Politica

Luigi Di Maio, sotto la cravatta niente

Si candida a governare l'Italia per conto dei 5 stelle. Ma parole, opere e omissioni degli ultimi anni ne svelano l'inconsistenza

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Il candidato premier del M5S Luigi Di Maio a Milano per incontrare i lavoratori impegnati nello spazio di coworking Tag, 25 settembre 2017 – Credits: ANSA / MATTEO BAZZI

Contro la minaccia terroristica dell'Isis può vantare un'esperienza fondamentale: il passato da steward allo stadio San Paolo di Napoli. Sui temi economici s'è invece formato lavorando nell'azienda di famiglia (di tre dipendenti) e fondando una start up informatica che fattura meno di un ciabattino part-time. Quanto alla cultura, la credibilità gli deriva dalla lunga militanza da fuori corso alla facoltà di ingegneria prima e giurisprudenza poi: un'epopea di esami mai dati.

In politica il pedigrèe è ancora più prestigioso; conta ben 266 voti totali, così distribuiti: 77 alle comunali di Pomigliano (parenti compresi), 189 alle parlamentarie grilline (idem). Insomma, Luigi "Giggino" Di Maio è forte di un curriculum impareggiabile. Al ribasso, va da sé. La (presunta?) inadeguatezza del ragazzino di Pomigliano d'Arcoè il tema politico del momento.

Il pupillo di Beppe Grillo si candida infatti a governare l'Italia e - si spera - anche l'italiano, una lingua a lui ostile fin dalla sua prima uscita pubblica, cioè in un video del 2010 nel quale si presentava inciampando su un "che eravamo" al posto di un "che fossimo". Robetta.

Più avanti avrebbe fatto peggio con tre memorabili tentativi di azzeccare il congiuntivo giusto - "che spiano", no; "che spiassero", no; "che avessero spiato" - in un solo tweet di 140 battute. Esperienze fantozziane ripetute più volte, di cui c'è ampia traccia sul web.

È anche così che negli anni il Movimento ha disperso il patrimonio iniziale di simpatia anche da parte del mondo imprenditoriale. Sarà un caso, ma dalla convention di Ivrea di aprile 2017 a quella del 22 settembre a Rimini, il M5s ha perso il suo tesoretto di finanziatori più o meno occulti. Alla vigilia dell'appuntamento romagnolo, Grillo è stato finanche costretto a lanciare un appello "col cuore in mano" per chiedere soldi ai suoi sostenitori.

Gli imprenditori, infatti, non scommettono più sui grillini al governo. E forse proprio perché c'è lui, il bel pasticcione tutto sorrisi e scivoloni, anche personali: come la gaffe sulla sua laurea mancata, "che non ho preso per non approfittare del mio ruolo da vicepresidente della Camera".

Sul fronte accademico Giggino si era già segnalato per la figuraccia dell'8 maggio 2017 alla Harvard University di Boston, aperta da uno strafalcione in inglese alla Totò e Peppino - "First of us" invece che "first of all" - seguita dai sorrisini per l'esposizione della bizzarra tesi sulla questione siriana "su cui far intervenire paesi come Venezuela e Cuba". Avanti popolo alla riscossa...

Sul fronte internazionale, nell'estate del 2017 si è fatto conoscere anche dai francesi (costretti a smentire una sua millanteria su una sollecitazione per l'invio di aerei antincendio nella fase dell'emergenza), dai rumeni indignati per la frase sul "40 per cento di loro che arrivano in Italia con un passato da delinquenti" e per un incidente con Israele, accusato - nel 2016 - di ostacolare l'ingresso di una delegazione grillina a Gaza.

Resta agli atti anche l'uscita contro Matteo Renzi, paragonato "a Pinochet in Venezuela". Cile, gli fecero notare persino i suoi fan. Non è andata meglio con la declinazione dei suoi ispiratori politici: prima Enrico Berlinguer e poi Giorgio Almirante; quindi, dopo le proteste a 360 gradi della base, un tentativo di ripiegamento sull'evergreen Sandro Pertini, sul cui confronto la rete s'è sbellicata a lungo

Come per la gaffe sullo "psicologo Gallini", confuso con il noto sociologo Luciano Gallino, oppure quella sui parlamentari coni vitalizi d'oro quando Di Maio inserì "un certo Boneschi" nell'elenco. Peccato che Luca Boneschi fosse morto da tempo.

Sul fronte fotografico, si passa dai selfie (a sua insaputa, per carità) col parente di un boss dei Casalesi, alle immagini su Vanity Fair in pose da divo di Hollywood, con tanto di vanterie sessuali.

E se del narcisismo di Di Maio si può sorridere, la gaffe sui malati di tumore, invece, nel luglio 2016, fu pesantissima: denunciò "la lobby dei malati di cancro" quasi fosse un'associazione a delinquere.

Anche sul piano politico, però, c'è poco da scherzare. Da quando Di Maio è stato nominato responsabile degli Enti locali, se ne sono viste di tutti i colori, dal caso Quarto - dove avallò liste poi scopertesi inquinate dalla camorra e prendendo le distanze dalla sindaca Rosa Capuozzo soltanto dopo averne difeso l'operato - all'apocalisse delle ultime amministrative: il flop di Parma, la spaccatura di Genova, le liti di Milano, gli scandali siciliani.

A Roma il disastro della giunta Raggi è in gran parte riconducibile proprio al suo tutoraggio all'amica Virginia, sindaca di una giunta costellata di nomine di inquisiti, dimissioni, inchieste e veleni. Ecco: il 6 settembre 2016 Giggino addirittura dichiarò di non aver saputo leggere la mail che lo informava dell'indagine a carico dell'assessore Paola Muraro. Un'altra perla per il ragazzo che vanta di avere grande esperienza nel settore informatico. Ma che ha problemi con la posta elettronica.

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