La vergogna dei deputati e senatori assenti il lunedì

Da Lo Porto a Lupi all'Italicum: tutte le volte che la Camera è rimasta vuota. Ma gli studi televisivi no

Italicum: Camera, al via la discussione generale

Aula della Camera durante la discussione generale della Legge Elettorale (Italicum), Roma 27 Aprile 2015. – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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La Costituzione è in pericolo, ma può aspettare. Soprattutto se il primo giorno di battaglia per salvarla cade di lunedì. Dopo il desolante spettacolo andato in scena ieri alla Camera, disertata dalla quasi totalità dei 630 deputati (nei banchi dell'emiciclo erano presenti in 20) nel giorno in cui cominciava la discussione generale sull'Italicum, anche Matteo Renzi ha dovuto richiamare all'ordine i suoi spedendo loro un messaggino per chiedere “presenza obbligatoria senza eccezione alcuna”. Oggi, infatti, c'è il voto segreto sulle pregiudiziali.


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Tanto è alto “l'allarme democratico”, tanto incombente “la svolta autoritaria” che ieri, nel giorno in cui era prevista la discussione generale sulla legge elettorale che cambierà i nostri destini - in meglio o in peggio a seconda di come ce la stanno raccontando da mesi le opposte fazioni in campo – in Aula non c'era nessuno. Nemmeno i D'Attorre, i Bersani, i Civati. Nemmeno Fassina. Come se la stessa dignità del popolo italiano, e non solo del Pd, non dipendesse dai capilista bloccati; come se il futuro dei nostri figli non fosse iscritto nel ballottaggio; come se il mondo intero non avesse gli occhi puntati sul premio di maggioranza ma soprattutto sulla soglia al 3%.

Ai nostri deputati (e senatori) interessa ben poco dell'Italicum in sé. E nemmeno della Costituzione, tirata continuamente e pretestuosamente in ballo, visto che, tradendo il suo dettato, hanno trasferito il luogo naturale dove svolgere la battaglia politica dal Parlamento agli studi televisivi. Dove anche se è lunedì, dove anche se piove, dove anche se non si vota, ci si presenta sempre, e volentieri, ogni volta che arriva la chiamata. Per discutere di qualsiasi argomento, basta che non sia in Aula.

Giovanni Lo Porto

Erano tanto sconvolti dall'aver appreso con tre mesi di ritardo della morte di Giovanni Lo Porto, il giovane cooperante siciliano ucciso a gennaio scorso nel corso di un raid americano contro un covo di Al Qaeda in Afghanistan, che venerdì scorso, ad ascoltare quanto aveva da riferire a proposito il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, tra deputati e senatori si sono presentati alla Camera in 39.

Maurizio Lupi

Un mese fa, il 20 marzo scorso, mentre l'ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi annunciava formalmente al Parlamento le sue dimissioni, dovute alla necessità di sottrarre se stesso e la sua famiglia alla martellante campagna mediatica alimentata dalle infuocate polemiche politiche scaturite dall'inchiesta “Grandi opere” in cui Lupi nemmeno risultava indagato, l'Aula appariva semivuota. Persino sul banco del governo si contavano più assenze che presenze. Ad assistere a un momento così delicato per la vita di un collega, ma anche dello stesso esecutivo, c'erano infatti solo Angelino Alfano, Gianluca Galletti, Beatrice Lorenzin, Maranna Madia, Graziano Delrio e Luca Lotti.

Ddl giustizia

Il 9 gennaio fu il ministro della Giustizia Andrea Orlando a dover stigmatizzare le assenze nelle file di Montecitorio nel giorno in cui approdava il contestatissimo ddl sulla responsabilità civile dei magistrati. “Un passaggio storico”, come lo definì il Guardasigilli, snobbato dalla quasi totalità dei deputati. E pensare che per tutte le forze politiche, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle, dal Pd alla Lega, il tema giustizia ha sempre rappresentato uno dei principali terreni di scontro, su cui addirittura si sono consumate drammatiche crisi di governo, come quella che nel 2008 causò la caduta del governo Prodi in seguito alle dimissioni dell'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella al quale avevano appena arrestato la moglie Sandra Lonardo.

Semestre italiano

Nemmeno a Strasburgo, mentre il premier italiano Matteo Renzi teneva il suo discorso a conclusione del semestre di presidenza italiana della Ue, gli europarlamentari di casa nostra si sono sentiti in dovere di fare numero per colmare il deserto che circondava il premier. Almeno per spirito di squadra. E nonostante fosse martedì.

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