Politica

La dittatura delle emozioni

Creare allarmi sociali, ambientali, sollecitare paure, lacrime. E' la strategia dell'emergenza usata da politici ed ecologisti per frenare posizioni indipendenti

Greta-Thunberg-Time

Francesco Borgonovo

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Non voglio la vostra speranza. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in un’emergenza. Come se la vostra casa fosse in fiamme» grida Greta Thunberg dalle pagine del suo libro. «L’ambientalismo deve terrorizzare» insiste il meteorologo Luca Mercalli. E in effetti il metodo d’azione è proprio questo: spaventare, terrorizzare, creare emergenza.

Anne-Cécile Robert, firma di Le Monde Diplomatique, docente universitaria e attivista di sinistra, la chiama «la strategia dell’emozione», e ne definisce le modalità in un urticante pamphlet appena pubblicato da Elèuthera. La saggista francese si rifà a un celebre e battagliero volume di Naomi Klein intitolato Shock Politics, in cui la teorica del «no logo» se la prendeva proprio con la logica emergenziale che è funzionale al sistema neoliberista: creare l’allarme serve a impedire ogni dibattito razionale, la furia sterilizza le argomentazioni. Allo stesso modo, aggiunge Robert, l’emozione vanifica il ragionamento. Ed è per questo che oggi la gran parte dei leader politici ne fa largo uso.

Il primo a notare il fenomeno, alcuni anni fa, è stato Alain De Benoist, in un capolavoro intitolato I demoni del bene (Controcorrente edizioni). Mostrava quanto i capi di partito facessero leva sull’emotività, sulle lacrime, sulla patetica esposizione del privato per catturare l’attenzione e garantirsi maggiore vicinanza ai cittadini. Non c’è leader al mondo - chiosa Robert - che non abbia fatto ricorso alle lacrime in pubblico, e pure noi italiani ne sappiamo qualcosa, avendo ancora stampati in mente i lacrimoni sul viso di Elsa Fornero. La «strategia dell’emotività», tuttavia, è qualcosa di più raffinato, meno elementare. «Il potere delle emozioni sta trasformando le democrazie in modi che non si possono ignorare e su cui non si può tornare indietro» scrive il sociologo inglese William Davies in Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo, pubblicato di recente da Einaudi. L’analisi di Davies, come molte altre di questo genere, riguarda soprattutto i partiti cosiddetti «populisti», che sfrutterebbero la rabbia e la frustrazione dei cittadini per guadagnare consensi, alimentando la diffidenza nei confronti degli «esperti» e dei «competenti».

In effetti di argomentazioni simili se ne sono sentite parecchie, negli ultimi anni. Si dice che i sovranisti giochino sulle paure, che le alimentino scientemente per bassi fini di consenso. Il timore degli immigrati, per esempio, sarebbe assolutamente irrazionale, ma molto utile alla causa delle destre. In realtà, non solo la diffidenza nei confronti del «diverso» è un istinto auto-conservativo che caratterizza l’essere umano, ma pure l’analisi razionale del fenomeno migratorio conduce a pensare che - in certe condizioni - la paura degli stranieri sia più che giustificata.

Ci sono altri timori, però, che vengono analizzati molto meno, in particolare quelli che portano acqua al mulino progressista o alle «buone cause» civili, ambientali, umanitarie... Il caso di Greta è emblematico. La teoria del riscaldamento globale è discutibile e discussa, e il tipo di ambientalismo che la giovane propone - del tutto funzionale al sistema vigente - è tutt’altro che incriticabile. Eppure l’emotività sotterra ogni ragionamento. «La nostra casa è in fiamme» ringhia la piccola attivista, e ogni obiezione è vanificata dalle sue lacrime di rabbia.

«Nelle società contemporanee» scrive Anne-Cécile Robert «le emozioni invadono a tal punto lo spazio sociale da escluderne progressivamente le altre modalità di conoscenza, in particolare la ragione». La strategia dell’emozione funziona così: si fa leva sui sentimenti più dirompenti dei cittadini che, di fronte all’emergenza, al pianto, al dolore e al terrore divengono come bambini. Invocare l’affettività, dice la saggista francese, porta a «depoliticizzare i dibattiti, mantenendo i cittadini in una posizione di subalternità infantile che li rende non solo incapaci di gestirsi da sé ma anche disposti a cedere il loro libero arbitrio a una dittatura benevola, sempre pronta a dare ascolto alle loro emozioni. Con il fazzoletto in mano, l’individuo si ritrae in se stesso, quasi in posizione fetale, mentre “coloro che sanno”, gli “adulti” che detengono il potere, si occupano di mandare avanti il mondo».

Pensandoci, è l’esatto contrario di ciò che viene imputato ai sovranisti. Paure ed emotività non servono ad alimentare diffidenza verso «gli esperti», ma a garantirne l’ascesa. Il mondo si sta distruggendo? Largo al «green new deal» e alle nuove tasse per il nostro bene. La senatrice a vita Liliana Segre riceve 200 insulti al giorno? Non è vero, ma la falsa notizia fa salire la tensione e di fronte alla vittima dolente ogni giudizio va sospeso: si approvino subito norme per contrastare l’odio irrazionale, le discussioni e le obiezioni non sono ammesse. C’è una «epidemia di morbillo»? Affermazione molto discutibile, ma non importa: ogni posizione sui vaccini che non contempli il sostegno totale e incondizionato è bandita in quanto «no vax».

Tacciano gli ignoranti del popolino, spazio ai competenti. E gli immigrati? Altro che paura: sono tutte vittime, subiscono persecuzioni atroci che non possono durare un momento di più, facciamoli entrare. E chi non è d’accordo è disumano, senza cuore.

No, i sentimenti non sono l’arma dei sovranisti, ma quella degli «esperti», degli «illuminati», dei «demoni della bontà». Sempre pronti a edificare il regime, per il vostro bene ovviamente.  

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