Politica

La cena del Pd che consegna l'Europa ai sovranisti

Sintomo di una paralisi totale del partito che dovrebbe fare opposizione in Italia e garantire la tenuta del fronte anti-populista alle elezioni del Parlamento di Strasburgo del 2019

Carlo Calenda

Sara Dellabella

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Non riescono neppure ad andare a cena e vorrebbero rifondare il Pd.

L'ennesima figuraccia si abbatte sul Partito Democratico e stavolta l'autore dell'autogoal si chiama Carlo Calenda che non ha preso bene il declino del suo invito, dando di matto come una massaia che aveva già apparecchiato la tavola.

Calenda furioso punta il dito contro gli invitati Paolo Gentiloni, Marco Minniti e Matteo Renzi, ma come al solito l'ex ministro se la prende soprattutto con l'ex segretario accusandolo di essere "un'entità che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo". Mentre Gentiloni con il suo fare sornione ha fatto sapere che al Pd non serve una cena, ma un congresso.

Stavolta però  ha ragione il (povero) segretario Maurizio Martina, grande escluso dalla cena, che invita tutti al minor protagonismo dentro al partito: tra chi suggerisce di cambiare nome alla ditta e chi organizza le cene e le fa fallire, solo per conquistare un titolo di giornale.

Perché, a forza di passi falsi, sono passati sei mesi dalle elezioni del 4 marzo, senza che nel Pd sia cambiato nulla, ma anzi peggiorando la situazione.

Dove è finito il Pd?

In questi mesi non si è capito neppure per un attimo dove fosse finito il Pd, la sua squadra, il suo gruppo dirigente. Ai posti di comando sono rimasti i super fedelissimi renziani, anche tra i dipendenti sopravvissuti alla cassa integrazione, e gli altri che si muovono in ordine sparso.

Perché se Renzi predica l’inviolabilità della figura del segretario pro domo sua, lui è il primo ad infischiarsene quando quel ruolo non spetta a lui. Un atteggiamento che polarizza ancora di più le correnti interne al partito e rende impraticabile qualunque tentativo di marcia comune.

Sembra che nel Pd non ci sia nessuno disposto a un passo di lato. Sono tutti protagonisti della rinascita, mentre i sondaggi sono in picchiata e il Partito annaspa. Di Maurizio Martina non si cura nessuno, Nicola Zingaretti corre verso il congresso in solitaria, Carlo Calenda lontano dalle scene per motivi familiari rispunta ogni tanto per gettare benzina sul fuoco e Matteo Renzi si muove come sempre da solo e senza meta.

Più che un congresso ci vorrebbe una terapia di gruppo per rimettere tutti su un unico binario. In questo scenario anarchico, non sembra neppure credibile chi propone un cambio di casacca per provare la rimonta senza un totale ricambio all’interno del partito.

Il prezzo dell'indecisione è l'Europa

Però sulle titubanze del Pd, si gioca una partita ben più importante.

Il congresso si farà nei primi mesi del 2019, a poche settimane dalle elezioni europee che potrebbero cambiare il volto dell'Europa, in quello che molti hanno ribattezzato già essere il referendum tra europeisti e antieuropeisti. Di questo passo, il Pd e le forze di sinistra rischiano di arrivare a questo appuntamento con le armi spuntate, consegnando la maggioranza del Parlamento europeo nelle mani dei populisti di Salvini, Orban, Le Pen, Farage.

L’inconcludenza dei leader di opposizione potrebbe suonare le campane a morto del sogno europeo e allora cambiare nome al partito potrebbe non bastare più. Meglio l’estinzione.  

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