Mafia Capitale: il punto sulle indagini

Il ministro Alfano delega il prefetto di Roma agli accertamenti. Intanto ecco il destino del Comune e quello del Pd locale

matteo renzi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi sul palco della Pelanda durante la convention dei Giovani Democratici, Roma, 8 dicembre 2014. – Credits: ANSA / RICCARDO ANTIMIANI

Claudia Daconto

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Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha delegato il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro a esercitare i poteri di accesso e di accertamento nei confronti del Comune di Roma per valutare l'ipotesi di commissarimento. Intanto ieri, dal palco della Factory365, l'iniziativa dei giovani dem ideata come risposta ai venti di scissione soffiati nel partito fino a due settimane fa e trasformatasi, da quella scorsa, in tempestiva occasione di autoanalisi collettiva su cause e conseguenze di Mafia Capitale, Matteo Renzi in jeans e golfino rosso ha promesso: "Non lasceremo la capitale in mano ai ladri". Facendo però finta di niente sui 5mila euro versati da Buzzi&soci per cenare con lui il mese scorso.

Il clima nel PD

All'ex mattatoio di Testaccio consiglieri, dirigenti, amministratori del Pd locale hanno passato il tempo a scrutarsi l'un l'altro chiedendosi chi tra presenti e assenti sarebbe stato il prossimo a finire nel calderone. Vista la location, mancava solo di veder scorrere il sangue. Passano di mano le pagine di un quotidiano locale che da due giorni pubblica tutti i nomi che appaiono nelle carte dell'inchiesta, indagati e no. Chi non c'è tira un sospirone di sollievo. Gli altri si vede che non ci hanno dormito la notte. Tutti si arrovellano. Pochi ammettono di aver mai sospettato qualcosa. Che primarie e congressi fossero sempre state un po' farlocche magari sì, ma che dietro ci fosse addirittura la mafia quello proprio no. Salvatore Buzzi? E chi se lo immaginava. “E' vero, mi ha dato qualcosa per la campagna elettorale. Ma ho rendicontato tutto”. E poi se i finanziamenti pubblici no, quelli privati nemmeno, chi può permettersi di fare politica? Solo i ricchi di famiglia? Il ragionamento in fondo non fa una piega. Ma non basta a placare le ansie.

Nuovi particolari dalle carte

Da oggi ogni giorno è quello buono per nuovi arresti, per l'iscrizione di altri nomi nel registro degli indagati. Nel frattempo continuano a emergere particolari dall'informativa del Ros. Dai favori alla coop di Buzzi in cambio di posti di lavoro (un dirigente capitolino avrebbe aiutato la “29 giugno” a ottenere un appalto per la pulizia delle aree verdi negli stabilimenti di Ostia per far assumere due suoi nipoti, mentre il Campidoglio avrebbe dovuto versare 170mila euro, di cui 50mila destinati alla banda, per aprire, senza bando, uno studio medico per assistere gli immigrati in cambio di posti di lavoro per “i figli di dirigenti del Comune”) alle dritte di Massimo Carminati su come organizzare una campagna elettorale. Nelle intercettazioni non viene citato il nome del candidato in questione, ma l'ex Nar dimostra una stoffa da spin doctor: intanto “servono un paio di argomenti forti, sennò così siamo deboli”, poi “l'immagine, lo spot, lo slogan” e infine la location, “stiamo lavorando per la sede elettorale, poi dobbiamo fare i manifesti”. E c'è anche uno spaccato della bella vita riservata in carcere a chi era amico “der ciecato”: sigarette, libri, pacchetti regalo e “un sacco di solidarietà” da parte degli altri detenuti.

La rete di Mafia Capitale

Dalla Prefettura al Vicariato fino al Quirinale. Salvatore Buzzi vantava, o millantava, conoscenze in ognuno degli ambienti che contano. Pur di ottenere favori, agevolazioni, assegnazioni di appalti, la banda si raccomandava a chiunque ed era pronta a pagare. Pure la Prefettura. In una conversazione sul Centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto (vicino Roma) sui cui Carminati e Buzzi intendevano mettere le mani, è il secondo ad affermare che per risolvere un intoppo burocratico “se stamo a comprà mezza Prefettura”. E per farsi aiutare la cupola avrebbe potuto contare anche su “una persona al Quirinale”, sul Vicariato e sull'amicizia dell'attuale sottosegretario all'Agricoltura Giuseppe Castiglione quando era presidente della provincia di Catania e come subcommissario all'emergenza immigrazione poteva dare una mano con l'appalto per il Cara di Mineo.

Sciogliere il Comune?

La scorta no. L'unica cosa certa finora è che Ignazio Marino rinuncerà alla protezione della sua persona sollecitata dal prefetto Giuseppe Pecoraro. Per quanto riguarda invece il destino del Comune da lui guidato qualche dubbio resta. L'ipotesi di scioglimento per mafia è, come abbiamo già scritto, difficilmente percorribile. Mancherebbero gli estremi – un'infiltrazione completa, assoluta dell'amministrazione – e le conseguenze sarebbero drammatiche. Intanto per la figuraccia che non solo Roma, ma l'intero Paese farebbe a livello internazionale con i contraccolpi economici che si possono immaginare; poi per i risvolti locali che l'iniziativa innescherebbe: dalle elezioni anticipate al divieto di ricandidarsi per tutti gli attuali consiglieri, compresi quelli nemmeno citati dalle carte dell'inchiesta. Ma certo è che se nei prossimi giorni dovesse emergere il coinvolgimento di altri membri di spicco della maggioranza o addirittura della giunta capitolina, la possibilità di rispedire tutti a casa si farebbe più concreta. 

Ipotesi nuove elezioni

Ignazio Marino già ha detto di volersi ricandidare per un secondo mandato, ma se il presidente del partito e commissario del pd romano Matteo Orfini ha dichiarato che in caso di ritorno alle urne il candidato sarebbe appunto il chirurgo dem, Matteo Renzi non ha fiatato. Anche ieri ha evitato accuratamente di citarlo. Ha parlato di se stesso come modello positivo di sindaco e dell'ex di Venezia Orsini in chiave negativa. Ma su Marino nemmeno una parola. Un silenzio che pesa e che si spiega abbastanza facilmente. L'inchiesta ha sì ribaltato i rapporti di forza tra il sindaco e il suo partito, soprattutto a livello locale. Ma solo momentaneamente. E soprattutto solo parzialmente. Se a decidere chi dovrà essere il prossimo candidato sindaco di Roma del Partito democratico sarà solo Renzi (e non c'è dubbio che sia così), che Marino piaccia o non piaccia ai ras locali, è del tutto ininfluente. Perché Marino non piace a Renzi. Non gli è mai piaciuto e mai lo ha preso in considerazione, nemmeno adesso, come bandiera renziana per la Capitale. E poi quanto tempo passerà prima che, anche nel PD, qualcuno decida di inchiodare il sindaco a quelle foto che lo riprendono al fianco di Salvatore Buzzi, il capo di quella cooperativa che Marino, mentendo, ha detto di non aver mai conosciuto dopo avergli però promesso in campagna elettorale il suo primo stipendio da sindaco?

Pulizia nel Pd

Intanto il Pd locale rimarrà commissariato fino al nuovo congresso. Matteo Orfini ha intenzione di passare ai raggi x tutti gli 8 mila tesserati romani. Telefonerà a ciascuno di loro – magari non proprio lui in persona – per chiedere conto di come quando e perché hanno deciso di iscriversi al partito. Se riscontrerà anomalie chiuderà i circoli. Per esempio quelli che tengono le saracinesche abbassate tutto l'anno e si svegliano solo all'ora delle primarie. Nominerà una sorta di direttivo che lo affianchi in questo piano di risanamento totale. A parole, pubblicamente, tutti sembrano d'accordo. Ma le sacche di resistenza non mancheranno. C'è infatti già chi, a taccuino chiuso, si lamenta: “Così non è giusto”.


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