Politica

Perché il caso Lanzalone mostra la mancanza di classe dirigente nel M5S

La vicenda dell'avvocato faccendiere arrestato per lo stadio della Roma rivela le falle del Movimento. Che deve improvvisare o "appoggiarsi" ai vecchi boiardi di Stato per tappare le falle e l'assenza di conoscenze sui dossier tecnici

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Carlo Puca

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Stefano Cingolani

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Metti una sera a cena, in un ristorante romano, un burattinaio, un costruttore in cerca di protezione e un avvocato che sa dove mettere le mani. Così, tra una portata e l'altra si dividono le poltrone più importanti: gabinetti dei ministeri, aziende pubbliche, autorità dalle quali dipendono i destini delle telecomunicazioni, della Borsa, delle grandi imprese. Niente di nuovo sotto il sole.

Come funziona il "metodo Lanzalone"

Eppure Beppe Grillo e Davide Casaleggio sembravano aver trovato una soluzione all'endemica mancanza di personale all'altezza dei nuovi compiti. Era il metodo Lanzalone, come ormai viene chiamato: scovare uno sconosciuto, ambizioso e abile, imporlo al Movimento e mettergli in mano gli affari più delicati. Il tutto dietro una cortina di curricula lunghi (e magari allungati), trasparenza, controllo popolare.

Adesso, il Figaro dei pentastellati è finito agli arresti, ma tanti Luca Lanzalone bussano alla porte. Un recente episodio spiega quanto possa diventare drammatico il vuoto di competenze. Nella notte tra il 9e il 10 giugno, a pochi passi dai Musei vaticani - in via Leone IV, a Roma - un enorme ramo si è schiantato su un'auto di passaggio. Su quell'auto viaggiava una donna al settimo mese di gravidanza, rimasta ferita, fortunatamente non in modo grave. Gli alberi dovevano essere potati da anni, ma il Comune aveva rinviato. Cosa si fa in questi casi? Ci vuole una gara d'appalto? E chi la deve bandire, il municipio o la circoscrizione? Così, a scanso di nuovi incidenti, a tre giorni dal crollo è stata presa una decisione drastica: il servizio giardini ha raso al suolo una trentina di piante.

Non si tratta solo della capitale. Quando è esploso il caso Aquarius, Danilo Toninelli, il ministro per le Infrastrutture appena nominato, è rimasto spiazzato davanti a trattati, accordi, codicilli di cui mai aveva sentito parlare prima. Lo stesso accade ovunque, di qui la tentazione di cercare "l'usato sicuro" affidandosi ai vecchi boiardi di Stato.

Luca Lanzalone, il Mr. Wolf di Virginia Raggi

Tuttavia, è bastato che sui social qualcuno parlasse di "vecchio che avanza", per cedere il passo a Lanzalone e ai suoi seguaci. Con un pedigree genovese che piace a Beppe Grillo, noto per la sua capacità di prendere di petto situazioni scabrose (tanto che il costruttore Luca Parnasi lo chiama Mr. Wolf) in tre anni è diventato indispensabile.

Sperimentato a Livorno (il sindaco Filippo Nogarin si vanta di averlo scoperto prima lui), ha risolto un po' di pasticci della giunta pentastellata e ha acquisito tante benemerenze da essere incaricato di scrivere il nuovo statuto del Movimento, quello che istituzionalizza la figura del capo politico. Chi meglio di lui, a quel punto, poteva affrontare i guai creati a Roma dalla sindaco Virginia Raggi con quel tourbillon di singolari collaboratori (si pensi a Raffaele Marra)? Come "premio" (parole di Luigi Di Maio) gli viene assegnata la presidenza dell'Acea, società quotata in Borsa.

La tensione dentro il M5S

Traffica e decide, decide e traffica l'avvocato genovese, poi affonda nella palude capitolina. L'inchiesta giudiziaria sullo stadio della Roma farà il suo corso. Oggi tutti tendono a tirarsi fuori. Resta il fatto che l'avvocato ha reso permeabile il M5S alle infiltrazioni di faccendieri e arrivisti. Nel Movimento la tensione è palpabile, con ministri (il guardasigilli Alfonso Bonafede) e capicorrente (Roberta Lombardi) che si accusano di aver piazzato una mela marcia nel cestino.

Dalla cerchia Di Maio filtrano parole scorate ma decise: "Ci è andata male ma continueremo a decidere sulla base del curriculum e della fedina penale. E saremo inflessibili verso chi sbaglia".

Gli avvocati della classe dirigente grillina

Rimane aperta, tuttavia, la questione di fondo: come selezionare una squadra di governo e, ancor di più, una classe dirigente? Scarsi gli imprenditori, pochi gli economisti, abbondano gli avvocati. Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, è "l'avvocato del popolo" (così si è definito nel suo primo discorso). Tre ministri sono suoi colleghi a cominciare da Alfonso Bonafede (allievo di Conte), Giulia Bongiorno (alla Pubblica amministrazione) e Erika Stefani (Affari regionali). Lo studio Previti e Sammarco ha lanciato Virginia Raggi. E poi è spuntato Lanzalone.

Un ruolo chiave spetta sempre ai grand commis de l'état, gli alti funzionari, a cominciare dal segretario generale di palazzo Chigi che ha in mano tuttii dossier. Conte ha fatto ricorso a Giuseppe Busia mentre Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario della Lega e sottosegretario alla presidente del Consiglio, gradirebbe Vincenzo Fortunato direttore generale del Tesoro con Giulio Tremonti. Sardo, anche lui avvocato, Busia è nella fitta rete di rapporti tessuta da Guido Alpa, già capo del Consiglio nazionale forense e vero mentore del capo del governo. Entrato nel giro della politica con Francesco Rutelli al ministero della Cultura, Busia resta un burocrate trasversale, il che non è una virtù nell'universo gialloverde. La moglie Claudia Di Andrea, allieva di Ugo Zampetti, il segretario generale del Quirinale con il quale i pentastellati sono in stretto contatto, è stata vicesegretario della Camera dei deputati con la presidente Laura Boldrini.

I grillini attribuiscono grande importanza alla direzione generale del Tesoro. Pensano che passi di lì quella "gestione attiva" del debito pubblico che ai loro occhi sconfina con una sorta di ridenominazione, sia pur parziale, dei 2.312 miliardi di euro fin qui accumulati. La richiesta che Mario Draghi restituisca almeno 250 miliardi fa parte di questa strategia. Il loro candidato ideale resta Antonio Guglielmi, analista azionario della Mediobancaa Londra, il quale un anno fa ha pubblicato uno studio che non esclude di contrattare una riduzione volontaria di una quota del debito, tenendo conto che occorre rifinanziare mille miliardi di qui al 2022, senza più l'ombrello della Bce.

La poltrona contesa per la Cassa depositi e prestiti

Il ministro Giovanni Tria finora si è affidato ad Alessandro Rivera sul quale, però, incombe l'ombra delle crisi bancarie. Ancor più serrata la trattativa per la Cassa depositi e prestiti. L'assemblea è slittata a giovedì 28 giugno. Bruciata la carta Lanzalone (era lui che volevano i Cinque stelle), il risiko si complica. Il presidente Claudio Costamagna si è dimesso e la nomina spetta alle Fondazioni, azioniste di minoranza con il 16 per cento. Giuseppe Guzzetti che le rappresenta ha indicato Massimo Tononi, manager prodiano passatoa Goldman Sachs. Esce di scena anche l'amministratore delegato Fabio Gallia e la poltrona è contesa sia dalla Lega sia dal M5S.

Massimo Sarmi, ex amministratore delegato delle Poste, un tempo vicino a Gianfranco Fini, piace ai leghisti, ma per i grillini "non rappresenta un cambiamento". Una soluzione salomonica l'aveva trovata proprio Lanzalone: dividere in due la poltrona con un direttore generale pieno di deleghe.
Circolano vari nomi tra i quali il direttore finanziario Fabrizio Palermo come dg e Giuseppe Bono, oggi capo azienda in Fincantieri, come ad. La coppia avrebbe il vantaggio di conoscersi perché Palermo aveva lavorato nel gruppo cantieristico pubblico. Intanto le Fondazioni hanno suggerito un nome al di sopra di ogni sospetto: Dario Scannapieco, già dirigente del Tesoro e dal 2007 vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti. La Cassa dovrebbe salvare l'Alitalia, giocare un ruolo anti-francese in Tim, bilanciare gli indiani di Arcelor Mittal all'Ilva, fare da banca per le piccole e medie imprese come sostiene Laura Castelli, la viceministra grillina dell'Economia che vuole avere anche lei voce in capitolo nelle nomine. Chi la guida, dunque, acquista un potere enorme.

Le poltrone importanti ancora da spartire

Di qui al prossimo anno si liberano altre 350 poltrone tra le quali la presidenza dell'Antitrust. Ma nel mirino, anche se scadono solo nel 2020, ci sono bersagli grossi come Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo Leonardo (sia i pentastellati sia i leghisti vogliono rivedere le strategie e non nella stessa direzione), o come Claudio Descalzi a capo di una Eni che va "rinazionalizzata" secondo il M5S.

Il piatto forte, però, resta sempre la Rai. C'è da rifare l'organigramma (compresi i direttori delle reti e dei telegiornali) e nominare un nuovo consiglio di amministrazione, un presidente, un direttore generale. Sono stati presentati ben 236 curricula. Si è messo in corsa anche Michele Santoro all'insegna di "lasciamo lavorare il nuovo governo". E circolano i nomi più diversi da Milena Gabanelli eletta a musa pentastellata, all'ex direttore del Corriere della sera Ferruccio De Bortoli come presidente, a Giovanni Minoli. Oltre all'immancabile Carlo Freccero che oggi si proclama orgogliosamente populista. Il presidente della Camera Roberto Fico vuole che "la politica resti fuori". Tuttavia, visto che il metodo Lanzalone non ha funzionato, tornerà in auge il vecchio manuale Cencelli insuperato metodo di spartizione nell'era della partitocrazia. 


(Articolo pubblicato sul n° 27 di Panorama in edicola dal 21 giugno 2018 con il titolo "Uno, cento, mille Lanzalone d'Italia")


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