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Italia in recessione. Torneremo poveri?

Giampaolo Pansa racconta la sua infanzia in vera povertà. Peccato che nessuno sembra preoccuparsi del fatto che l'Italia potrebbe tornare a quei tempi

poveri

Giampaolo Pansa

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Mezzo mondo ci sta avvertendo che l’Italia è in recessione tecnica, ossia sta diventando più povera di qualche anno fa. Quasi nessuno sembra preoccuparsene, a cominciare dal governo gialloverde, quello dei Cinque stelle e della Lega. Il capataz leghista, al secolo Matteo Salvini, se ne fotte di quanto può accadere. Lui passa da una morosa all’altra e aspetta che i Cinque stelle gli consegnino tutto il potere. Allora si capirà se il nostro destino sarà di diventare dei poveri strapelati senza un euro in tasca. E ben poco lavoro.

Nella mia famiglia era una esperienza già fatta. A causa di mio nonno Giovanni Eusebio Pansa, nato il 6 ottobre 1863 a Pezzana, un paese della pianura vercellese, sulla destra del fiume Sesia. Dei suoi genitori, ossia dei miei bisnonni, sono riuscito a scoprire soltanto i nomi e la condizione sociale. Lui si chiamava Francesco Pansa e lei Maria Barbero. Entrambi erano poveri in canna, come la maggioranza degli abitanti di Pezzana. In quel territorio la miseria regnava sovrana. Anche il paesaggio lo rammentava. Una pianura che nella brutta stagione era ricoperta da una nebbia spessa come il brodo degli gnocchi. Mentre in estate si soffocava per il caldo rovente. Un erudito locale ci ha lasciato questo ricordo della sua piccola patria: «L’unico patrimonio di Pezzana sono i salici, piante magnifiche schierate lungo i canali e le rogge. Di abbondante non trovi nient’altro. A parte i poveri, naturalmente. Destinati a morire con la pelle attaccata al lenzuolo, senza neppure le mutande indosso».

Per la verità abbondavano anche le zanzare. Nell’estate, miliardi di insetti partivano all’assalto dei cascinali che sorgevano nella pianura vercellese. Erano piccole fortezze che, nella foschia autunnale, apparivano di colpo al viaggiatore. Ma non difendevano dall’attacco di quegli insetti malvagi che portavano un carico velenoso e spesso mortale: la malaria. Fu in questo purgatorio che Giovanni Eusebio Pansa venne messo al lavoro sui campi, poco più che bambino. Evitò di faticare solo nei due anni di servizio obbligatorio nella fanteria dell’esercito regio. In caserma incontrò i maestri militari che avevano il compito di insegnare a leggere e a scrivere alle tante reclute analfabete come lui. Era sveglio e imparò subito. Fu un regalo dei Savoia. Un altro fu l’incontro con le donne di strada che lo svezzarono.
Ritornato da borghese a Pezzana, Giovanni Eusebio prese moglie: Caterina Zaffiro, nata nel 1869 in un paese vicino, Caresana. Anche lei apparteneva a una famiglia di poveri. Era pure analfabeta e parlava soltanto il dialetto vercellese. Per lei l’italiano era una lingua sconosciuta. L’avrebbe imparata molti anni dopo, soprattutto grazie alle chiacchierate con i nipoti, a cominciare dal sottoscritto.
Come succedeva tra i poveri, Giovanni Eusebio e Caterina misero al mondo un figlio dopo l’alto. Lei era una donna piccola e magra che ebbe la forza di partorire sei Pansa in poco più di undici anni, tra il 1889 e il 1901. Il penultimo, Ernesto, nato il 6 ottobre 1898, sarebbe diventato mio padre. La truppa avrebbe potuto ingrandirsi se non fosse accaduta una tragedia. Il 2 maggio 1902, Giovanni Eusebio morì all’improvviso mentre lavorava il campo di un padrone. Era un uomo in apparenza sano, forte, senza il più trascurabile dei malanni. Ma covava dentro di sé un nemico mortale: l’infarto o l’ictus. Quando andò all’altro mondo aveva appena 38 anni e sei mesi.

Mia nonna Caterina si ritrovò con sei figli da crescere. La più grande, Carolina, aveva 12 anni. Caterina non volle affidare nessuno alla carità pubblica. E non accettò neppure l’aiuto peloso di un paio di possidenti terrieri. Volevano scoparsela questa vedovella di 33 anni con la fama di essere una dura. Disposti a essere picchiati, ossia dei masochisti come si sarebbe detto in seguito. Lei preferì fare la ladra, rubava tutto quello che serviva a dar da mangiare ai sei figli. Per Caterina valeva il principio che la roba dei campi è di Dio e dei santi. Mio padre Ernesto venne avviato al lavoro quando aveva nove anni. In compenso sapeva scrivere e leggere bene. Passò da un mestiere all’altro. Il guardiano delle mucche. Il ripulitore di stalle. Il bracciante. L’apprendista muratore. L’operaio elettricista.
Fu allora che un’azienda di Casale Monferrato lo mise nella squadra che aveva in appalto la costruzione di un tratto di linea del telegrafo. Il cosiddetto «assistente contrario», che per le Regie poste seguiva i lavori, notò quel ragazzo che si arrampicava sui pali come uno scoiattolo. E lo fece assumere come apprendista guardafili. La fortuna di Ernesto fu di essere chiamato alle armi quando aveva poco più di 18 anni. L’Italia stava immersa nella Prima guerra mondiale. E doveva irrobustire il Genio radiotelegrafisti. In seguito mio padre mi raccontò: «Non stavo male in guerra. Ho avuto il mio primo cappotto, un paio di scarponi nuovi, due pasti al giorno. Da militare ho fumato la mia prima sigaretta e sono andato a donne con le ragazze dei bordelli militari. Stavo nella Terza armata, quella del Duca d’Aosta, lui aveva due passioni; i cavalli e le femmine. Si vantava di governare i casini migliori di tutto l’esercito italiano».
Ernesto ha sempre lavorato. Ha sposato una ragazza imbattibile, mia madre Giovanna Cominetti, padrona di una modisteria nel centro della città. Ha avuto due figli: mia sorella Marisa e il sottoscritto. E non ha mai temuto di ridiventare povero. Onore a lui e grazie per avermi messo sulla buona strada. Se per caso diventerò povero, sarà colpa di un governo che, invece di creare lavoro e ricchezza, sa soltanto immaginare di rapinarci con delle patrimoniali.
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