La comunicazione ufficiale e sbagliata ai bambini sul Covid-19
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La comunicazione ufficiale e sbagliata ai bambini sul Covid-19
Politica

La comunicazione ufficiale e sbagliata ai bambini sul Covid-19

Riflessioni di chi si ritrova con dei figli a casa che assorbono dalle conferenze ufficiali del Ministro Azzolina info sul loro futuro (scolastico e non solo) senza filtri

Settimana scorsa mio figlio, quinta elementare in stand by come milioni di altri bimbi italiani, giunto al mese e qualche giorno di reclusione forzata mi ha comunicato che la sua Città Lego era entrata in quarantena. Con tanto di strade deserte, lego-polizia a controllo e prigione trasformata in ospedale. Al momento ho riso, ma la cosa mi ha fatto riflettere su come si stia abbandonando a se stessa e trascurando una fetta importante della popolazione.

Parlo di chi ha l'età sufficiente per relazionarsi con l'esterno ma non è abbastanza grande da aver sviluppato autonomamente una rete parallela di socialità virtuale. Bimbi dai 5 ai 10 anni per i quali lo strappo dalla quotidianità della scuola è stato lo strappo con tutto, la rottura del tessuto di una vita che solo in piccola parte può essere ricucito da nuovi riti familiari (facendo lo slalom tra smart working e video lezioni dei fratelli maggiori) e palliativi tecnologici di cui, nella migliore delle ipotesi, faticano a comprendere a pieno le potenzialità.

Bambine e bambini per i quali la scuola, intesa nel senso tradizionale del termine, rappresenta tutto: il momento dello stimolo e dell'apprendimento, del confronto con i coetanei, della presa di responsabilità e autonomia. Il luogo unico e irripetibile nel quale apprendono e rilasciano le proprie competenze ed emozioni.

E' chiaro che nessuno ha colpa se quel luogo, fisico e dell'anima, ha dovuto chiudere per contrastare la pandemia. Ed è chiaro che nessuno oggi può ragionevolmente immaginare che possa riaprire senza condizioni, ignorando quanto abbiamo faticosamente appreso tutti in queste settimane a proposito del virus, della sua diffusione e della necessità di imparare nuovi stili di vita. Così come un ringraziamento va fatto alle maestre e ai maestri che hanno interpretato al meglio quel legame minimo da tenere (che va oltre la continuità didattica) con i nostri figli, accettando video lezioni, incontri virtuali di gruppo, momenti di confronto e condivisione.

Detto questo, però, c'è un'irrispettosa tendenza a considerare la scuola, soprattutto quella dei più piccoli, come un'inutile appendice nell'immaginare la ripartenza. Non c'è nessuno - cara ministra Azzolina che spesso vediamo in televisione e leggiamo sui giornali - che si prenda la briga di spiegare con parole semplici ai più piccoli che cosa li attende. E' sufficiente il freddo linguaggio burocratico di un decreto a chiarire che forse non torneranno in aula prima dell'estate?

Se le può interessare, nella città Lego di casa mia la scuola è per ora solo sospesa con certezza che riprenderà. E' rispettoso che, rubando frasi e parole decontestualizzate dalle visioni e letture dei genitori, milioni di bimbi sentano parlare di "didattica virtuale anche a settembre", "classi da ridurre nel numero" e "sei politico"? Come se a ciascuna di queste frasi gettato in pasto agli italiani non corrispondessero altrettante domande. Quindi non tornerò mai più a scuola? Mi divideranno dal mio amico?

Tutte domande poste con lo sguardo un po' perso che accompagna, con un crescendo, le loro giornate riempite da una finta quotidianità costruita su misura per gli altri. Quando pensa si potranno trovare le parole anche per loro? Anche perché, gentile ministra Azzolina, i nostri figli sono stati giustamente sequestrati in casa spiegando loro la necessità del rispetto del regole e l'importanza del sacrificio per mettere al sicuro le cosiddette categorie più deboli. Che per loro significa i nonni e gli anziani del quartiere. Quelli che malinconicamente (ma anche con una crescente incazzatura) osservano dalla finestra della cucina nel loro via vai quotidiano egoista e sordo ad ogni appello alla ragionevolezza. Prima il giornale, poi l'uscita per il pane fresco, quindi la spesina (ina ina) una volta al giorno. Più la passeggiata in giardino, la cura dell'orto e - questa veramente straordinaria - la chiacchierata in gruppo nel vialetto sotto casa. Attrezzati di mascherina ma fondamentalmente liberi di fottersene delle regole e del sacrificio di chi viene tenuto a casa per loro.

Ecco, a quelle bambine e bambini qualcosa andrebbe detto con rispetto e non come succede adesso. Che piani ha per loro, ministra Azzolina? Quando si prenderà carico anche del sacrificio psicologico di una piccola generazione più in difficoltà di altre e con strumenti limitati per capire e metabolizzare perché la trama della sua vita è stata strappata e perché nessuno pare interessato realmente a ricostruirla se non come ultima opzione dopo aver sistemato tutto il resto?

PS - Nella Città Lego di mio figlio lo slogan "andrà tutto bene" non ha purtroppo funzionato. Qualche giorno dopo la messa in quarantena, mi è stato comunicato che tra omini in terapia intensiva (3) e contagiati, un numero che viene aggiornato ogni pomeriggio con la stessa ritualità delle conferenze stampa della Protezione Civile, c'era stato anche il primo morto. Io. Colpa di una testa finita dispettosamente sotto la sabbia

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