Ignazio Marino si è dimesso: un passo obbligato

Dopo una giornata di vana resistenza, il sindaco di Roma ha fatto il passo indietro richiesto. Ecco perchè, in fondo, è stato tradito solo da se stesso

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Simpatizzanti NCD sotto il Campidoglio prima della riunione dell'esecutivo di Ignazio Marino, Roma, 8 ottobre 2015 – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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Ha tentato una vana resistenza che è durata per l'intera giornata. Ma alla fine ha ceduto. Ignazio Marino si è dimesso da sindaco di Roma evitando l'ultima grande umiliazione, quella della sfiducia da parte del suo Consiglio comunale che sarebbe arrivata, comunque, domani.

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È la parola "fine" a questa tragicommedia dell'assurdo, iniziata con il trucco delle firme raccolte in 48 ore per farlo candidare alle primarie del 2013 e conclusasi con il bluff delle cene istituzionali tarocche. E ora tutti, anche quelli che fino all'ultimo hanno fatto il tifo per lui immaginando che oscure forze del male abbiano brigato tutto il tempo per abbatterlo, capiranno che il sindaco di Roma ha avuto un solo vero nemico: se stesso.

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C'è stato infatti un tempo in cui anche noi avevamo dubitato ma in positivo. Ci siamo addirittura schierati in sua difesa almeno in un paio di occasioni: quando analizzando l'intero incartamento relativo all'inchiesta su “Mafia Capitale” scrivemmo che il sindaco ne usciva “immacolato” e quando, a proposito del Panda gate, lo assolvemmo dalle colpe che gli venivano imputate dimostrando che dietro alle multe non pagate c'era stato un difetto di comunicazione tra il suo Gabinetto e l'Agenzia per la mobilità di cui egli non poteva avere colpa.

Insomma, per dirla con i Marino-boys (i crociati di Facebook che eroicamente sventolano il vessillo mariniano sul campo avversario), non siamo sempre stati dei “pennivendoli asserviti ai poteri forti”. Non abbiamo mai espresso un giudizio preconcetto sulla figura e sull'operato del sindaco. Anzi. Gli abbiamo creduto. Ci siamo sinceramente augurati che egli potesse incarnare la svolta di cui Roma aveva bisogno.

Qualche domanda al sindaco

Ma lui? Ci credeva quando ha venduto alla moglie, per 900 euro, la famosa Panda di cui aveva promesso di liberarsi, le ha cambiato la targa e ha continuato a parcheggiarla in divieto di sosta?

Ci credeva tutte le volte che non è tornato in città, preferendo rimanersene in vacanza o a ricevere qualche laurea honoris causa e intanto i Casamonica imbandivano il loro funerale da papa, il governo minacciava di sciogliere il Comune per mafia, a Tor Sapienza scoppiava la rivolta dei cittadini, Roma finiva sott'acqua, slittava il Salva Roma perché lui era assente e i vigili si davano malati in massa?

Ci credeva Marino a tutte le promesse che non ha mantenuto? Chi li ha visti i 100mila alberi che dovevano essere piantati a Malagrotta al posto della megadiscarica?

Quante volte il sindaco ha annunciato che Roma “sarà pulita entro due mesi”? Il degrado delle periferie è sempre al suo posto. Gli abusivi pure, visto che basta farsi una passeggiata per via dei Fori imperiali per incrociare “salta-file”, venditori di paccottiglia varia e risciò senza licenza.

Il sistema dei trasporti pubblici è completamente allo sbando. Ogni giorno ritardi, cancellazioni, disservizi, incidenti (a luglio nella metropolitana è morto un bambino). Il traffico veicolare fa ogni giorno centinaia di migliaia di ostaggi.

E i campi rom che dovevano finalmente essere superati? Per non parlare dei cantieri del Giubileo, pericolosamente in ritardo.

Snobismo e arroganza

Questo per dire che non inchiodiamo in sindaco “solo” a sei, sette cene sospette. Il materiale non sarebbe comunque mancato anche se Marino avesse pagato di tasca sua fino all'ultimo centesimo. Ma se c'è una cosa che i romani non riescono proprio a sopportare è chi cerca di fare il furbo con loro.

Davvero Marino ha pensato che, come la volta della Panda venduta per finta, gli bastasse staccare un assegno da 20mila euro per chiudere definitivamente la gigantesca voragine che lo stava inghiottendo?

Davvero il sindaco è così sganciato dalla realtà da ritenere che tutto gli debba essere perdonato in ragione di una sua presunta alterità e onestà, perché “cosa vuoi mai che siano un paio di cene con la moglie di fronte alle malefatte cui abbiamo assistito negli anni passati”?

A “fregarlo” non sono gli scontrini ma la sorpresa infastidita che egli ha ostentato ogni volta che è stato colto in fallo. Le pezze che ha cercato di mettere sulle sue magagne.

Marino non è nemmeno sfiorato dall'idea di aver sbagliato in qualche modo. Piuttosto si tratta dell'ennesima dimostrazione di arroganza, quella di chi è convinto che tirando fuori i soldi si possa appianare ogni tipo di controversia. Addirittura Marino, nel suo comunicato, ha parlato di “regalo”. Ma i regali li fanno i generosi. E Marino non è un generoso.

Marino è uno che non caccia di tasca sua nemmeno gli 8,63 euro della colazione offerta a un reduce dell'Olocausto o i 100 euro per il mazzo di fiori per la redazione di Charlie Hebdo.

Nessuna differenza

A parte il fine che nel caso del sindaco è sicuramente più nobile, che differenza c'è tra lui e i consiglieri regionali che utilizzano i fondi regionali pure per acquistare il gratta e vinci? Che differenza c'è con le mutande verdi di Cota?

Ma più che averli spesi, ciò che rende Marino davvero inadatto al suo ruolo è il gesto di volerli restituire, o “regalare”, come dice lui. E lo rende inadatti (eanche un po' antipatico) perché in esso c'è tutto lo snobismo culturale e sociale (“prendetevi questi quattro spiccioli e lasciatemi stare”) che gli ha sempre impedito di stabilire un vero dialogo con la città, di entrare empaticamente in contatto con essa.

Con quella più sofferente, più in affanno. Con la città che la mattina si sveglia in periferia e porta in scuole diverse tre, quattro figli e poi corre al lavoro dall'altra parte della città mentre lui inforca la sua bici per arrivare dal Pantheon, dove abita, al Campidoglio con l'arroganza di chi pensa di dare il buon esempio a quei pigroni di romani che si ostinano ad andare in giro in macchina.

Che la storia sarebbe finita male, per lui, era già scritto allora. Pandini rossi, viaggi oltreocenici, gaffes clamorose, scontrini e smentite varie, hanno solo fatto il resto.

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