Politica

"Le pensioni, le minacce e le mie ragioni". Intervista a Elsa Fornero

La sua riforma è il simbolo di tutto ciò che il nuovo governo vuole abolire. Vittima di qualsiasi cattiveria. Si confessa a Panorama

Carmelo Caruso

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Cara professoressa Fornero, i populisti ce l’hanno fatta. Sono al governo. Adesso la vogliono “abolire”, la vogliono “superare”. Sono già riusciti a farci dimenticare il suo nome, Elsa, prima ancora di cancellare la sua riforma.

È solo l’ultima inciviltà dei “professionisti della cattiveria”. Oggi si è passati alla frase “abolire la Fornero” e naturalmente continuano le minacce, le intimidazioni mentre in passato ci sono stati episodi che posso definire di squadrismo.

Lega e M5s hanno promesso di varare “quota 100” che mette insieme età e anni di contributi. Ballano sulla sua riforma. Distruggerla li unisce.

Modificarla è possibile ma cancellarla sarebbe velleitario. Da quello che annunciano, quota 100, sarà realizzabile con una riduzione volontaria della pensione. È quanto prevedeva anche la nostra riforma per età di pensionamento inferiori a 63 anni.

Hanno iniziato pure a dare i numeri: 5 miliardi per superarla, 15 per abolirla…

Ma sono tutti d’accordo che adesso bisogna “aggiustarla”. Quando si parla di coperture si preferisce omettere che il denaro verrà preso in altri settori della spesa pubblica o aumentando il debito e dunque l’instabilità finanziaria. A pagare il conto saranno i nostri figli e nipoti.

 Anche quelli di Matteo Salvini?

La mia riforma è stata fatta anche per loro.

A San Carlo Canavese, il paese delle sue origini e rifugio, ricordo le ronde e il camper della Lega. Il camper lo hanno parcheggiato a Palazzo Chigi, ma mi chiedo se siano rimasti gli squilibrati che la inseguono.

Per fortuna non ci sono. A volte, credo che il livello di barbarie abbia spaventato perfino Salvini. Prima ha suscitato l’odio. Poi lo ha alimentato. Non è stato tuttavia il solo.

Altri?

Ricordo l’ex ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto, uomo di sinistra, parlare con una donna con addosso una t-shirt che mi riguardava.

 Cosa c’era sulla maglia?

“Fornero al cimitero”. Un giorno mi è capitato di incontrare quell’ex ministro all’aeroporto di Fiumicino.

Spero si sia pentito e arrossito per la vergogna.

Si è invece nascosto e protetto dietro un foglio. Non ho mai guardato nessuno con disprezzo ma in quella circostanza non posso negare di averlo provato. Quando un paese degrada non è solo l’economia a declinare ma anche il senso civico. Questo è un paese di macerie civiche.

Sono sicuro che le arrivano lettere cariche di ingiurie. Gli sputi di tutta l’Italia guastata.

Non ho mai risposto alle ingiurie ma ultimamente mi è accaduto.

Chi era?

Un uomo. Si firmava come “padre di famiglia”. Mi accusava di essere responsabile della morte dei ragazzi italiani nel rogo scoppiato alla Torre di Londra.

Colpevole di cosa?

Della loro “fuga” per cercare lavoro. Mi augurava la stessa fine. Non ce l’ho fatta. Ho risposto. Vede, l’odio così come la cattiveria si possono restituire, ma ci sono uomini e donne che non sono capaci di farlo. Soffrono. Ho sofferto per ogni insulto, per ogni meschinità. Una cosa soltanto ho sempre sperato. Che a vederle o ascoltarle non fossero mio marito e i miei figli. E che un giorno non li vedano i miei nipoti.

E invece, adesso, se fossi uno di quei cittadini imbestialiti, dovrei dirle che ha sconvolto la vita degli italiani e, se entrassi ancora di più nella parte, che ha seminato angosce e disperazione. Insomma, che se lo merita.

Parlerebbe con la stessa faciloneria dei populisti. Ma se avesse la pazienza di ascoltare, sono convinta di riuscire a dimostrare le ragioni della riforma. Non mi sono mai stancata di spiegare. Non ho intenzione di smettere.

Il mio amico, Paolo, che fa il portiere mi ha detto che per colpa sua è costretto a lavorare altri cinque anni. Non l’ha maledetta. È un uomo perbene. Ma non sono riuscito a fargli credere che la sua riforma fosse necessaria.

Ma io sono pronta a parlarci. Capisco che cinque anni sono tanti. Bisogna osservare i singoli casi. Gli spiegherei che la sua uscita anticipata peserebbe sulla pelle di sua figlia. Le pensioni sono patti tra generazioni. Si dimentica troppe volte. A pagarle sono i giovani.

Sono certo che con la sua educazione riuscirebbe ad avere la meglio al punto da disarmare anche i peggiori ceffi.

Le dico una cosa. Gli italiani sono migliori di quanto si dice. Ho incontrato uomini che sono venuti con l’intenzione di zittirmi. In alcuni casi hanno finito per abbracciarmi. L’ultimo è stato un carabiniere. Mi trovavo a Pisa. Si è avvicinato e mi ha rivelato che era prevenuto sul mio conto e sulla mia riforma, ma che poi ha radicalmente cambiato idea.

Anche questo risulta incomprensibile. La fermezza che si mescola con le lacrime.

Non esiste rigore scientifico senza il rigore morale. È vero, mi hanno accusato di severità. Ma la serietà non è una noia. Nel mio caso credo sia una qualità tutta piemontese che risale alla mia origine contadina.

Qual era il mestiere di suo padre?

Lavorava in un poligono. Era un operaio.

Quanto percepiva di pensione?

1100 euro circa ma non ha mai smesso di lavorare neppure da pensionato. Gli piaceva.

Ha studiato economia, ed è esperta di pensioni, dunque “un tecnico”. Perfino le sue lacrime sono sembrate un “tecnicismo”.

Sono arrivati a rimproverarmi pure quelle. Perfino le mie rughe. Ma alla fine anche in questo ho vinto io. Negli scorsi giorni mi ha fermato un oste, un vecchio uomo di sinistra che ammirava Vittorio Foa. Mi ha detto: «Ho capito che la sinistra non aveva più orizzonte quando ha strumentalizzato il suo pianto». Le sue parole mi hanno riconciliato. Piegare le lacrime è una perdita di dignità. Erano lacrime dettate dalla fatica. Le hanno invece interpretate come il simbolo di una doppiezza. Era falso.

È chiaro che è una donna di sinistra.

Mi è mancato proprio l’aiuto della sinistra. Sono stata lasciata da sola. Glielo rimprovero.

Ho visto che ha accettato perfino di andare in quelle trasmissioni dove si urla e si aizza la piazza a “picchiare” l’ospite. Ogni settimana è presente nella trasmissione di Giovanni Floris. Perché?

Nella trasmissione che intende sono andata solo una volta. Mi sono pentita. A volte mi si chiede se abbia fatto io “il lavoro sporco”. Non credo di averlo fatto. Ho fatto un lavoro necessario. Ma bisognava comunicarlo meglio. Non c’è dubbio. Ho creduto erroneamente che la riforma potesse essere capita. In televisione vado proprio perché le riforme si riescono a sopportare e comprendere dove maggiore è l’educazione finanziaria. Sono temi complessi. Io ci provo.

Ogni settimana?

Gli italiani ascoltano. Non cambiano canale. Mi hanno proposto perfino un contratto televisivo che ho naturalmente rifiutato. Difendo la mia indipendenza. Mi hanno però riferito che gli ascolti si alzano quando intervengo.

Semplificando ancora, come a lei non piace, le chiederei se non si sente “la più odiata dagli italiani” e se, gli ascolti, si alzano solo perché anche il livore si accresce.

Io gli italiani posso guardarli tutti negli occhi. Ho pensato al Paese. Dalla mia parte ho la coscienza. Avevamo l’età di pensionamento più bassa d’Europa e non è vero che oggi è la più alta. Bisognava allungare l’età pensionabile - come ho fatto - perché sono cambiate le aspettative di vita. Ho inoltre parificato l’età per le donne e gli uomini perché la pensione anticipata non poteva essere un contentino a posteriori da dare a una madre o nonna. Ci vuole la parità anche nel lavoro.

Siamo al Collegio Carlo Alberto di Torino e di giovani ce ne sono tanti. Per fortuna non pensano alla pensione e sembrano più disposti ad ascoltare un professore anziché, come consigliava qualche politico, prenderli a ceffoni.

Ho una piccola stanza. Vengo ogni mattina. Mi piace questo luogo. Incontro gli studenti. Sono molti quelli che mi esprimono solidarietà. Continuo ad avere la fortuna di essere invitata all’estero. Viaggiare mi è servito a superare il momento più difficile, a eliminare le tossine. Il resto lo ha fatto la mia famiglia a cui sono grata.

Ha scritto un libro “Chi ha paura delle riforme” (Egea Edizioni) dove Elsa Fornero spiega la riforma Fornero.

I testi sono le armi che ho a disposizione. Dalla mia ho la sincerità. Non avevo un partito, non ho mai avuto profili social e non ho mai pensato di aprirli.

Ho controllato. Non ci crederà, ma ne ho trovato uno. Si chiama “Io sto con la Fornero”. Ha 39 membri.

Non frequento i social, ma sarei pronta a sostenere le mie ragioni anche lì nonostante creda che siano le piazze dove più forte è il degrado. Si è pensato che fossero la nuova scuola. Sono dell’opinione che non sono una “buona scuola”. In questo paese stanno scomparendo i maestri.

Gli italiani non sopportano i professori e li chiamano solo prima di spirare e infatti si grida: “Chiamate un medico, un professore”.

Tutti dimenticano - o fanno finta di dimenticare - che la mia riforma è nata in un momento drammatico per l’Italia quando si temeva l’apocalisse. Era necessaria per dare un segnale e non tanto ai mercati finanziari ma al mondo.

È infatti è nato il governo dei tecnici. Ha finito per rovinare carriere e trasformato dei brillanti professori in cattivi politici.

Ma abbiamo salvato l’Italia. Era un problema di credibilità. Bisognava dimostrare che potevamo farcela. Che il futuro cambiava da domani e non tra vent’anni.

 Le rimproverano di avere approvato una riforma feroce per quanto riguarda i tempi di transizione.

Le riforme non si fanno solo per sostituire delle norme ma per modificare dei comportamenti. Non sono medicine amare ma investimenti per il domani. La storia non si può riscrivere ma il futuro sì. Bisogna dire che il futuro vale per tutti e allo stesso modo. Ma c’è un momento in cui i cambiamenti devono partire.

La sua riforma è stata approvata da tutti i partiti (eccetto la Lega). Poi l’hanno rinnegata.

Ci vorrebbe il coraggio della verità. Quando ero ministro, i politici del Pd mi mostravano solidarietà ma a bassa voce. Mentre quelli del Pdl mi dicevano: «Elsa, hai fatto la cosa giusta».

 Dopo di lei, gli italiani sono diventati allenatori di calcio ed esperti di sistemi pensionistici.

Le pensioni, che riguardano tutti, sono un tema che appassiona quasi quanto il calcio. Non c’è stata solo quella riforma però. L’articolo 18, ad esempio, lo avevo già modificato io prima di Matteo Renzi, e forse in modo più equilibrato. Così come l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego). Non è altro che una forma embrionale di reddito di cittadinanza, ultima versione grillina. Il problema non è il sussidio ma fare in modo che quel sussidio serva a vivere una vita dignitosa in attesa di trovare un altro lavoro.

In questo paese la pensione è il vaso di ogni malumore.

Il sistema pensionistico è stato per troppo tempo lo strumento per cercare di risolvere quasi tutti i problemi della nostra economia. La pensione è vista come la fine di ogni responsabilità. Si prova a risolvere con la pensione ciò che andrebbe risolto con il lavoro. Anche gli esodati. Si tende a indicare con questo nome chiunque abbia perso il lavoro a 57 anni.

Immagino che, per lei, andare in pensione a quell’età sia terribile.

Terribile no, ma bisogna considerarne le implicazioni sociali. Mandare le persone in pensione a 57 anni,  quando non ci sono problemi di usura fisica o di salute, è la dimostrazione della nostra incapacità di fare occupazione.

Non si è mai capito a quanto ammontasse il numero degli esodati. Quanti?

Neppure l’Inps era stata capace di fornirci i dati. Solo successivamente ci siamo accorti che i numeri erano sbagliati. Ho sempre creduto che ci sia stata una sorta di vendetta in questa imprecisione. I media hanno poi fatto il resto. Non ho sopportato l’uso cinico della sofferenza di questi uomini e donne. Sono la prima a sapere che andava rimediata. Il governo Monti ne ha salvaguardato 130 mila. Non è vero che sono stati abbandonati.

Dopo i professori, abbiamo oggi il governo di Giuseppe Conte che è docente ma anche “avvocato del popolo”.

Gli consiglio prudenza. Gli italiani non hanno bisogno solo di un avvocato ma di molti. Riguardo a Conte, devo rivelare che per un momento ho provato vicinanza. Ho visto come hanno cominciato a insolentirlo. Temo che rischi di essere usato, spremuto e gettato.

La spaventano i populisti?

Mi rammarico che questo sia il livello del dibattito nel Paese ma, come ha capito, non mi spavento.

È ancora scortata?

Nella mia attività  pubblica. A decidere se lasciarmi la protezione sarà proprio Salvini.

Veniamo alla sua pensione.

Ho compiuto settant’anni la scorsa settimana. Andrò in pensione il prossimo novembre. Percepirò una pensione che sarà all’incirca la metà di quella che avrei potuto prendere se avessi lasciato il lavoro come ministro. Un privilegio al quale ho rinunciato senza mai provare il più piccolo rimpianto.

Ho letto che ama le liriche della poetessa polacca Wislawa Szymborska.

È vero.

Ce n’è una che si chiama “Il vecchio professore”. Vuole leggere alcuni versi?

“Gli ho chiesto del futuro/ se ancora lo vede luminoso/ Ho letto troppi libri di storia, mi ha riposto/. Gli ho chiesto se gli capita di essere felice/lavoro, mi ha risposto”.

Professoressa Fornero. Non mi ha risposto. Ha sbagliato accettando di legare il suo nome alla riforma delle pensioni?

“È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena”. Le ho risposto. Con altri versi.


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