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La fine dei 5 Stelle, né di lotta né di governo

Il primo partito alle urne rischia di rimanere con il cerino in mano e, a forza di mediazioni, di trasformarsi in un inutile ibrido senza carattere

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Sara Dellabella

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Né di lotta, né di governo. Questa è la fine che rischia il Movimento 5 stelle se la trattativa per il governo non dovesse sbloccarsi. Pur di rincorrere il mandato esplorativo Luigi Di Maio ha aperto al Pd e alla Lega proponendo un patto di governo ai due nemici storici.

Così dai cori intonati a Piazza Montecitorio “onestà onestà” oggi si è passati alla politica dei due forni. Ma il rischio di rimanere scottati è altissimo e anche nel caso di un governo con il Pd, il Movimento rischia di schiantarsi di brutto.

Cosa resta del partito antisistema

Nato come un partito antisistema, in contrapposizione al passato politico di questo Paese oggi il Movimento si trova a dover sperare che nel caso in cui fallisse ogni tipo di mediazione con il centrodestra, il Pd sia disponibile al dialogo.

Quello stesso Pd dove siedono Matteo RenziMaria Elena Boschi considerati da sempre espressione dell'establishment e dei poteri forti del paese, di cui i grillini negli ultimi cinque anni hanno chiesto spesso la testa.

Insomma, anche con il Pd il Movimento finirebbe per rinnegare se stesso, le sue origini, le sue promesse, le sue battaglie parlamentari contro i provvedimenti del governo (comprese quelle sulle unioni civili) rinunciando definitivamente all'utopia di aprire il parlamento come una scatoletta di tonno.

I colletti inamidati di Luigi Di Maio

Ma l'impressione che si ha da un po' di tempo è che i grillini troppo ambiziosi di  arrivare al governo si siano mutati anche essi in tonni. Trasformando il Movimento in un noioso ibrido, certo né di destra, né di sinistra ma per giunta neppure più di protesta, finito strozzato in quei colletti troppo inamidati di Di Maio.

Se Salvini...

Elettoralmente parlando questa situazione in cui il Movimento è il primo partito non in grado di governare rischia di trasformarsi in un boomerang mortale per la prima formazione politica di protesta che in Europa è arrivata a un passo dal governo.

L'unico che potrebbe garantire al Movimento di non intaccare la propria purezza è Matteo Salvini, ma il segretario del Carroccio non intende, ancora, mollare Silvio Berlusconi, diventato nel frattempo il vero ago della bilancia della partita.

Il Molise come banco di prova

Intanto, dopo il tentativo andato a vuoto di raffreddare gli animi da parte di Maria Elisabetta Alberti Casellati, il Capo dello Stato si è preso due giorni di riflessione.

Un weekend utile anche per vedere come andranno le elezioni regionali in Molise che da piccola regione anonima, oggi si trasforma in banco di prova per la politica nazionale.

Dopo 44 giorni di trattative andate a vuoto, dal Molise si capirà la tendenza degli elettori, perché in effetti la partita in questa regione è aperta e tutti i leader sono impegnati nella volata finale prima delle urne.

La prossima settimana Mattarella potrebbe fare un ultimo tentativo chiedendo al presidente della Camera, Roberto Fico di provare a mediare con il Pd, aprendo un'esplorazione a sinistra.
Insieme i due partiti alla Camera contano 333 voti ai quali si potrebbero sommare i 7 di +Europa e di Civica Popolare (Lorenzin). Si tratta di una maggioranza possibile, ma che per i 5 stelle vorrebbe dire rinnegare se stessi e una parte consistente di quell'elettorato che stufo del PD, il 4 marzo ha barrato il simbolo dei 5 Stelle.

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