Carlo Puca

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10 febbraio 2008. Quel giorno, era un giovedì, sotto il titolo di "comunicato politico n° 1", Beppe Grillo pubblicava sul suo blog il primo manifesto dei 5 Stelle. Sulla home-page spiccava l'immagine del comico in versione Indro Montanelli, sguardo minaccioso e una mitica macchina da scrivere, la Lettera 22 sulle ginocchia. Insomma, dopo esperienze minori, debuttava ufficialmente il "duro e puro" moVimento grillino.

E lo faceva con propositi caparbi: lo streaming, la trasparenza amministrativa, la meritocrazia contro la partitocrazia, le iniziative di legge di proposta popolare sul Parlamento pulito, i condannati da cacciare, gli indagati (almeno) da non candidare. Cinque anni dopo, il moVimento è rimasto duro, ma si è fatto impuro. Lo streaming è completamente sparito dai radar, anzi dai wifi nazionale e internazionale.

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Le chat della compagnia di giro di Virginia Raggi hanno invece svelato la guerra totale che dilania l'intestino dei 5 Stelle, peggiore di quella che caratterizzò la Democrazia cristiana; allora, infatti, almeno si combatteva per correnti; oggi, tra i pentastellati, ogni singolo capataz fa da sé, mosso dall'obiettivo permanente di fregare l'altro, foss'anche il suo migliore amico. Figurarsi un nemico.

I dossier
È così che si è arrivati ai veleni, al presunto dossier fabbricato da tre ex consiglieri comunali contro Marcello De Vito per escluderlo dalla corsa al Campidoglio in favore di Virginia Raggi.

È sempre così che sono circolate le cattiverie sulla baby sitter assunta da Roberta Lombardi e messa a nota spese di Montecitorio. È ancora così che sono volate e volano brutte chiacchiere sul candidato premier in pectore, Luigi Di Maio.

Roma... che caos!
Il 5 agosto 2016 Di Maio venne informato via mail dalla senatrice Paola Taverna delle indagini sull'allora assessora all'Ambiente di Roma, Paola Muraro. Ma poi giurò di non averla letta. Non paghi, molti parlamentari rivelano sottovoce che nelle loro riunioni riservate "Luigi difendeva calorosamente Muraro" e anche Raffaele Marra (poi arrestato), Salvatore Romeo (indagato) e la stessa Raggi (idem). "Che interesse aveva?" sussurrano i suddetti con la classica risatina da complottista.

Non solo Roma
Si dirà: questo è il melmoso teatrino romano, chiunque lo calchi, prima o poi si sporca. Pensiero inesatto, i capataz cospirano ovunque. In alcuni luoghi (Ravenna, Rimini, Salerno, Caserta, Latina, la Regione Sardegna) i 5 Stelle hanno persino rinunciato a presentare le liste alle elezioni a causa degli scontri interni (dossier compresi).

In altri posti, per le tensioni, si sono auto eliminati dalla corsa per la vittoria, come a Milano e a Napoli, dove il battagliare tra Di Maio e Roberto Fico si è fatto insostenibile.

Il caso più pittoresco, tuttavia, rimane quello di Porto Torres, in Sardegna. Qui la capogruppo del M5s, Paola Conticelli, è stata espulsa perché "il mio compagno è un giornalista" nemico del sindaco Sean Christian Wheeler, detto "l'americano". Complimenti, manco Donald Trump sarebbe arrivato a tanto...

Il M5S e gli affari "di famiglia"
Tra l'altro, questo rimane l'unico episodio di espulsione per motivi parentali. Proprio i 5 Stelle, infatti, sono il gruppo politico più familistico d'Italia, a partire dai vertici.

Davide Casaleggio, dopo la morte del padre Gianroberto, ha ereditato società (la Casaleggio associati) e retroguida del partito (appunto, i 5 Stelle). Grillo ha creato l'Associazione moVimento 5 Stelle e si è nominato presidente. Come vice ha scelto il nipote, l'avvocato Enrico Grillo. Segretario è invece il suo commercialista, Enrico Maria Nadasi, membro del Cda della Filse, la finanziaria della regione Liguria, nominato (va da sé) in quota pentastellata.

Ma quale differenza?
E se Beppe fa così, figurarsi il resto: Senato, Camera, l'Europarlamento, Regioni e Comuni pullulano di parenti, fidanzati, amici degli eletti. O di trombati alle elezioni e riciclati come assistenti, nel solco della peggiore tradizione partitocratica. Insomma, altro che "lavoratori trasparenti, onesti e volenterosi, competenti e puliti" scelti su base curriculare e meritocratica, come annunciava nel marzo del 2013 la solita Lombardi.

E non parliamo di poca gente: solo i 15 eurodeputati pentastellati sommano 103 collaboratori, lo stesso numero medio di qualsiasi partito tradizionale.

L'occhio della magistratura
Smarrita la strada della diversità politico-antropologica (qual è la differenza con gli altri?), pure la magistratura, un tempo vicina alle istanze dei 5 Stelle, ha cominciato a dubitare. E ci ha messo la testa.

Ai primi avvisi di garanzia, il comico-leader ha reagito così: gli avversari politici "ci stanno combattendo con tutte le armi, comprese le denunce facili, che comunque comportano atti dovuti come l'iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia". Ma i principali guai giudiziari sono tutt'altro che "denunce facili", anzi: riguardano la losca faccenda delle firme false raccolte per le comunali palermitane del 2012 e i pasticci di Virginia Raggi (e relativa corte) al Campidoglio.

Per metterci una pezza, Grillo e Casaleggio hanno imposto, il 3 gennaio 2017, il nuovo Codice etico (Leggi qui cosa prevede). Stabilisce l'obbligo di dimissioni solo in caso di condanna di primo grado e, comunque, non per i reati di opinione. Inoltre, fatto più importante, l'avviso di garanzia non comporta più la sospensione o l'espulsione, tantomeno le dimissioni.

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Dov'è finita la vera natura grillina?
Sono tutte indicazioni, queste, che negano la storica natura grillina. Già il 10 dicembre del 2009, infatti, il comico genovese aveva diffuso il "Non Statuto". All'articolo 7 prevede, per candidati e iscritti, il criterio dell'esclusione per qualsiasi procedimento penale in corso e l'obbligo di informare il moVimento.

Era quello il periodo in cui Luigi Di Maio diceva: "Non sono a favore della presunzione d'innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare". Ancora più netto risultava Grillo: "Basta essere indagato e sei fuori".

Ecco, gli indagati. Alla nascita del M5s, il comico li etichettava come "diversamente onesti". Nel corso degli anni la presunzione d'innocenza proprio non è esistita, valeva lo slogan "o-ne-stà, o-ne-stà", tanto è vero che a ogni sospiro dei pm sui politici, corrispondeva una richiesta di dimissioni. Grillo arrivava a coniare la rubrica L'indagato del giorno e a maramaldeggiare sugli avvisi di garanzia al Pd ("Sono comei rotoloni Regina, non finiscono mai...").

A volte, anche quando indagati non ce n'erano, la ghigliottina pentastellata si abbatteva lo stesso, anche per bocca dei vari Di Maio, Fico e Alessandro Di Battista contro Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Giovanni Toti e altri ancora.

Anche perché, nel frattempo, le norme etiche del moVimento si facevano sempre più stringenti. È accaduto coni regolamenti emanati nel 2013 e nel 2014 e con il codice di comportamento per i candidati a Roma, approvato nel febbraio 2016, con il quale debutta pure la multa da 150 mila euro per i renitenti alla linea di Grillo.

A ottobre 2016 l'asticella si è alzata ancora, con la modifica dell'articolo 5 del Non Statuto. Introduce una sospensione di 24 mesi costruita ad personam contro l'irriducibile sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che perciò molla il moVimento per fondarne uno suo.

La forca giustizialista sempre più stretta
Insomma, per molti anni la strategia di Grillo e dei due Casaleggio (prima Gianroberto e poi Davide) è stata chiarissima: più i 5 Stelle si impantanavano, più stringevano la forca giustizialista. E per due ragioni.

La prima era mediatica: il continuo rilancio sulle manette facili serviva a distrarre l'opinione pubblica. La seconda ragione era invece interna: con le sospensioni ed espulsioni selettive, infatti, Grillo e i Casaleggio hanno potuto liberarsi delle figure per loro più scomode.

Due pesi, due misure
I vari fulmini giudiziari che hanno investito il moVimento segnalano infatti una disparità di trattamento impressionante. Per citare un caso dimenticato, nel 2013, in Piemonte, due consiglieri regionali (Davide Bono e Fabrizio Biolè) vennero indagati per rimborsopoli, ma poi archiviati. Bono è stato ricandidato come governatore, Biolè fatto accomodare fuori dal moVimento, proprio come Pizzarotti.

Nel febbraio 2016 è invece esploso il caso-Quarto. Nel paesone in provincia di Napoli, Rosa Capuozzo è stata espulsa dopo aver respinto la richiesta di dimissioni da sindaco avanzata da Grillo perché "siamo il moVimento 5 Stelle e non un Pd qualsiasi...". Il Comune era stato infatti investito da un'inchiesta su presunte infiltrazioni camorristiche partita dai ricatti del consigliere comunale M5s, Giovanni De Robbio, ai danni della prima cittadina.

In questo caso, siamo all'apoteosi del procedere selettivo. Capuozzo è stata infatti ignorata dai vertici nazionali del suo movimento anche quando si addentrava in operazioni discutibili. A parte il fatto di abitare in una mansarda abusiva, la sindaca ha: mantenuto l'appalto del marito tipografo con il municipio; cancellato la convenzione comunale con la squadra anticamorra Nuova Quarto Calcio per la Legalità; revocato la pubblicazione del Puc (Piano urbanistico comunale) approvato dalla commissione prefettizia insediatasi al Comune dopo il precedente scioglimento per camorra. Soltanto dopo è spuntato il presunto ricatto. Sul quale, comunque, lo stato maggiore grillino ha inizialmente difeso, come un sol uomo, la prima cittadina.

Capuozzo, per dirla chiara, è stata espulsa quando ha ammesso che al M5s sono andati "anche i voti sporchi" e ha detto che "Di Maio e Fico lo sapevano", trascinandoli nella polemica politica e giudiziaria. Altrimenti Rosa sarebbe ancora lì a esercitare le sue pratiche amministrative in nome e per conto dei 5 Stelle.

Ancora: nel maggio del 2016, il sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, ha annunciato di aver ricevuto ben due avvisi di garanzia, poi archiviati, dei quali però non ha detto nulla ai vertici del moVimento. Per un uguale silenzio, Pizzarotti è stato messo alla porta, Fucci è ancora lì, né sospeso né espulso.

Così anche il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, indagato per abuso d'ufficio per lo stanziamento di quasi 40 mila euro all'anno per rimborsare agli amministratori le spese per raggiungere il Comune.

Attenzione, però: tale strategia della "doppia morale" (affettuosi con gli amici, feroci con i nemici) ha funzionato benissimo. Finora, stando ai sondaggi, a ogni crisi nei 5 Stelle è seguito un avanzamento nel gradimento degli italiani: la Medusa-Grillo è sempre stata capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo da giustiziere, nessun Perseo è riuscito a ucciderlo.

Tuttavia, il gioco ha retto finché ha potuto. Ovvero fino al dicembre del 2016, quando a Palermo, dopo un servizio de Le Iene di Italia Uno, la procura ha scoperto l'esistenza di almeno 200 firme false, indispensabili per presentare la lista del M5s alle comunali del 2012. 

Tredici gli indagati pentastellati, compresi due deputati regionali, Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, che hanno confermato la vicenda e si sono autosospesi, e i parlamentari nazionali Riccardo Nuti, Giulia Di Vitae Claudio Mannino, poi sospesi dal moVimento.

Sospesi, appunto, non espulsi, mentre in passato altri parlamentari e sindaci erano stati cacciati per molto meno.

Quanto a Raggi, è certo, però, che tra omissioni, bugie, chat, nomine, inchieste giudiziarie, avvisi di garanzia, sembra, parafrasando Grillo, "un Pd qualsiasi". Anzi peggio perché, stando alle indagini della Procura di Roma, dopo aver promesso trasparenza e onestà, avrebbe licenziato i puri (Marcello Minenna, Carla Raineri) per circondarsi di impuri, gli indagati Paola Muraro e Salvatore Romeo e l'arrestato Raffaele Marra.

È evidente: difendendo Virginia ("Er sinnaco de Roma nun se tocca"), la Medusa Grillo difende anche il suo discutibile giro. E se alla fine fosse proprio Raggi l'involontario Perseo contemporaneo?

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