L'identikit del Presidente della Repubblica

Il profilo del nuovo inquilino del Quirinale deve avere caratteristiche precise, al di là del consueto toto candidati

Palazzo del Quirinale – Credits: Claudio Onorato/Ansa

Sabino Labia

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Il Presidente della Repubblica italiana, per nostra fortuna (e ci auguriamo che questa buona sorte continui ad accompagnarci ancora per lungo tempo), rappresenta l’ultima certezza, o forse l’ultimo baluardo di un Paese in costante declino.

Pur sostenendo l’assioma che Presidenti non si nasce ma si diventa, rimane tuttavia il fatto che, dal 1946 a oggi, da Enrico De Nicola a Giorgio Napolitano, tutti gli inquilini che si sono susseguiti al Quirinale, con i loro pregi e con i loro difetti, portavano in dote, al momento del loro insediamento, un elevato profilo professionale e personale.

A tal proposito piace rileggere quello che scriveva Vittorio Gorresio su La Stampa in occasione dell’elezione di Giovanni Leone sull’importanza di questa figura per il nostro Paese: il Capo dello Stato italiano non è soltanto il personaggio decorativo che conferisce le onorificenze, riceve i rappresentanti diplomatici, inaugura le fiere campionarie, etc… Il Presidente della Repubblica italiana è, invece, un uomo-organo con essenziali funzioni di guida, di custodia e di intervento in quel difettosissimo ingranaggio che è il nostro Stato democratico-parlamentare. Egli è fornito di una tale massa di potere che la posta nel gioco di ogni elezione presidenziale ha un valore politico pressoché incomparabile.

Ergo, se vogliamo trarne una conclusione, al Colle più alto (come in politica si suole indicare il Quirinale) non ci può andare il primo che passa solo perché piace e può essere ritenuto malleabile dal leader politico di turno.

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Il gioco dei candidati

Detto questo è indubbio che, quando si arriva al momento della scelta del Presidente, perché di questo si tratta di una vera e propria scelta, immediatamente parte l’ormai tradizionale gioco dei cosiddetti papabili.

I nomi si sprecano anche perché, come sempre accade in Italia, una nomination non si nega a nessuno, ed ecco che la rosa dei nomi vede i suoi petali aumentare a dismisura fino a diventare una margherita. Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Castagnetti, Sergio Chiamparino, Piero Fassino, Francesco Rutelli, PierFerdinando Casini, Emma Marcegaglia, Linda Lanzillotta e chi più ne ha più ne metta. Naturalmente, proprio perché siamo un popolo sobrio e modesto, nessuno di questi nomi, o altri che, per rispetto delle istituzioni, abbiamo volutamente evitato di citare, ha pensato bene di tirarsi fuori da questo gioco anche solo con una dichiarazione di circostanza.

A completare il quadro della situazione, negli ultimi giorni si è diffusa la notizia che per il prossimo Capo dello Stato bisognerebbe attuare il metodo Cossiga o il metodo Ciampi, quasi si trattasse di un sigillo di garanzia per una buona elezione, come se gli altri Presidenti non fossero degni di menzione per il solo fatto che non sono stati eletti al primo scrutinio.

Le elezioni precedenti

Detto che ogni elezione fa storia a sé e deve essere letta indissolubilmente nel contesto storico in cui essa è avvenuta, aggiungiamo soltanto che anche Enrico De Nicola fu eletto al primo scrutinio con il sostegno di tutti e tre i principali partiti (DC, PCI e PSI), ma il contesto storico, appunto, lo richiedeva.

A questi nomi aggiungiamo, però, che Sandro Pertini (il Presidente più amato) fu eletto al sedicesimo scrutinio con 832 voti e Giuseppe Saragat addirittura al ventunesimo dopo che Pietro Nenni decise di farsi da parte per il bene dello Stato. In entrambi i casi gli osservatori italiani e stranieri non esitarono a scrivere l’uomo migliore nella maniera peggiore.

A questo punto non ci resta che augurarci che anche per il prossimo inquilino del Quirinale, i Grandi Elettori decidano di scegliere la guida migliore per l’Italia senza pensare che da questa sia possibile trarne alcun beneficio personale.

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