(Ansa)
Politica

L'Italia e il problema delle regole

L'emergenza Coronavirus ha dimostrato la nostra storica tendenza a non rispettarle ma anche a farle in maniera molto, troppo confusa

Che in Italia abbiamo (quasi) tutti un problema atavico con le regole è cosa nota, sia che si tratti di farle che di rispettarle. E da questo punto di vista l'emergenza Coronavirus non ha fatto altro che confermare questa triste caratteristica. A cominciare dalle migliaia di persone che incuranti di tutto girano bellamente pre strada, passeggiando, oppure provando ad andare alla casa sul mare per il weekend, o anche quelli che «stavo facendo un giretto in bicicletta» ed erano a 75km da casa o chi in un giorno è andata undici (ripetiamo, 11) volte al supermercato. Per non parlare di chi apre le fabbriche (di nascosto) perché bisogna fatturare… o delle grigliate di gruppo, delle particelle a calcetto. Insomma, nelle quasi 20 mila persone colte con le mani nel sacco c'è davvero l'intero campionario della nostra stupidità.

Ma non è che i politici stiano facendo figura migliore. A cominciare dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in queste settimane ha inventato un nuovo modo di fare e presentare alla gente le regole. Abbiamo infatti assistito il 7 marzo scorso al decreto sulla prima chiusura, presentato all'1 di notte, preceduto però fin dal primo pomeriggio dall'uscita di diverse bozze che hanno fatto il giro del paese scatenando il panico e portando migliaia di persone a scappare da Milano per tornare a casa, al sud, portando con se anche una bella dose di Covid-19.

Non contento ecco il bis con il decreto sul lockdown di tutto il Paese e la chiusura delle fabbriche della settimana successiva, anche questo annunciato di sabato sera (tardi) ma senza il decreto stesso. Ci sono volute infatti 24 ore di attesa per avere la lista precisa ed ufficiale delle aziende che sarebbero rimaste aperte. Ore trascorse con industriali ed artigiani che non avevano certezze sul loro futuro. Il caos.

Dato che non c'è il due senza il tre ecco che il Premier ha pensato bene di fare lo stesso anche per l'ultimo suo atto, il Decreto Liquidità. Il copione è sempre lo stesso: diretta social, reti unificate, tante belle parole ma nessun documento ufficiale. Sono infatti passati due giorni ore ed ancora si sta aspettando il testo definitivo, completo, chiaro, con i deattagli, le condizioni dei prestiti. Così, giusto per sapere a che tasso le banche versano i soldi alle aziende, in quali tempi il denaro sarà effettivamente disponibile ed altre cose vitali per chi ha un'attività bloccata, ferma, per non dire morta ed è alla disperata ricerca di denaro.

Potrebbe bastare così ma c'è forse di peggio: da giorni infatti Regione Lombardia e Governo si stanno rimbalzando la responsabilità della mancata creazione della Zona Rossa a Nembro ed Alzano Lombardo. Un errore che ha causato una vera e propria strage, dicono in molti. Fontana attacca Conte che contrattacca: «dovevi decidere tu», «no, potevi decidere anche tu da solo». E' chiaro che non sapremo mai chi abbia sbagliato e perché. Intanto però il danno, enorme, è stato fatto. La cosa curiosa è che ad ogni conferenza stampa (senza decreto) Conte ci spiega che «ci sarà poi un tempo per criticare»; poi, sia chiaro, non adesso che siamo in emergenza. Sarebbe fuori luogo. Eppure ci piacerebbe avere una risposta immediata sugli errori commessi in Val Seriana e non per il vezzo di chiedere la testa di qualcuno ma per evitare che in futuro si possano ripetere gli stessi errori da un'altra parte. Salvando così un po di vite umane.

Se non vi bastassero tutte queste assurdità ecco quella che ha scatenato più di altre l'ironia (altra dote italica) sui social. Stiamo parlando delle autocertificazioni, che, ammettiamolo, le abbiamo cambiate più volte dei pantaloni che indossiamo chiusi in casa dall'inizio di marzo.

In realtà c'è ben poco da ridere. Perché più la situazione è grave e più le regole dovrebbero essere certe, chiare, rispettate da tutti. Purtroppo, comunque vada a finire la quarantena, da questo punto di vista abbiamo già perso.

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