La Lega Nord ed il prossimo Segretario

Divisioni interne e non solo tra maroniani e bossiani; ecco il Carroccio che cerca un nuovo capo

I militanti della Lega Nord, a Pontida, durante un radono (Credits: ANSA/ PINO FARINACCI)

Paola Sacchi

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Veneti contro veneti; e veneti contro lombardi. È il film che è andato in onda giorni fa in Via Bellerio nell’acceso vertice di un quartetto, che ha visto due coppie contrapposte: Roberto Maroni e Flavio Tosi contro Luca Zaia e Massimo Bitonci, ex sindaco di Cittadella, famoso per le ordinanze contro i clandestini. Bitonci  e il governatore veneto Zaia che non vogliono più Tosi a capo della Liga veneta e chiedono un nuovo congresso e Maroni dalla parte di Tosi, pur sottolineando che in ogni caso devono essere i veneti a decidere. Sullo sfondo il cambio di vertice alla guida della Lega. Con l’incognita: resterà Maroni segretario o alla fine al suo posto andrà Tosi, come si dice che il neogovernatore lombardo e segretario leghista vorrebbe? Ma se in Veneto non lo vogliono più neppure a capo della Liga? Insomma, quello che doveva essere il festeggiamento di una meritata vittoria per la conquista del Pirellone, per Maroni si sta rivelando un vero e proprio rompicapo.

La Lega Nord, quella con un uomo solo al comando per oltre vent’anni, l’uomo in canottiera che al congresso di Pieve Emanuele nel 1991 federò tutte le leghe, riuscendo nel miracolo di mettere insieme veneti e lombardi, che stavano tra loro come cani e gatti, è immagine della preistoria.

La Lega che «ce l’ha duro» (Umberto Bossi proprio a Pieve Emanuele coniò il suo slogan più celebre), per uno spietato paradosso della storia certifica il suo tracollo proprio nel momento in cui ottiene la vittoria più grande. Una vittoria storica. Il sogno di una vita: quella di Umberto Bossi e di Roberto Maroni. Con Maroni neogovernatore della Lombardia, Zaia del Veneto e Roberto Cota del Piemonte, scatta l’era della macroregione di Gianfranco Miglio, o euroregione, come preferisce chiamarla Maroni.

Ma La Lega è uscita dalle urne elettorali dimezzata: dall’8 per cento del 2008 al 4,4 per cento del 25 febbraio e soprattutto dissanguata in Veneto.  L’immagine più forte della caporetto leghista è quella di Treviso: nella sua città modello il Carroccio tracolla all’8%. Ma la città veneta dove la Lega perde di più è proprio la Verona di Tosi con un secco meno 19% rispetto alle regionali. In tutto il Veneto, la Lega perde il 25% rispetto alle regionali del 2010 e il 17% rispetto alle politiche del 2008. Le Idi di Marzo leghiste, come definisce questa debalcle il sito www.piazzolanotizia.it diretto dall’ex direttore della Padania, Stefania Piazzo, lasciano sul campo della Padania un lungo elenco di morti e feriti, certificato dalle urne. E con un killer acclarato: il M5S di Beppe Grillo che ha dissanguato i padani.

L’elenco delle perdite leghiste si è inabissato nei risultati elettorali nazionali ed è stato di fatto oscurato dalla vittoria storica di Maroni in Lombardia. Se il Leon in Veneto tracolla dal 27 al 10 per cento, la Lombardia va un po’ meglio ma anche lì è batosta: dal 21,61 per cento al 12,92 per cento, persi in tutto 590.000 voti. In Piemonte e in Liguria la Lega è al lumicino, in Emilia e Romagna (nel gergo leghista sono due regioni) pure: il maroniano Fabio Rainieri, l’uomo delle quote latte, non ce l’ha fatta. Nella «Padania» più verde (Lombardia, Veneto, Piemonte) il Carroccio ha perso per strada un tesoro di 1.329 milioni di voti.

Se non ci fosse stata la vittoria di «Bobo», altro che resa dei conti sarebbe scattata. Ma lo scontro venuto allo scoperto in Veneto tra Zaia e Tosi, con il primo che ha accusato l’altro della batosta, cova sotto traccia anche in Lombardia e altrove. Maroni ha annunciato che si farà un congresso in primavera e prima del voto aveva detto che lui avrebbe lasciato la guida della Lega. Ora ci si chiede però se il congresso davvero si farà, tale è il marasma leghista. Ecco gli schieramenti e le opzioni in campo nelle due regioni chiave del Carroccio, dove lo scontro non è più solo quello classico tra maroniani e bossiani.
   
VENETO.

- Qui i VENETISTI di Zaia sono contrapposti ai TRICOLORISTI o NAZIONALISTI di Tosi. Zaia ha accusato Tosi di aver escluso dalla liste tutti i non tosiani: a cominciare dalla bossiana di ferro Paola Goisis fino ad altri non bossiani ma vicini al governatore veneto. Con Zaia stanno Massimo Bitonci, che aveva sfidato  l’anno scorsoTosi alla guida della Liga, perdendo però con un consistente 43 per cento, il segretario di Padova Roberto Marcato, il sindaco di Treviso Gianpaolo Gobbo. Con Tosi, che vorrebbe creare una nuova forza politica che sfondi fino a Roma, alleandosi con gli ex dc veneti e magari arruolando anche Corrado Passera, stanno il deputato Matteo Bragantini, gli assesori regionali  Maurizio Conte , Daniele Stival e Marino Finozzi. Zaia e Bitonci vogliono un altro segretario della Liga al posto di Tosi. Che però non vogliono neppure in via Bellerio al posto di Maroni.  Tant’è che hanno chiesto a Matoni di restare alla guida del Carroccio proprio per garantirne l’unità. Tosi, come gli avrebbe chiesto Maroni, potrebbe anche fare il segretario federale per due o tre anni, ma il suo sogno è quello di andare al posto di Zaia alla guida della Regione. Zaia finisce il mandato tra 2 anni, Tosi quello di sindaco di Verona tra quattro. Ma entrambi, qualsiasi futuro li attenda, dovranno fare i conti con l’emorraggia elettorale a vantaggio di Beppe Grillo.

LOMBARDIA.

- Qui a parte i bossiani, con in testa ovviamente il Senatùr, che però ha aiutato e benedetto la vittoria di «Bobo», e i bossian-reguzzoniani di Marco Reguzzoni, l’ex capogruppo alla Camera, sono naturalmente tutti maroniani, ma di varie sfumature.

BOSSI:

- il presidente federale, fondatore del Carroccio, dimessosi da segretario dopo la scandalo Belsito di quasi un anno fa, aveva annunciato nelle settimane scorse, pur benedicendo la corsa di Maroni per il Pirellone, che si sarebbe candidato di nuovo a segretario. Visto  che il neogovernatore aveva annunciato subito che lui si sarebbe dimesso sia avesse vinto o perso.  Il motto di «Bobo» finora è sempre stato: «un culo, una sedia». Ora Bossi che farà? Sere fa avrebbe confidato ai suoi l’intenzione di candidarsi.

BOSSIAN-REGUZZONIANI:

- Reguzzoni dopo aver rinunciato a candidarsi alla Camera per poter avere le mani libere nella sua battaglia contro le scelte  della nuova Lega dell’eterno amico-nemico Maroni, è tornato alla sua attività di imprenditore. Ma, essendo stato presidente della Provincia di Varese, eletto al secondo mandato con oltre il 70 per cento dei voti, è ancora uomo forte che vanta consensi sul territorio varesino e di Busto Arsizio, dove risiede. Nel consiglio federale c’è un uomo di stretta osservanza reguzzoniana: l’ex deputato Marco Desiderati, ex sindaco di Lesmo.

MARONIANI PURI:

- Gianni Fava, responsabile economico del Carroccio, la principale delle teste d’uovo che organizzò il convegno del Lingotto con lo slogan “Prima il Nord” (potrebbe diventare il nuovo nome della Lega?); Federico Caner (anche se è assessore regionale veneto e in predicato a maggio per essere candidato a sindaco della Treviso terremotata da Grillo) in Via Bellerio, sede federale della Lega a Milano, è il numero due in segreteria di Maroni.

MARONIAN-SALVINIANI:

- Matteo Salvini, il potente segretario della Lega lombarda, ha una forza consistente dietro di sé che fa perno sui giovani padani. Salvini, eletto alla Camera, potrebbe diventare assessore regionale in Lombardia o optare per Strasburgo, dove è attualmente europarlamentare, e così aspettare, come l’altro Matteo (Renzi), un altro giro di giostra per diventare lui il nuovo segretario della Lega al posto di Maroni. Con Salvini sono Cristian Invernizzi, neodeputato, che organizzò la sera delle ramazze a Bergamo dopo lo scandalo Belsito e Paolo Grimoldi ex potente segretario  dei giovani padani, di cui è presidente, e riconfermato alla Camera.

MARONIANI LIGHT E BOCCONIANI.

- Giancarlo Giorgetti, ex potente presidente della commissione Bilancio alla Camera, è stato confermato a Montecitorio. Dove però non avrà più quell’incarico. Visto che è stato sempre l’uomo che ha mantenuto rapporti con l’economia e la finanza, potrebbe optare per un assessorato in Lombardia e svolgere in loco quel  ruolo. Oppure potrebbe fare il capogruppo alla Camera. Con il piccolo particolare però che la Lega che ha 18 deputati per fare gruppo dovrà chiedere in prestito due parlamentari al Pdl. Ma tra i papabili che «Bobo» potrebbe chiamare con lui in Lombardia c’è anche il senatore Massimo Garavaglia, bocconiano come Giorgetti.

MARONIAN-CALDEROLIANI.

- Roberto Calderoli, capo delle segreterie del Carroccio, potrebbe essere il nuovo capogruppo al Senato, di cui è stato anche vicepresidente mostrando un atteggiamento dialogante particolarmente apprezzato anche dal centrosinistra durante il governo Prodi. Ma a quell’incarico potrebbe andare anche il bergamasco Giacomo Stucchi, vicino a Calderoli, ma fedelissimo di Maroni. Di lui del resto già si parlava come capogruppo alla Camera al posto di Reguzzoni all’epoca dello scontro tra maroniani e «cerchisti» bossiani.

Su tutto questo grava l’incognita su cosa farà Maroni. Lascerà la guida del Carroccio o alla fine sarà costretto a restare? Così vorrebbero Zaia, i suoi venetisti ma anche i maroniani lombardi. I bossian-reguzzoniani è chiaro che preferirerebbero Bossi. Per loro il ritorno del Senatùr alla plancia di comando di Via Bellerio sarebbe un miracolo. Ma da soli non avrebbero la forza per eleggerlo. Un ritorno del genere potrebbe passare solo attraverso un accordo diretto Bossi-Maroni. Se invece «Bobo» resterà (per alcuni al momento  sembra l’ipotesi più probabile) sarà di sicuro un segretario potentissimo. Di una Lega però tutta da ricostruire.

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