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La politica rinuncia alla piazza, Macerata e l'Italia sono più sole

Le autorità hanno invitato ad annullare le manifestazioni di sabato, ma c'è chi dice no. Manifestare per i diritti comuni è prima di tutto un dovere

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Sara Dellabella

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In piazza si, in piazza no. Questo è il dibattito delle ultime ore sul caso Macerata. Il sindaco della cittadina marchigiana ha chiesto alle associazioni di revocare le manifestazioni in programma per sabato, ad una settimana esatta dalla sparatoria che ha avuto come bersaglio gli immigrati della città. Il Ministro dell'Interno, Marco Minniti è dello stesso avviso, il Pd invita ad abbassare i toni e intanto però le manifestazioni delle destre più estreme rimangono convocate.

Tuttavia c'è chi si ribella agli appelli ufficiali. I centri sociali (come alcuni esponenti opposti della destra) e alcuni cittadini hanno fatto sapere che sabato saranno in piazza come stabilito, che prefettura e amministrazione vogliano o no. Anche sulle bacheche Facebook il dibattito è acceso intorno alla questione e all'opportunità di scendere in piazza contro il razzismo e per ribadire il proprio “no” alle derive neofasciste.

La piazza come esercizio di memoria

Esserci e come esserci, è una questione che va oltre il momento storico. Ad appena dieci giorni dalle celebrazioni del giorno della Memoria, la politica si ritira dal suo ruolo. Abbandonare la piazza quando una minoranza viene colpita è dimenticarsi della propria funzione, lasciando ad altri la difesa di quei valori non barattabili fissati nella prima parte della Costituzione, che i costituenti vollero fissare come punto di non ritorno dopo una stagione dolorosa per l'Italia e l'Europa.

Le piazze sono il luogo della comunità e se qualcuno sente l'esigenza di tornarci per stringersi intorno ad un territorio doppiamente colpito, prima per la morte della giovane Pamela e poi per l'attacco cieco ad un gruppo di immigrati, lo Stato dovrebbe essere contento, perchè vuol dire che ci sono persone che esercitano una cittadinanza attiva.

Essere in piazza oggi è rivendicare quei valori che ci portano a manifestare ogni 27 gennaio ricordando quella terribile pagina di storia che ha visto ad un certo punto, un gruppo di cittadini diventare minoranza da eliminare a causa della propria religione.

Era senz'altro una stagione diversa, ma un quotidiano dibattito contro gli immigrati ha insinuato nella pancia della gente un senso di fastidio pronto all'esplosione. Pronto persino a giustificare il gesto scellerato di Traini, tanto che una forza politica si offre addirittura di pagare le spese legali. È inutile parlare di memoria, se neppure in questi frangenti si dimostra di avere imparato la lezione.

Eppure sembra che ancora non sia convinzione radicata e comune che il rispetto e la tutela della vita umana non abbiano colori o appartenenze. Forse questo è l'unico punto in cui il motto “uno vale uno” non è in discussione.

La vita umana non dovrebbe essere un tema di bandiera, ma valore comune.

Il senso comune dei valori

Perché non regge neppure la contrapposizione che qualcuno ha azzardato tra la vita di Pamela e sei uomini colpiti a caso per strada. Le vittime sono vittime e basta.

Perché se a Macerata a sparare ci fosse stato un terrorista, oggi non saremo qui a discutere delle piazze di destra e sinistra, ma di valori comuni, quelli che rendono un gruppo di persone comunità. E se c'è una comunità che si da appuntamento per ribadire quel terreno comune di valori su cui si basano tutte le nostre leggi, i politici dovrebbero esserci senza bandiere e anzi attivarsi affinchè ogni città abbia la sua manifestazione.

Perchè quello che è successo a Macerata, in questo clima di odio strisciante, potrebbe ripetersi ovunque. Il coraggio è una forma di memoria attiva, esserci è la negazione della rassegnazione all'andamento delle cose. E forse il problema è proprio questo, dove la politica (che è dialogo e presenza) è mancata, sono cresciuti i fiori avvelenati della propaganda.

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