che conta per Monti è altro: invece di schierarsi a sinistra o a destra, resteranno tutti al centro. Aggrappati al suo loden.

L’ONU DI TRASTEVERE. La decisione è arrivata dopo una serie di incontri riservati e notturni tenuti a Roma, nell’ufficio-abitazione del ministro per la Cooperazione, Andrea Riccardi. Ovvero la sede della Comunità di Sant’Egidio, da sempre crocevia di importanti decisioni internazionali, a partire dalla mediazione per la pace in Mozambico. Che dentro l’«Onu di Trastevere» stesse accadendo qualcosa di delicato è stato da subito chiaro agli insonni vicini di casa, causa il continuo viavai di auto blu. Ecco, chi trasportavano? Monti e Riccardi, certo, ma anche Andrea Olivero delle Acli, il presidente della Provincia di Trento Lorenzo Dellai, e poi due premiate coppie, l’una dell’Udc (Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa), l’altra di Italia futura (Luca Cordero di Montezemolo e Carlo Calenda). Va infine detto che se a queste riunioni si parla molto in latino è solo perché il coordinamento (a distanza) lo fa il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Che dell’operazione è il vero deus ex machina. E recita quotidianamente il rosario della sua preoccupazione principale: bisogna assolutamente evitare che la sinistra al governo dia il via libera alle unioni di fatto o, peggio, ai matrimoni gay. L’unico modo è rendere ingovernabile il Senato. Solo una lista Monti può riuscirci.

LA RETE CATTOLICA. È anzitutto dal Vaticano che si sta dunque espandendo la tela montiana. Mentre il sostegno di Raffaele Bonanni e gran parte della sua Cisl pare incondizionato, uditori interessati sono alcuni sodali del presidente del Senato Renato Schifani e altre personalità del Pdl, come Gaetano Quagliariello e Alfredo Mantovano. Quanto ai componenti del governo in carica, va sfatata una leggenda. Monti non potrà mai dire la verità, ma, tranne Riccardi, Fabrizio Barca e pochissimi altri, per il resto la sua stima è pari a zero o giù di lì. Di ministri ne avrebbe preferiti altri, i suoi gli vennero imposti dai partiti. Impossibile che ne recuperi troppi alla causa.

Sembra invece più vicino di quanto si creda l’apparentamento con i «capataz» di Comunione e liberazione, da Mario Mauro a Maurizio Lupi, fino a Roberto Formigoni: molto dipende dalla possibile investitura di Silvio Berlusconi a Roberto Maroni, che Cl osteggia, a candidato governatore in Lombardia.

Un avvicinamento più concreto lo anela invece quel che resta di Fli, il partito di Gianfranco Fini, escluso dalle riunioni di Trastevere. Il 20 dicembre potrebbe però essere un giorno decisivo. È per allora in programma «Rimontiamo l’Italia 2013», l’evento che Benedetto Della Vedova, Gianluca Galletti e Linda Lanzillotta stanno organizzando per mettere seduti a un unico tavolo Casini, Fini e Montezemolo. Obiettivo: il lancio della lista unitaria. Attenzione, però: più che i primi due, i vecchi partiti, Monti tenterà di evidenziare il nuovo (o presunto tale), la rete confindustriale di Italia futura. Se non altro perché più adatta a fornire volti nuovi per le candidature.

LA FASE DUE. Non solo volti. Anche la campagna elettorale del Professore più che sul passato sarà rivolta al futuro, alle cose da fare. Per i paradossi della storia, Monti partirà però dallo stesso leitmotiv («Non mi hanno fatto finire il lavoro») che accompagnò Silvio Berlusconi nei suoi anni a Palazzo Chigi in compagnia di Fini e Casini. I quali sanno bene, da politici navigati, che una compagnia neocentrista così eterogenea, composta da molte primedonne e pochi figuranti, può sperare di superare alle elezioni il 15 per cento solo con un regista affermato. Il 20 sarebbe addirittura un miracolo. Considerati questi numeri, vincere le elezioni è impossibile. E però il Professore conta almeno di non perderle. Come? Intanto il suo centro
diventa un soggetto politico unitario dopo molti anni. E poi chi si afferma alle elezioni (potenzialmente Pier Luigi Bersani) il giorno dopo propone le alleanze.

Ma per Monti è determinante la prospettiva futura: una grande coalizione da comporre col Pd escludendo le estreme, Nichi Vendola, Forza Italia e Beppe Grillo. Solo tagliando fuori quelli che il Professore chiama «i populisti» sarebbe possibile completare «l’agenda Monti» nella sua parte di crescita e sviluppo, non solo rigore. La grande coalizione Monti potrebbe guidarla direttamente ma anche indirizzarla dal Quirinale, qualora fosse eletto presidente. Certo è il postulato del Professore: «Solo io posseggo fama e carisma tali da garantire all’Italia un rapporto alla pari con Bce, Fmi e Ue». Qualità che intende far valere. A prescindere dal risultato elettorale.

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