Le balle economiche di Grillo

Domenica 21 aprile: il leader del Movimento 5 stelle si concede ai giornalisti e fornisce una versione aggiornata della sua ricetta anticrisi. Semplice, felice, praticamente irrealizzabile

Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo durante un comizio (Credits: ANSA)

Stefano Caviglia

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Bisogna sentirlo parlare di economia per capire come Beppe Grillo riesce ad affascinare tante persone. La sua è ormai una tecnica sperimentata: prende un problema complesso, di quelli che si trascinano da decenni, lo illustra in poche battute e subito dopo offre una via d’uscita semplicissima, che solo gli interessi nascosti o la cattiva volontà dei suoi avversari impedirebbero di mettere in pratica

Tutto qui: l’abilità maturata in trent’anni di palcoscenico impiegata con maestria per far sembrare banale e ovvio ciò che è sempre complicato e mai privo di problemi. Ed è proprio questa magia ad attrarre come una calamita (o se preferite un aspirapolvere) le menti assetate di semplicità, assai numerose in questi tempi difficili. Se qualcuno pone una domanda, avanza obiezioni o cerca di far emergere dettagli, l’incantesimo inevitabilmente si rompe. Non per niente Grillo è sempre un fiume in piena. Anche domenica 21 aprile, quando ha accettato dopo tanto tempo (bontà sua) di parlare con i giornalisti, ha lasciato ben poco spazio alle domande, producendosi in analisi reboanti e annunciando soluzioni facili e felici che hanno tutte la stessa costante: una sottovalutazione abnorme del costo, della fatica e del tempo necessari. Per questo vale la pena dare un’occhiata un po’ più attenta a quel che dice e alla fattibilità delle ricette con cui ipnotizza il suo pubblico.

È da mesi il cavallo di battaglia della propaganda grillina. Panorama ha già calcolato in campagna elettorale che un sussidio di 800 euro al mese costerebbe circa 35 miliardi di euro l’anno (considerando i 2,7 milioni di disoccupati più 1 solo milione sui 3 di inattivi che hanno smesso di cercare lavoro). Ma è stato lo stesso Grillo a giocare al rialzo nell’ultima conferenza stampa, parlando di un reddito di 1.000-1.200 euro al mese. La stima va dunque aggiornata. Il risultato è fra i 45 e i 55 miliardi l’anno, a essere prudenti. Se si dovesse dare quella cifra a tutti quelli che non lavorano, si sfonderebbe facilmente il muro dei 100 miliardi. Un numero che difficilmente potrebbe essere coperto dall’abolizione di cassa integrazione e ammortizzatori sociali vari, come propone Grillo. Infine un paio di questioni tutt’altro che marginali: visto che in Italia non poche retribuzioni, specie all’inizio della vita professionale, sono inferiori a quella cifra, come scongiurare il rischio che i lavoratori si licenzino per ottenere il reddito di cittadinanza senza lavorare? Non si dimentichi poi che l’Italia è la patria dei lavori in nero.

È una specie di raddoppio del reddito di cittadinanza. Nel primo caso si danno soldi a chi non lavora, nel secondo a chi lavora ma guadagna troppo poco. Paradossalmente, è un’idea della scuola economica liberista. «La propose fra gli altri Milton Friedman come alternativa allo stato sociale» spiega il direttore della ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, Carlo Stagnaro. «L’idea è che, anziché fornire servizi gratuiti come la scuola e la sanità, lo Stato dà al cittadino i soldi per consentirgli di pagare e scegliere liberamente». Davvero Grillo vuole abolire lo stato sociale? In caso contrario, ha idea di quanto costerebbe la sua idea allo Stato, ossia a quelli che già pagano una marea di tasse? Difficile, inoltre, che le persone siano ancora incentivate a lavorare per guadagnare più del minimo stabilito, visto che il resto lo metterebbe comunque l’imposta negativa.

Non si capisce davvero che cosa voglia dire. Grillo propone un’operazione come quella fatta da Barack Obama in America con la Chrysler, ossia risanare e poi vendere di nuovo ai privati? Oppure vuole mettere i crediti inesigibili in una «bad bank» controllata dallo Stato? In questo caso sarebbe in compagnia dei due economisti liberali Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che l’hanno appena proposto sul Corriere della sera. A meno che non abbia in mente la nazionalizzazione pura e semplice delle banche, fallite o no, per farle gestire per sempre allo Stato. Una proposta del genere non avrebbe precedenti, se non nei paesi del socialismo reale. Se invece si preoccupa solo di assicurare i debiti dei cittadini, giova ricordare che questa tutela c’è già, sui conti fino a 100 mila euro.

L’idea è così semplice da risultare banale, ma a ben guardare confonde due piani completamente diversi: quello dell’assistenza e quello degli interventi per favorire la nascita di nuove imprese. Non si capisce perché solo le idee degli esodati e dei disoccupati dovrebbero essere finanziate. Se un’idea viene a un giovane imprenditore oppure a uno studente, non viene finanziata perché non è disoccupato? Nei paesi in cui ci si ingegna per sostenere le idee imprenditoriali, come gli Stati Uniti, non si bada a chi le abbia avute. Se sono ritenute valide, si cerca di assicurare loro il capitale necessario, altrimenti no. È più efficace e anche più giusto.

È paradossale che un sostenitore accanito della rete come Grillo voglia impedire ai grandi centri commerciali di vendere una parte dei loro prodotti per riservarli ai negozi dei centri urbani che altrimenti rischierebbero la chiusura. Amazon o eBay che cosa sono se non grandissimi centri commerciali? Quel che Grillo ignora o mostra di ignorare, inoltre, è che gli stessi centri commerciali sono entrati in sofferenza da un paio d’anni. Alcuni vengono venduti, altri chiudono, un po’ tutti vedono diminuire il numero dei negozi al loro interno. La grande distribuzione in Italia conta circa 30 mila punti vendita e 450 mila lavoratori. Quanti ne vuole mandare a casa Grillo?

Il presunto fiore all’occhiello siciliano che i grillini citano a ogni occasione per mostrare i miracoli di cui sono capaci in realtà non esiste. Non è vero che in Sicilia siano state abolite le province. È solo stata approvata una legge che sospende l’elezione degli organi politici, come ha fatto il governo Monti (sebbene su un perimetro ridotto) su scala nazionale. Le province, sia in Sicilia sia in continente, ci sono sempre e l’unico risparmio reale sarà quello dello stipendio di presidente, assessori e consiglieri. Quanto poi al finanziamento delle piccole imprese con il 75 per cento dell’indennità a cui rinunciano i consiglieri grillini, non c’è bisogno di essere degli economisti per capire che si parla di grandezze neppure lontanamente comparabili. Se le piccole imprese falcidiate dalla crisi degli ultimi anni dovessero far conto, su scala regionale o nazionale, su una quota delle indennità degli eletti, farebbero meglio a chiudere.

La Telecom Italia fa sapere che la Sardegna è effettivamente una delle regioni più cablate d’Italia, nel senso che la fibra arriva a quasi il 99 per cento delle centrali. Per questo motivo è anche la regione in cui è minore il digital divide (il divario fra chi ha accesso alla banda larga e chi non lo ha). La fibra a monte delle centrali serve proprio a questo, a far sì che da lì in poi la connessione adsl possa arrivare nelle case sui fili di rame. Quindi non si capisce che cosa voglia dire Grillo quando sostiene che «non fanno l’ultimo miglio». L’ultimo miglio in adsl in Sardegna è disponibile nel 91 per cento delle abitazioni. Se invece intende che manca l’ultimo miglio in fibra per avere la banda ultralarga (ossia internet superveloce), dovrebbe aggiungere che non c’è in quasi nessuna zona d’Italia (con l’eccezione sostanzialmente della sola Milano), perché portare la fibra dalle centrali alle case costa con le varie tecniche dai 6-7 ai 15 miliardi di euro, che né lo Stato né la Telecom Italia hanno potuto finora mettere sul tavolo.

Anche sorvolando sui numeri, quanto meno approssimativi, non si capisce da dove Grillo abbia tratto la convinzione che si possa garantire senza pagare. Se mi impegno a garantire in caso di insolvenza di un soggetto terzo, dovrò almeno accantonare una quota di quell’ammontare. Vale per i singoli cittadini, per le banche e anche per lo Stato.

Un provvedimento del genere costerebbe moltissimo, nell’ordine di parecchie decine di miliardi. Grillo propone di finanziarlo con quel che costano cassaintegrati, disoccupati ed esodati, ma dimentica che quei soldi li ha già spesi per il reddito di cittadinanza e per l’imposta negativa. Quante volte li vogliamo conteggiare? «Non va dimenticato, inoltre» spiega l’economista Carlo Dell’Aringa, appena eletto alla Camera nelle liste del Pd «che alcuni di questi incentivi ci sono già: per i disoccupati di lunga durata, per i giovani, per i lavoratori in mobilità». Ed è stata sperimentata anche la legge per detassare gli investimenti. L’ex ministro Giulio Tremonti ne ha fatte approvare ben due.

«Ottima idea, siamo tutti d’accordo, ma dovrebbe dirci dove trova i soldi» avverte l’ex viceministro dell’Economia Mario Baldassarri. E siamo sempre allo stesso punto, la sottovalutazione dei costi. In genere la strada maestra per abbattere il carico fiscale è quella di ridurre la spesa. «Secondo la Corte dei conti» prosegue l’economista «ci sono 60 miliardi di sprechi che si potrebbero tagliare ogni anno, fra cui almeno 25 di erogazioni a fondo perduto. Ho calcolato che all’incirca fra 1 milione e mezzo e 2 milioni di persone vivono in un modo o nell’altro di quelle spese». Grillo sarà pronto a dire nei suoi comizi che vuole togliere soldi a tutta questa gente?

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