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Elezioni in Liguria: Paita e quelle amicizie poco raccomandabili

Dal presunto prestanome del boss ai mille interrogatori per i brogli. Due indagini puntano alle primarie di Albenga vinte dalla candidata Pd

Pd, primarie in Liguria per la scelta del candidato governatore del centrosinistra

Antonio Rossitto

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Il destino politico di Raffaella Paita è appeso alla «città delle torri», Albenga, paesone del ponente ligure, terra di campanili, asparagi violetti, immigrati nei campi, infiltrazioni della ‘ndrangheta e intrighi elettorali. L’ultimo, il più plateale, è stato confezionato per le primarie del Pd che hanno incoronato «Lella» aspirante governatrice della Liguria. Palazzo Oddo, storico edificio tra i caruggi, domenica 11 gennaio 2015: al seggio democratico accorrono spaesati stranieri, imberbi minorenni, timorose vecchine. Paita trionfa con un bulgaro 84 per cento: 1.320 consensi su 1.578. Sergio Cofferati, il suo sfidante, lamenta brogli e nefandezze. A molti sarebbero stati elargiti i due euro necessari per votare. Altri avrebbero avuto un «rimborso » addirittura maggiore. Tanto che i vertici del partito savonese denunciano una delle pagine più nere che la politica ligure ricordi.

Una pagina che la Procura di Savona ha però deciso di non archiviare. Negli ultimi mesi il nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri ha interrogato più di mille votanti. Un’indagine portata avanti tra reticenze e omertà. Mutuando le parole di uno degli inquirenti: «Il quadro emerso è raccapricciante». Intere squadre di calcio trascinate al seggio, gruppi di marocchini ricompensati con la colazione al bar, pakistani pagati dieci euro. E persino appelli su Facebook, in cui viene annunciato il rimborso dell’obolo necessario per indicare la preferenza.

Gli interrogatori proseguiranno nei prossimi giorni. Solo quando saranno completati, Ubaldo Pelosi, il magistrato di Savona che coordina l’inchiesta, deciderà come procedere. L’articolo 294 del codice penale recita: «Chiunque con violenza, minaccia o inganno, impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico » è punito con una reclusione che va da uno a cinque anni. Il reato, quindi, si consumerebbe se, alle elezioni, venisse indicato un candidato scelto con criteri fraudolenti.

Due mesi dopo, i democratici locali rimangono coinvolti in un’altra inchiesta del pm Pelosi. Che, seppur indirettamene, si collega ancora una volta a quel contestatissimo voto. Il 6 marzo 2015 viene arrestato Carmelo Gullace, detto «Ninetto». La Procura di Savona lo accusa di usura, tentata estorsione, estorsione e intestazione fittizia dei beni. Ma «Ninetto» non sarebbe solo uno spietato cravattaro. La Direzione antimafia (Dia) di Genova lo considera un esponente di spicco della cosca Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, nel reggino: sarebbe lui l’uomo che governa la ‘ndrangheta nel nord-ovest d’Italia.

Tra gli indagati dell’inchiesta c’è anche un imprenditore di Albenga: Paolo Cassani. Viene considerato il prestanome del boss, per agevolare il suo giro d’usura. Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip di Savona, Emilio Fois, spiega: «Gullace, essendo stato condannato per reati di criminalità organizzata e già sottoposto a misura di prevenzione, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, attribuiva fittiziamente a Cassani Paolo la disponibilità di denaro e di rapporti giuridici».

Ma Cassani, oltre al paventato ruolo criminale, è anche un fervente supporter di Paita. Addirittura è il responsabile di uno dei comitati nati ad Albenga proprio per promuovere la candidatura dell’ultrarenziana «Lella» alle primarie. Il 6 ottobre 2014 i due vengono pure immortalati insieme. «Albenga: Raffaella Paita incontra tre comitati a suo sostegno» titola Savona News. Nella foto d’apertura viene ritratta la candidata con i coordinatori dei comitati: tra questi c’è pure Cassani, annota il sito.

Dopo la notizia dell’inchiesta, tutti prendono le distanze da Cassani, che si dimette subito. La Casa della legalità, la onlus che da anni denunciava Gullace, scrive che l’uomo ha già avuto «una condanna divenuta definitiva» e «un’interdizione all’esercizio di impresa commerciale per anni dieci». Eppure Cassani ha un ruolo di primo piano alle primarie. Una contingenza che getta su quelle elezioni un’ombra ancora più sinistra.

Vero regista della votazione sarebbe stato però un ras locale dei consensi folgorato sulla via democratica: Roberto Schneck. Della sua conversione, finalizzata alla candidatura in una lista pro Paita, i giornali locali cominciano a scrivere già nell’autunno 2014. Nel mentre, il politico albenganese avrebbe cominciato a organizzare il voto per le primarie. Gli investigatori hanno ricostruito pure le riunioni con i suoi «galoppini», tra cui alcuni consiglieri comunali. Sarebbero stati loro a raccogliere le ricevute consegnate nei seggi agli elettori: una colletta necessaria per contare poi le preferenze ottenute.

Paita, nonostante il fragore delle polemiche, non ha mai commentato il voto di Albenga. In molti si aspettavano almeno un’implicita stigmatizzazione, con l’esclusione di Schneck dalle regionali. Che invece corre per «Liguria cambia», lista civica che appoggia Paita. La candidata renziana, in compenso, ha annunciato che la nascitura Commissione regionale alla legalità avrà sede ad Albenga: «Il posto giusto da dove ripartire con risposte forti e nette». Le promesse però non dissimulano gli intoppi. Paita è già indagata per concorso in disastro e omicidio colposo per l’alluvione di Genova del 9 ottobre 2014. E adesso l’inchiesta sulle primarie di Albenga mette sotto accusa anche il suo sistema di potere. Lella, come annunciano i manifesti elettorali, «va veloce ». Ma sul suo orizzonte si addensano le nubi più fosche.

 

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