La riforma della Giustizia secondo il ministro Bonafede

Le possibilità di realizzazione dei punti del programma del primo Guardasigilli grillino nella storia d’Italia

Alfonso Bonafede

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede – Credits: Franco Origlia/Getty Images

Maurizio Tortorella

-

A due mesi dalla nascita del governo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non ha ancora compiuto alcun vero passo concreto. Per ora, il primo Guardasigilli grillino nella storia d’Italia ha parlato attraverso le interviste e le audizioni in Parlamento, dove ha fondamentalmente confermato l’intenzione di attuare i punti dedicati alla giustizia dal "Contratto di governo" del Movimento 5 stelle e della Lega (punti che nei capitoletti successivi vengono riprodotti, testualmente, tra virgolette). Che cosa vuole fare, Bonafede? Le sue tesi sono condivisibili? E, soprattutto, quali probabilità hanno di essere realizzate? Ecco una piccola mappa del Bonafede-pensiero. E delle sue possibilità di andare a segno.

Abolire la prescrizione dei reati

"È necessaria una riforma della prescrizione dei reati, parallelamente alle assunzioni nel comparto giustizia: per ottenere un processo giusto e tempestivo ed evitare che l’allungamento del processo possa rappresentare il presupposto di una denegata giustizia".
Lo scorso 11 luglio, durante la sua prima audizione in Senato, il ministro ha ripetuto il mantra del "Contratto di governo" e ha aggiunto di voler bloccare ogni prescrizione dopo il giudizio di primo grado. Vista la maggioranza di cui dispone, è assai probabile che l’idea possa trasformarsi in una riforma: del resto, è anche demagogica e facile da divulgare presso l’opinione pubblica.
La proposta, però, rischia di violare il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e sicuramente scarica sull’imputato tutte le inefficienze del sistema giustizia: soprattutto su quei 90 mila imputati che in media ogni anno (dato del ministero) vengono riconosciuti innocenti con formula piena e in via definitiva.
In realtà, la prescrizione risponde da sempre a una logica corretta, a cavallo tra economicità processuale e buon senso giuridico: lo Stato non può perseguire all’infinito tutti i reati (tranne l’omicidio e la strage, che in Italia infatti sono imprescrivibili) e deve puntare a una sentenza il più possibile tempestiva e vicina al crimine. Abolire la prescrizione, invece, avrebbe il paradossale effetto di allungare ancora di più i processi penali, perché pubblici ministeri e giudici quasi sicuramente lavorerebbero meno di quanto già non facciano.
Più giusto sarebbe, al contrario, indagare sulle vere cause e sulle concrete responsabilità della prescrizione: tra 2005 e 2016 (dati ufficiali del ministero della Giustizia) i procedimenti penali prescritti sono stati 1.594.414, dei quali 1.111.608 (il 69,7%) durante le indagini preliminari. Dato che in quella fase iniziale del processo gli avvocati difensori non hanno alcun ruolo, è chiaro che il responsabile della prescrizione in quasi sette casi su dieci è il solo pubblico ministero. Perché, allora, il ministro Bonafede non decide piuttosto di vigilare su quel che accade in quel labirinto imperscrutabile che sono le indagini preliminari?
Possibilità di realizzazione: 8 su 10

Bloccare la riforma delle intercettazioni

Il 22 giugno, il ministro Bonafede ha annunciato il blocco della riforma delle intercettazioni. Il provvedimento, varato dal governo Gentiloni lo scorso gennaio, avrebbe dovuto entrare in vigore il 12 luglio: uno dei suoi principali obiettivi era porre un limite alla divulgazione delle parti penalmente irrilevanti delle conversazioni intercettate. Ma il provvedimento targato Pd contiene anche scelte controverse. L’Associazione nazionale magistrati, per esempio, ne ha criticato la scelta di limitare l’uso dei "trojan", i dispositivi da intercettazione più intrusivi (ma spesso anche più efficaci), e questo anche nelle indagini di mafia; mentre fa paura soprattutto agli avvocati che le intercettazioni ritenute irrilevanti "non verranno trascritte ma sarà indicato nel verbale soltanto il tempo di registrazione e l'utenza intercettata senza che ne venga indicato anche in minima parte il contenuto". È un sistema, insomma, che lascia tutto nelle mani della polizia giudiziaria: non consente alcun controllo da parte del pm, e tanto meno del difensore.

Ora si vedrà presto dove e come intenderà agire il ministro Bonafede. È possibile che faccia semplicemente marcia indietro, visto che da sempre i grillini (avvolti come in una bandiera nello slogan "intercettateci tutti") hanno parteggiato la libertà integrale di pubblicare sui giornali le intercettazioni, rilevanti o meno, nemmeno si trattasse di un metafisico mantra della trasparenza. In quel caso, Bonafede troverà forse qualche resistenza nell’alleato leghista. Ma non è poi detto.
Possibilità di realizzazione: 5 su 10

Pene più severe

"È prioritario l’inasprimento di pene per la violenza sessuale, con nuove aggravanti e aumenti di pena quando la vittima è un soggetto vulnerabile ovvero quando le condotte siano particolarmente gravi".
Nessun giurista degno di questo nome ha mai sostenuto che un aumento di pena produca un calo dei reati. La prospettiva "manettara" del Contratto, in questa e in altre parti del capitolo giustizia, è un chiaro obiettivo del contributo grillino, ma è illusoria. È stato così, del resto, anche con la legge sull’omicidio stradale. Introdotto nel maggio 2016 proprio su istanza del Movimento 5 stelle, il reato prevede fino a 18 anni di reclusione per quello che è in realtà un omicidio colposo, cioè non volontario. In realtà la nuova legge sull’omicidio stradale ha avuto un solo effetto: l’incremento delle omissioni di soccorso (nei primi sei mesi dal varo della norma sono state 556, contro le 484 dello stesso periodo del 2015, quindi 72 in più con un incremento del 14,9%) perché gli investitori purtroppo fuggono in quanto terrorizzati dalle pene troppo elevate. Anche i morti sulle strade sono aumentati: nel 2017 sono stati 1.578 contro i 1.548 del 2016, il 7,4% in più. Questo non vuol dire che gli inasprimenti delle pene non passeranno. Anzi, questa è probabilmente una delle parti del programma di governo più demagogiche e insieme più facili da mettere in opera.
Possibilità di realizzazione: 9 (forse 10) su 10

Costruire nuove carceri

"È indispensabile dare attuazione a un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture e l’ampliamento e ammodernamento delle attuali".
È vero che la stragrande maggioranza delle 190 prigioni italiane (che allo scorso 30 giugno ospitavano 58.759 detenuti, 8.127 in più rispetto alla "capienza regolamentare" prevista di 50.632) sono vecchie, mal gestite e costose: e infatti ogni anno il nostro degradato - e degradante - sistema penitenziario assorbe la follia di 2-3 miliardi di euro. Però ogni piano di edilizia carceraria nella storia della Repubblica si è sempre risolto in poche nuove prigioni e in grandi corruttele.
Il Contratto di governo ora vorrebbe abolire le pene alternative e punta alla cella come unica punizione. Ma il rischio è quello di accrescere gli iscritti a quella vera e propria "università della delinquenza" attiva nelle prigioni italiane: chi entra in una cella ne esce con una formazione criminale più elevata. Al contrario, bisognerebbe incentivare soprattutto il lavoro dei detenuti, magari anche formandoli professionalmente come avviene in rare carceri-modello (come quella di Opera, vicino a Milano). È un dato inconfutabile che la recidiva in Italia è al 67%, contro medie vicine al 10% in queste poche strutture "avanzate". E altrettanto avviene in tutti i Paesi europei che adottano un sistema di lavori più o meno forzati, in carcere o fuori. Purtroppo questo tipo di logica fa fatica ad attecchire in Italia.
Possibilità di realizzazione: 3 su 10

Lotta alla corruzione

"L’aumento delle pene per tutti i reati contro la pubblica amministrazione di tipo corruttivo (…). L’introduzione della figura dell’agente sotto copertura e la valutazione della figura dell’agente provocatore in presenza di indizi di reità, per favorire l’emersione di fenomeni corruttivi nella Pubblica amministrazione".
Dell’inefficacia di ogni aumento delle pene si è già detto. L’agente sotto copertura è già previsto dal nostro ordinamento giudiziario e funziona per esempio nelle indagini contro il traffico di stupefacenti o nell’antimafia. L’agente provocatore, invece, ha la funzione di «indurre al reato», e per questo nel 2013 è stato dichiarato "illegittimo" dalla Corte di cassazione. Altrettanto hanno fatto alcune sentenze della Corte europea dei diritti dell’Uomo. Lo stesso Raffaele Cantone, presidente dell’Agenzia anticorruzione, si è detto contrario. Più favorevoli sono alcune fasce della magistratura che si stanno scoprendo fiancheggiatrici del "neogiustizialismo" grillino.
Possibilità di realizzazione: 5 su 10

Riaprire i piccoli tribunali

"Occorre una rivisitazione della riforma del 2012, che ha accentrato sedi e funzioni giudiziarie, con l’obiettivo di riportare tribunali, procure e uffici del giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese".
È una proposta che piace a grillini e leghisti, perché ha origine in evidenti input campanilistici. Sei anni fa, la razionalizzazione della "geografia giudiziaria" ha soppresso una trentina di piccoli e minuscoli tribunali (Alba, Rossano Calabro, Tortona, Voghera…) e oltre 220 sezioni giudiziarie distaccate il cui lavoro era insignificante, ma anche inutilmente costoso. Trasferire magistrati e personale amministrativo nelle sedi più importanti è stato difficile, ma finalmente l’operazione è andata a regime e ha prodotto fin qui risparmi notevoli, sui 200-300 milioni di euro. Tornare indietro, oltre che molto complesso, è semplicemente un nonsense: economico e gestionale.
Possibilità di realizzazione: 6 su 10

Stop alle "porte scorrevoli" dei magistrati in politica

Il 2 luglio, Bonafede ha annunciato che cercherà in tutti i modi d’impedire ai magistrati che siano entrati in politica di rientrare nel loro vecchio ruolo, alla fine della loro esperienza in Parlamento o negli enti locali. L’idea di base è corretta, ma è anche di difficile applicazione: al momento, le garanzie costituzionali non pongono limiti all’esercizio attivo e passivo del mandato politico né ai pubblici ministeri, né ai giudici. Così la proposta del ministro divide. E infatti ha sollevato perplessità e plauso nelle correnti giudiziarie. Se Autonomia & indipendenza, il movimento dei magistrati fondato da Piercamillo Davigo, difende la linea dura che piace a Bonafede, Unicost (la corrente di maggioranza centrista) e Magistratura indipendente (appena più a destra) si oppongono. Ancora più negativa la sinistra giudiziaria di Magistratura democratica e di Area. Insomma, no pasaran…
Possibilità di realizzazione: 1 su 10

© Riproduzione Riservata

Commenti