La crisi di Renzi e il bivio da cui uscire

Il premier Matteo Renzi è in un vicolo cieco: se cambia strategia smentisce se stesso, ma se non lo fa rischia di perdere tutto

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi – Credits: ANSA/ ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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L'uscita della Gran Bretagna dall'Europa, decisa dal 52% degli inglesi che hanno votato per la Brexit, costringe il Partito Democratico a rivedere la sua agenda. Salta infatti la Direzione nazionale in programma il 24 giugno per fare il punto sui risultati delle amministrative e già descritta come una resa dei conti interna con un principale imputato: Matteo Renzi.


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Diversamente da quanto lui auspicava, le sconfitte ai ballottaggi di domenica scorsa, sono diventate il principale fatto politico nazionale e per la prima volta dal giorno della sua vittoria alle primarie del 2012 che lo incoronarono segretario nazionale del Pd e dal febbraio del 2014 quando divenne presidente del Consiglio, la sua leadership viene messa in discussione.

La riunione della minoranza dem

Ieri al Nazareno la minoranza dem si è ritrovata per serrare le fila e andare all'attacco. Nessuna richiesta di dimissioni di Renzi da segretario – anche se il suo doppio ruolo alla guida del partito e a quella del governo viene considerato dai vari Bersani, D'Alema, Cuperlo una parte consistente del problema, della crisi di consensi che il partito sta attraversando – ma la forte richiesta di cambiare rotta. Altrimenti, al prossimo voto di fiducia almeno 50 deputati e 23 senatori potrebbero sfilarsi. Cosa significa per gli avversari interni del premier cambiare rotta è presto detto: basta con l'arroganza dei #ciaone, basta con gli attacchi ai sindacati, basta con riforme sbagliate come quella sulla scuola o il jobs act.


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Pier Luigi Bersani durante l'assemblea della Sinistra Riformista Pd, Roma, 23 giugno 2016. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Le minacce degli alleati

Ma non è solo la minoranza dem a stringere d'assedio il presidente del Consiglio. Segnali di guerra arrivano anche dai centristi della maggioranza: alfaniani e verdiniani ieri, per esempio, hanno mandato sotto il governo su un emendamento presentato da Forza Italia in materia di terrorismo. I primi lo hanno fatto come avvertimento di quello che potrà succedere in futuro se Renzi non si decidesse a rimettere mano all'Italicum. I secondi come vendetta per essersi sentiti scaricati dal premier che, a proposito di amministrative, ha detto “mai più con Verdini”.

Renzi tra due fuochi

Matteo Renzi si ritrova dunque stretto tra due fuochi: ammettere la propria fragilità e piegarsi alle richieste che gli giungono da più parti in cambio di appoggio (per esempio sul referendum costituzionale di ottobre), oppure dimostrarsi sicuro di sé e respingere ogni tentazione di accordo, a cominciare dalla sua minoranza, per non dare l'idea che alla vittoria delle grilline a Roma e Milano, frutto di una richiesta di cambiamento ancora più radicale, la risposta sia un ritorno al passato, la restaurazione di correnti e caminetti.

La ricetta del premier e la realtà dei fatti

Nella sua ultima e-news il premier ha fornito la propria ricetta per il rilancio: maggiore apertura ai territori, alle riflessioni e alle critiche dei cittadini, ai suggerimenti degli amministratori locali e dei circoli. Ammesso che non siano stati già spazzati via dalle recenti vicende. A Roma per esempio, un'intera classe di giovani amministratori locali, i presidenti di municipio che governavano territori grandi quanto città italiane di medie dimensioni, non è stata riconfermata per un secondo mandato. I circoli sono ormai terre di nessuno. La base, o quello che ne rimane, è completamente frastornata e dilaniata da lotte fratricide, recriminazioni e caccia ai capri espiatori. I cittadini guardano altrove

Il fallimento delle narrazioni iperottimistiche

Una situazione che, in questo ha ragione Renzi, non potrà essere risolta con un rimaneggiamento della segreteria nazionale (che comunque ci sarà) e nemmeno dal congresso nazionale e da quelli locali che rischiano di riproporsi secondo logiche già consunte e fallimentari. Probabilmente sarebbe più utile chiedersi quanto oggi paghi, in termini elettorali e di consenso, un tipo di narrazione iperottimistica, tutta volta a enfatizzare esperienze vincenti, profili di chi ce l'ha fatta quando nel Paese la crisi continua a mordere e la maggioranza degli italiani, nelle periferie delle città, ma non solo, non percepiscono alcun minimo sentore di quella peraltro timida ripresa continuamente propagandata dal governo.

Referendum: l'ipotesi slittamento

Per cambiare qualche pedina sullo scacchiere ci vuole poco ma anche gli effetti concreti rischiano di essere minimi. Per fare quello che invece chiede anche Romano Prodi, padre fondatore del Pd, e cioè “cambiare politiche e non politici” ci vuole più tempo. Altrettanto per comunicarlo. Ecco perché, da qualche ora, comincia anche ad affacciarsi l'ipotesi di uno slittamento del referendum costituzionale dai primi di ottobre alla fine di quel mese.

Matteo Renzi ha bisogno di tempo per spostare il focus del quesito referendario da se stesso (anche se, nonostante avesse detto che non l'avrebbe fatto, anche Cameron ha deciso di dimettersi dopo la Brexit) al merito della riforma e convincere la maggioranza del Paese, al momento orientata, secondo gli ultimi sondaggi, a votare “no”, che in ballo non c'è il proprio futuro politico – visto che se così fosse sarebbe già segnato – ma quello dell'Italia.

Italicum: l'ipotesi di modifiche

Una strategia che non potrà però non tenere in conto anche un altro passaggio fondamentale: quello che riguarda l'Italicum. Per vincere il referendum, Matteo Renzi avrà bisogno di avere tutto il Pd dalla sua ma anche altre forze politiche. Tolti i grillini, che hanno già confermato il proprio voto contrario per portare Renzi a sbattere e sfilargli dalle mani, dopo le città più importanti, anche lo scettro del governo, gli altri potranno essere convinti a sostenere il “sì” solo se potranno guadagnarci qualcosa a loro volta. E la moneta di scambio si chiama: premio alla coalizione e non più alla lista.

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Perché Renzi è costretto a cambiare

Venerdì prossimo la nuova legge elettorale entrerà ufficialmente in vigore. Fino a domenica scorsa sembrava una legge fatta a misura proprio di Renzi e di quel Pd del 40% delle scorse Europee. Oggi rischia di trasformarsi per quel Pd, vittima di quella sbornia elettorale, in una camicia di forza. A tutto vantaggio dei grillini che, se si votasse oggi, potrebbero addirittura fare il pieno di voti già al primo turno senza nemmeno passare per il ballottaggio. Un incubo da cui, in un modo o nell'altro, Renzi dovrà presto risvegliarsi. Come? Cambiando l'Italicum.

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