L'ideologia del giurista vanesio inquina la politica

Non è Napolitano il problema. La incredibile ed eccezionale rielezione di un presidente quasi novantenne è una sfida alla vanità dei chierici traditori

Picchetto d'onore all'uscita da Montecitorio di Giorgio Napolitano dopo il giuramento da Presidente della Repubblica, Roma, 22 aprile 2013. (Credits: Ansa/Angelo Carconi)

Giuliano Ferrara

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Non fossero terribilmente vanitosi e rancorosi, i Serra e Zagrebelsky e Spinelli e Rodotà, e altre varie figurine del teatrino della società civile indignata, rifletterebbero su quel che li ha fregati (e che sta cominciando a fregare le loro proiezioni televisive come Fazio, Saviano, Gabanelli e compagnia). Non è Giorgio Napolitano, perché vecchio, cattivo e comunista, che ha fatto cadere il muro di separazione tra le due Italie ovvero la presunzione antropologica della sinistra faziosa e moralista, che non può governare con le truppe di Silvio Berlusconi e dei suoi 9 milioni di voti neanche quando si renda obbligatorio per via dei numeri parlamentari.

Al contrario, è proprio la bassezza, la rischiosa vischiosità e l’ideologismo a sfondo violento del partito degli indignati l’ostacolo alla liquidazione politica del Cav., combattuto da vent’anni con metodi rozzi, irrealistici, sbagliati e manipolatori e per questo confermato il Grande Misirizzi, quell’omino che più lo butti giù e più si tira su.

Il giurista vanesio è la nuova controfigura dell’eroe politico senza macchia e senza paura. In salotto, nelle biblioteche e sopra tutto su giornali e riviste si riempie la bocca di libertà (Zagrebelsky) e poi scava nei limiti al diritto di proprietà neanche fossimo nel Chiapas (i beni comuni del candidato sfortunato Rodotà). Predica la Costituzione più bella del mondo, appaiandosi al Grande comico nazionale Benigni, ora un po’ in ombra nell’Auditel dove domina il comico cinico della politica, e tradisce il proprio dovere di revisione critica di una Carta che contiene criteri immortali ma anche aspetti caduchi e francamente al di sotto delle esigenze di una efficiente e profonda democrazia moderna.

Al fondo di tutto, nel giurista-opinionista-giustizialista, c’è il fatto che la sua ideologia non libera lo stato di diritto dal velo della corruzione antropologica e politica ma corrompe precisamente lo stato di diritto, induce alla partigianeria le schiere della magistratura requirente, inquina la politica, blocca il sistema, paralizza la capacità di decidere liberamente del Parlamento, alimenta la spirale tenebrosa e farlocca della rivolta di rete e di piazza, e fa molti altri guai (di cui si è accorto anche Luciano Violante).

Al fondo c’è un problema, che aveva afflitto anche il vecchio Giorgio Bocca quando cominciò a straparlare e a strascrivere della vitalità e delle ragioni dei terroristi delle Brigate rosse. Se non lo definiamo, non capiremo mai che quando si parla di vanità, a proposito di anziani signori & signore intenti a suonare la grancassa combattente degli «incazzati», si parla di qualcosa di molto preciso, qualcosa che si impone per ragioni intime, personali, irrecusabili.

Il problema è il rapporto con i giovani, che sono anche l’immagine della cara gioventù perduta. Le personalità che vellicano lo stato adolescenziale della politica italiana, che non accettano concetti politicamente maturi e amari come quello di necessità politica, di disciplina verbale, di accettazione del compromesso, insomma le linee guida del discorso alle Camere del presidente che fu eletto due volte, nutrono in sé questa forma di adulazione dell’infanzia del mondo e della società, vogliono fortemente sopravvivere, e a ogni costo, alla linea d’ombra che ormai divide noi ultrasessantenni dal passaggio di generazioni.

Invece è così bello e giusto e buono rendersi utili con una severa ma cordiale pedagogia democratica e liberale a chi viene dopo di noi, a chi non ha avuto strumenti simili ai nostri per conoscere e capire, e ne ha di diversi, come sempre ambigui o ambivalenti nella loro novità. Il senso della storia, della politica, della convivenza civile come tecnica e come anima della democrazia: sono modi di essere del pensiero che le generazioni più vecchie dovrebbero tenere per cari, invece di buttarsi nella mischia per riemergerne con qualche tweet in più e qualche anno in meno.

La incredibile ed eccezionale rielezione di un presidente che ha quasi novant’anni, ed esprime la forza delle sue idee, non di quelle prese a prestito dalle mode, dai carismi pietosi del puritanesimo da quattro soldi, è una sfida alla vanità dei chierici traditori, dei megafoni spesso anche inconsapevoli delle folle urlanti che vogliono bastonare i deputati di ogni schieramento al grido di Rodotà-tà-tà.

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