Luigi Di Maio: perché è nei guai (a partire da Roma)

Non è solo il caso Marra a mettere in discussione la figura del grillino. La responsabilità politica del fallimento romano è anche e soprattutto sua

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Il vice presidente della Camera Luigi Di Maio con la sindaca di Roma Virginia Raggi alla Camera di Commercio di Roma durante la conferenza di presentazione del sito internet dei comuni del M5S, 8 febbraio 2017. – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Claudia Daconto

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Alla fine dello psicodramma che dal giorno dell'incoronazione di una grillina a sindaco della Capitale si sta consumando in Campidoglio, non saranno stati i numerosi professionisti blanditi, arruolati e cacciati nell'arco di poche settimane, non l'incredibile assessore Paolo Berdini che prima rilascia dichiarazioni al vetriolo contro il suo sindaco e poi accetta di rimanere al suo posto ma “con riserva” e nemmeno la stessa Virginia Raggi a pagare il prezzo più alto all'eccesso di fiducia mal riposta, alla propria ambizione e alla esorbitante considerazione delle proprie capacità. No, chi rischia di rimanere più rovinosamente degli altri schiacciato sotto il peso di tutte queste colpe messe insieme è Luigi Di Maio.

Luigi Di Maio, il pupillo – insieme ad Alessandro Di Battista – del guru scomparso Gianroberto Casaleggio e del fondatore e garante politico del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Il candidato premier in pectore di quello che tanti attivisti sognano ancora come il “futuro governo Di Maio”. Colui che per sentirsi perfettamente a suo agio nel ruolo che gli hanno cucito addosso, si infila da anni in abiti su misura e ricalca linguaggio e movenze da statista per non farsi dare dell'inadeguato al suo primo appuntamento con la storia quando, lui già ci si vede, sarà chiamato a giurare nelle mani del presidente della Repubblica e gli toccherà stringere quelle di tutti i capi di Stato e di governo del mondo che gira nel tempo libero.

Un predestinato, per penuria di alternative. Punta di diamante di una classe dirigente che definire acerba è un pietoso eufemismo e che alla sua prima vera prova di governo, a Roma, ha dimostrato tutti i suoi limiti, le proprie ossessioni e lacerazioni interne. E di cui Di Maio, più di chiunque altro (a parte lo stesso Grillo) ha la maggiore responsabilità in quanto, appunto, “responsabile” degli enti locali con il compito di supervisionare, dirigere, bloccare, autorizzare, bocciare o appoggiare le mosse di sindaci, assessori e consiglieri, in particolare di quelli che hanno avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto (Roma) nel momento giusto (il crollo dei partiti di centrodestra e centrosinistra messi fuori gioco dal marchio infamante di mafia capitale).

La responsabilità politica
Quanto sta emergendo dalle inchieste che riguardano i protagonisti di questa prima fase di governo grillino della Capitale - quella sull'ex assessore ai Rifiuti Paola Muraro e sulle nomine sospette di Raffaele Marra e Salvatore Romeo, con contorno di polizze a insaputa della beneficiaria - chiama in causa in prima persona il giovane presidente della Camera. Il fatto che a suo carico non sia stata formulata, almeno finora, alcuna ipotesi di reato non lo solleva infatti dalla responsabilità politica che il suo ruolo comporta. Non serve certo un Tribunale per stabilire se una città è mal amministrata. Non serve che un pm indaghi su una promozione per dubitare della sua leicità morale. Come non serve avere una laurea per capire cosa c'è scritto in una mail.

Adesso poi viene fuori che Di Maio potrebbe aver mentito anche fino a domenica scorsa, in occasione dell'intervista concessa a Lucia Annunziata, sui suoi rapporti con Raffaele Marra. Il quale, detenuto dal dicembre scorso con l'accusa di corruzione per fatti risalenti a prima dell'assunzione del suo ruolo al fianco di Virginia Raggi e con lei indagato per abuso d'ufficio, non vede l'ora di poter dire anche la sua. Secondo vari quotidiani, a differenza di quanto sostenuto in tv, non sarebbe affatto vero che Di Maio avrebbe voluto cacciare Marra dal Campidoglio già nel luglio scorso e che ad impedirglielo sarebbe stata l'ostinazione del sindaco a volerselo tenere accanto. Una versione opposta sarebbe infatti contenuta in un suo presunto sms in cui lo definisce “un servitore dello Stato” e che il 10 agosto Virginia Raggi avrebbe inotrato a Marra per tranquillizzarlo rispetto alla sua posizione. Per carità, Di Maio potrà sempre difendersi sostenendo che quell'sms è stato manomesso o riportato parzialmente come, tra l'altro, ha già prontamente fatto in un post sul blog di Grillo.

Noi gli crediamo. Lo screenshot del messaggio originale dimostra infatti che Di Maio non ha definito Marra “uno dei miei” come riportato da La Repubblica. Il testo integrale recita infatti: “Quanto alle ragioni di Marra. Aspettiamo Pignatone. Poi insieme allo staff decidete/decidiamo. Lui non si senta umiliato. È un servitore dello Stato. Sui miei il Movimento fa accertamenti ogni mese. L'importante è non trovare niente”.

Tuttavia, il problema non è tanto quello che Di Maio scriveva di Marra ad agosto, il problema è che tutti i controlli che, a detta dello stesso Di Maio, il Movimento farebbe ogni mese, non siano serviti a gettare il benché minimo dubbio sul suo conto e che non si sia voluto prendere in considerazione l'allarme lanciato a settembre da Roberta Lombardi.

E, a nostro avviso, un problema ancora più grave è che nonostante tutti gli sforzi profusi fino ad oggi per tentare di rimetterlo sui binari, il treno del Movimento 5 Stelle a Roma continua a deragliare. Le promesse elettorali, a parte quella di negare le Olimpiadi, sono rimaste tutte lettera morta. Gli scarni risultati ottenuti dall'amministrazione in questi mesi sono stati più che altro il frutto di un lavoro impostato dalla giunta Marino e dalla successiva gestione commissariale.

Quanto ancora può reggere, per giustificare i propri ritardi, l'alibi dei disastri lasciati dalle precedenti amministrazioni se pure i pochi autobus in più messi in circolazione furono comprati dall'ex sindaco? E se oggi la giunta grillina può fare quei bandi di cui con tanto orgoglio rivendica il merito, non sarà perché anche chi è venuto prima è riuscito a chiudere dei bilanci nei tempi e nelle modalità opportune (senza peraltro avere a disposizione i due mesi di tempo in più concessi lo scorso anno dal governo Renzi?)

Per questo la posizione di Luigi Di Maio appare critica. Marra o non Marra. Se Roma doveva essere il banco di prova delle capacità governative del Movimento 5 Stelle in prospettiva nazionale e il banco è saltato, Di Maio, che del banco è stato il mazziere, non potrà infatti non saltare insieme ad esso.

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