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Il presidente del Consiglio Mario Draghi (Getty Images).
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Politica

Puntuale su economia e geopolitica, il premier non scopre le carte sul lockdown

Nel discorso programmatico, Mario Draghi non è entrato nel dettaglio sui temi chiave: pandemia, lavoro, immigrazione e giustizia.

Chi si aspettava un discorso rivoluzionario, è rimasto in piccola parte deluso. Al di là dell'appello, ampiamente previsto, sull'irreversibilità dell'euro, e sulla matrice europeista e atlantista del governo (ma finalmente il benvenuto dopo gli atteggiamenti sinofili del Conte bis), il debutto di Mario Draghi in Parlamento è stato all'insegna dell' equilibrismo e del garbo istituzionale. E non poteva essere altrimenti, vista la composizione variegata della sua maggioranza.

Non a caso, il presidente del Consiglio si è subito affrettato a precisare che questo è un governo «senza aggettivi», che il parlamento sarà sempre coinvolto, e che i partiti non devono rinunciare alla loro identità. Ha cercato di lenire le ferite dei partiti costretti ad abbracciarsi pur con il coltello in tasca. Così da una parte lancia un messaggio ai Cinque Stelle lacerati, ringraziando Giuseppe Conte e insistendo molto sulla transizione ecologica; al contempo strizza l'occhio al centrodestra accennando a una riforma del fisco, che tuttavia non rinuncerà al criterio della progressività.

Anche sugli altri temi cruciali, dalla scuola che deve recuperare il tempo perso, alla giustizia che deve accorciare i tempi dei processi, quello di Draghi è un manifesto iniziale in linea con i governi precedenti: vale a dire, colmo di propositi sacrosanti ma generici. Sui temi chiave, quelli che possono dar fuoco alle polveri, Draghi non entra nel dettaglio. Pandemia: chiudiamo o riapriamo? Vaccini: come accelerare la produzione e la distribuzione? Giustizia: come rapportarsi alla riforma Bonafede? Lavoro: quali scelte di fronte al divieto di licenziamento? Ristori: a chi dare la precedenza? Immigrazione: come farsi valere in Europa sulla redistribuzione dei migranti?

Sono scelte politiche drammatiche e complicatissime, che non possono essere affrontate in un discorso programmatico. Ma è su queste sfide che Draghi dovrà necessariamente scontentare qualcuno. L'unico slancio c'è stato in merito alla gestione del Recovery Fund, che sarà incardinato esclusivamente al Ministero dell'Economia, con ciò spazzando via la selva di task force e di cabine di regia del governo Conte. Per il resto, Draghi sa benissimo che senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, ogni buon proposito resterà sulle nuvole. Ragion per cui è costretto a muoversi, fin dall'inizio, con passo felpato.

Insomma, nel discorso del neopremier c'è la visione dello statista e la preoccupazione per le future generazioni e non per le prossime elezioni: come dire, le parole giuste ci sono tutte, ma da oggi si passa ai fatti. E lo giudicheremo su quelli, nella speranza che riesca nell'obiettivo di trasformare il libro dei sogni in realtà.

Post scriptum: un pensiero compassionevole ai cronisti e ai notisti politici, che avranno una vita di inferno. Perché Draghi non è Rocco Casalino: stavolta, indiscrezioni zero, fughe di notizie zero, soffiate zero. Anticipare il Draghi pensiero, sarà impossibile. Per dire: le cassandre della carta stampata avevano assicurato: «Draghi al Senato ha preparato un discorso brevissimo, solo mezz'ora». Alla fine ha parlato il doppio. Dunque auguri anche ai retroscenisti: ne avranno bisogno.


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