Politica

Lega e M5S: le affinità elettive senza credibilità

È in scena l'inganno dell'antipolitica che sa solo "fare politica" e non propone nulla di concreto. A perderci è solo l'Italia

salvini-dimaio

Marco Ventura

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Il pragmatismo è una dote, in politica. Pragmatici sono i liberali. A sua volta il pragmatismo si fonda sul buon senso e sulla considerazione dei limiti delle persone. Per questo la visione liberale si può definire quasi un’anti-politica, perché il faro dei liberali resta l’individuo, la sua libertà che va difesa dall’invasione di campo dello Stato (accettabile solo per esigenze minimali di convivenza civile).

Questa premessa per dire che c’è pragmatismo e pragmatismo. C’è il pragmatismo liberale che archiviate le ideologie, si accontenta di gestire con efficacia la cosa pubblica. E c'è il pragmatismo tattico di Matteo Salvini, animale politico per eccellenza, che propaganda la flat tax, attacca l’Europa e lo porta a dichiarare il voto per i candidati stellati nei ballottaggi dove non c’è il candidato leghista.

Già solo in virtù di questa dichiarazione di voto, la Lega incamera (o meglio stabilizza, consolida) il consenso potenziale degli elettori grillini. Perché come osserva Ilvo Diamanti su Repubblica, ci sono evidenti e certificate affinità elettive tra l’elettorato del Carroccio e quello dei 5 Stelle.

Addirittura, questa consonanza sta nei numeri messi in luce dai sondaggi. Per dire: quasi 3 elettori leghisti su 10 si dicono vicini al M5S, oltre metà degli elettori di Giorgia Meloni a Roma sarebbero pronti a votare Virginia Raggi al secondo turno. Il 40 per cento degli elettori dello stellato Bugani a Bologna preferirebbero forse la leghista Borgonzoni al ballottaggio.

Anche nei contenuti, i due movimenti anti-politici riescono a trovare significativi punti d’incontro: per esempio sull’immigrazione (basti pensare a certi anatemi di Grillo) e sull’Europa (aborrita dagli uni e dagli altri), infine sul governo Renzi (opposizione senza quartiere e senza sconti).

Tutti elementi che allontanano Salvini dai potenziali alleati di un centrodestra moderato che cerca di tener viva una fiammella di buon senso liberale non urlato, minato però da un paio di tare: aver fallito la promessa rivoluzione liberale quando era al governo, e avere come concorrente nel bacino borghese proprio Renzi, a parole un cattolico liberale di sinistra.

Lo stesso Berlusconi, sull’immigrazione, non ha posizioni estreme, in quanto liberale e in quanto imprenditore. Sull’Europa, poi, la collocazione ideale di Forza Italia è ormai al centro: l’Unione va riformata, non abbandonata. Potenziata, semmai, non demolita. Certo, resta la percezione dei 5 Stelle come movimento che nasce “di sinistra”, mentre la Lega è notoriamente “di destra” (di qui la stretta alleanza con i Fratelli d’Italia della Meloni e, ancora più significativamente, i rapporti con Casa Pound).

Ormai, però, destra e sinistra sono etichette obsolete. Ciò che resta, nel crollo di tutte le ideologie, è la contrapposizione tra governo e opposizione, tra moderati e estremisti, politici e antipolitici. Purtroppo, resta fuori esattamente ciò di cui invece avrebbe disperato bisogno l’Italia: progetti concreti. Una vera capacità di governo.

Il pragmatismo di Salvini rischia di trasformarsi in opportunismo fine a se stesso, il messaggio in slogan, l’alleanza con il Movimento 5 Stelle in schiacciamento su posizioni che a dispetto delle promesse di normalità e governo della Raggi non offrono ancora alcuna garanzia di credibilità.

Nell’alternativa tra moderati e estremisti (alcuni li chiamano populisti), a perdere sarebbe l’Italia. Che si avvia sempre più inesorabilmente al declino, affogato in un mare di chiacchiere e di appelli emotivi dentro un mondo basato su lavoro, serietà, efficienza, sacrificio, affidabilità. Qualità necessarie se si vuole sopravvivere a una concorrenza europea e globale sempre più agguerrita. L’inganno dell’anti-politica che sa solo “fare politica” e non propone nulla di concreto rischia di regalare all’Italia un governo di stampo sudamericano.

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