Politica

Italicum: la sfida finale

Tutti i numeri e le posizioni in campo nella battaglia decisiva sulla legge elettorale

Boschi

Claudia Daconto

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Dopo le fibrillazioni delle ultime settimane, l'Italicum è tornato alla Camera per la seconda e ultima volta. Entro la prossima settimana dovrà infatti essere messa la parola fine sulla legge bandiera del governo Renzi. Quella su cui il premier ha deciso di giocarsi tutto: o passa e allora la legislatura andrà avanti fino alla sua scadenza naturale nel 2018, oppure lui salirà al Colle per dimettersi (qui la lettera di Renzi ai militanti del Pd a favore dell'Italicum). Le opposizioni intanto annunciano battaglia. Già la scorsa settimana avevano abbandonato la commissione Affari costituzionali in segno di protesta contro la sostituzione dei 10 colleghi dem che con il loro voto contrario avrebbero potuto bloccare la riforma. E adesso potrebbero prepararsi e fare lo stesso.

Fiducia e scrutinio segreto

Proprio per scongiurare esiti imprevedibili, almeno su tre dei quattro articoli qualificanti della legge (premio di maggioranza, preferenze e capilista, soglia di sbarramento, ballottaggio) dovrebbe essere posta la questione di fiducia, possibile alla Camera, a differenza del Senato, anche quando non sono in ballo argomenti su cui vale il voto di coscienza. Escluso invece che si ricorra ad essa anche sulle pregiudiziali di costituzionalità avanzate da Forza Italia, M5S, Lega e Sel e che dovranno essere votate già domani. Al termine di questo iter ci sarà il voto finale. In questo caso il regolamento impedisce di mettere la fiducia. Ma lo scrutinio segreto, che con molta probabilità verrà richiesto dalle opposizioni, potrebbe presentare delle sorprese. In tutti i sensi.

I numeri

La maggioranza su cui, in teoria, può contare il premier è di 409 deputati con un margine, sempre teorico, di 93. Gli esponenti del Partito democratico che hanno manifestato dissenso verso l'Italicum sono in tutto tra i 90 e i 100, ma quelli determinati a votare contro potrebbero non essere più di 10. Inoltre, se il voto finale dovesse davvero avvenire a scrutinio segreto, è più probabile che la nuova legge elettorale trovi voti a favore tra gli esponenti dei vari partiti d'opposizione (si parla soprattutto di una ventina di verdiniani di Fi) che franchi tiratori nelle file del Pd.

Il Pd

Il 16 aprile scorso l'assemblea del Pd promosse con 190 voti su 310 la relazione con cui Matteo Renzi escludeva qualsiasi cambiamento al testo. In quell'occasione, soprattutto a causa delle sue divisioni interne, la minoranza dem preferì assentarsi. Il partito del premier risulta spaccato in tre gruppi: i renziani che diranno sì alle tre questioni di fiducia e al momento del voto finale; bersaniani, cuperliani, e Area riformista di Roberto Speranza che da mesi chiedono modifiche (premio alla coalizione e non alla lista e preferenze anche per i capilista che invece sono bloccati) e che daranno il via libera ma contestando soprattutto il ricorso alla fiducia definita “un errore madornale”; gli irriducibili guidati dai vari Fassina, D'Attorre, Civati, Bindi, che diranno no all'Italicum, magari dopo aver votato per tre volte la fiducia o non partecipando ma respingendo la legge nel voto finale a scrutinio segreto.

Le opposizioni

In una riunione in programma oggi il M5S deciderà quale strategia usare contro l'Italicum, ma già si parla di “mosse e azioni extraparlamentari” con cortei e manifestazioni di piazza come anticipato da Alessandro Di Battista. I grillini non spingeranno però per il voto segreto, piuttosto potrebbero uscire dall'Aula. L'ipotesi “Aventino” al momento del voto finale è la stessa ventilata anche da Forza Italia, Lega e Sel. Nel suo “Mattinale”, il capogruppo azzurro Renato Brunetta ha parlato di “democratura” e avvisato contro “un presidenzialismo autoritario, non elettivo, totalitario e totalizzante” al quale, se passasse, ci consegnerebbe l'Italicum.

Il ruolo del Presidente

Da giorni Matteo Renzi non fa che ripetere che se l'Italicum non passa si va a casa. Tutti, ha fatto intendere. Renato Brunetta gli ha risposto che in tal caso sarebbe lui, il premier, ad andare a casa e non il Parlamento. Ma è una prospettiva un po' improbabile. Vorrebbe infatti dire che Sergio Mattarella non scioglie le camere dando vita al quarto governo non eletto dopo quelli di Monti, Letta e dello stesso Renzi. L'ultima volta che gli italiani hanno scelto chi mandare a Palazzo Chigi risale ormai al 2008, con Silvio Berlusconi. Ipotesi altrettanto remota è quella di un richiamo del presidente sulla fiducia: non ci sono infatti elementi per pensare che Mattarella intenda dare man forte né a Forza Italia, che ha già votato la stessa legge che oggi contesta, né a una minoranza Pd divisa e indecisa.

La nuova legge

Se sarà approvato, l'Italicum entrerà in vigore da luglio 2016 (ma la data potrebbe essere modificata con decreto). La lista che alle prossime elezioni otterrà il 40% dei voti prenderà 340 seggi su 617 (non vengono calcolati i 12 deputati della circoscrizione esteri e il deputato della Valle d'Aosta). Se invece nessun partito dovesse raggiungere la soglia del 40%, andranno al ballottaggio i due più votati e il vincente otterrà il 53% dei seggi ossia 327 deputati. Tra il primo e il secondo turno non saranno possibili apparentamenti. I capilista potranno presentarsi fino a un massimo di 10 collegi (in tutto saranno 100 in cui verranno presentate mini liste da 6 candidati con i capilista bloccati mentre gli altri saranno scelti con le preferenze e ogni elettore ne potrà indicare al massimo due, un uomo e una donna). Per entrare in Parlamento sarà necessario raggiungere almeno il 3% dei voti.

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