Irene Tinagli: Voglio l’Italia che sognavo quando ero studentessa

«Tornare a occuparmi del mio Paese mi accende di passione»

Irene Tinagli (Credits: Olycom)

Era in giro per il mondo Irene Tinagli, oggi docente di economia all’Università Carlos III di Madrid, fra i leader di Italia futura, candidata della Lista Monti, e l’Italia era «il parametro della corruzione, della crisi e della cattiva politica». Oggi è una giovane signora, sposata, residente in Spagna, e suo padre sarà contento di vederla in lista, alleata con Pier Ferdinando Casini e con Gianfranco Fini, perché, come dice lui, «se non fosse stato per loro, per il leader dell’Udc e per il presidente della Camera, con questa sinistra che abbiamo in Italia non ci saremmo liberati di Silvio Berlusconi».

E se ora torna, Berlusconi, specie se restituisce i soldi dell’Imu agli italiani?
Già aveva fatto un danno togliendo l’Ici per sostituirla con l’Imu. Un disastro dal punto di vista dei conti pubblici. Qui c’è un debito pubblico di 2 mila miliardi e c’è da pagare il 7 per cento di interessi su questo passivo.

Gli italiani sono, per definizione, proprietari di casa...
Bene, ma se hai la casa e chi ci abita non ha lavoro, che valore può avere l’immobile, cosa te ne fai? Ti posso promettere tutto. Ti posso anche far sognare il doppio del tuo stipendio, ma poi? Le tasse sono state messe per mettere al riparo da scelte sbagliate. In Italia il dibattito politico riduce l’economia al fisco, ma non è così, non c’entra niente. Per mettere in moto questo Paese l’economia deve progredire nella società. I meccanismi
che possano aiutare una società a trasformarsi non sono certo quelli dell’imbonitore. Bisogna fare incursioni in altre discipline: nella sociologia, nella psicologia sociale...

Eccola: Tinagli è il volto di Scelta civica, ha sedotto la platea dagli studi di Ballarò, quindi dalle pagine della Stampa di cui è editorialista. Ha studiato negli Stati Uniti, a Pittsburgh, ma è diventata esperta di public management «non proprio per seguire una vocazione, ma solo per trovare un lavoro. L’alternativa, infatti, sarebbe stata per me difficile, ingegneria. Ero innamorata della filosofia e della letteratura, ma non c’era sbocco professionale coi pensatori e coi poeti».

La professoressa ha appena concluso una sessione di esami e si concede ancora una domenica di tregua, «in giro per il mondo», prima di tornare alla campagna elettorale.

Il titolo del suo saggio «Talento da svendere» (Einaudi, 2008) può riferirsi alla sua esperienza?
Ho attraversato phd, dottorati, master, Fulbright, le borse di studio, insomma senza chiedere soldi alla famiglia, che non è certo, per dirla con Maurizio Crozza, un casato affollato di cognomi.

Direbbe, il comico, «l’Italia dei carini».
Appunto, no. Nonno operaio e nonno sarto. Non vengo dall’alta società «civile». Ho sempre pagato i miei studi e i miei soggiorni all’estero da sola. Non ho patrimoni «carini», ho lavorato come un mulo, forte delle mie borse di studio. Tutte straniere, come quelle cui ho potuto accedere negli Stati Uniti.

Neppure una borsa di studio italiana?
Neppure una. Per com’era l’Italia, quella da cui me ne sono andata via, con oltre il 30 per cento di disoccupazione giovanile, avere una formazione non serve a niente.

Stati Uniti e Spagna, dunque: la democrazia globale da un lato e uno dei più antichi regni dall’altro. Com’è vivere in una monarchia?
Me ne accorgo solo in edicola della presenza del re. Solo i giornali popolari raccontano le giornate dei sovrani, mostrano le foto della bellissima Letizia Ortiz di Borbone, ma per il resto nulla. Sono arrivata in Spagna negli anni del boom, nella stagione del ricambio. Quando in Italia le giornate erano stagnanti e bloccate. In mano a mondi vecchi e maschili.

Lei, professoressa, è così giovane…
Ecco, forse in Italia posso sembrare giovane, ma nel mondo è normale che ci siano tanti quarantenni in posti di comando.

È la periferia di tutto, l’Italia...
Ma ce lo vogliamo chiedere come fa l’Italia a stare a galla? Il nostro Paese è affascinante per via delle sue diverse anime. C’è tutta una parte produttiva che si dà molto da fare. È fattiva e lavora bene. Nel mondo gli italiani della ricerca, quelli del management, quelli dell’impresa, sono stimati. E tutti sono contenti di lavorare con loro. L’Italia patisce la frattura tra un cuore operativo che la tiene in piedi e una sovrastruttura che la tiene bloccata. Negli anni 60 e nei 70 la produttività italiana era superiore a quella di altri paesi e di altre economie simili. Un’ipertrofia della sovrastruttura fatta di regioni, province, enti di rappresentanza e carte bollate ha messo fine alla gara verso il futuro.

La burocrazia, come la tecnica, per dirla con Max Weber, è il mantello che diventa gabbia d’acciaio.
…E si ferma tutto. La proliferazione di corpi intermedi, la burocrazia di enti con funzioni e atti normativi che si sovrappongono tra loro è una zavorra che demotiva i giovani.

Quella dei giovani è però una retorica.
No, un fatto. Ed è un fatto che, mentre nel mondo i giovani affollano le università, in Italia al contrario non ci vanno. Il mondo è facile da spiegare, ma l’Italia? È un mistero per chi la vede da fuori.

Lei, professoressa, l’ha studiata da fuori quest’Italia.
Dove si ha paura di mettersi alla prova. Sa quante ne ho sentite di storie di ragazzi, con le loro motivazioni, le loro paure, che si sentono scoraggiare con argomenti tipo: che ti metti a fare, medicina?

Nel senso: trovati un call center? Adesso lei fa politica, avrà da dirne di cose. Ma come l’è venuta l’idea di mettersi in lista?
Sa quanti ne aveva, Monti, di economisti per mettere mano all’Imu, all’Irap? Ecco, ho detto sì. L’abbiamo detto tutti insieme, noi di Italia futura. È capitato in fretta, sotto le feste di Natale, ma si erano create prima le condizioni. Tornare a occuparmi del mio Paese mi accende di passione. Non ho mai avuto esperienza di campagna elettorale. Ci muoviamo senza soldi pubblici, organizziamo cene per recuperare amici nel territorio e ogni giorno c’è una storia nuova. Perfino chiedersi qual è il format del manifesto tira fuori l’entusiasmo di fare di tutto una cosa nuova. Il battesimo del fuoco l’ho avuto al palazzetto dello sport di Mirandola, fra i terremotati. Mi ha sorpreso come è stato raccontato dai giornali, come se fosse stata tutta una giornata di contestazioni a Mario Monti. Certo, un uovo in faccia può capitare, ma non erano un migliaio di persone a protestare, era solo una signora a cui Monti ha detto: “Resti, ne parliamo”. Lei forse si è spaventata, è andata via.

Tornerà la signora a parlare con Monti, capiteranno ancora le uova?
Un conto è fare il convegno, un conto il salotto televisivo, un altro conto ancora trovarsi davanti il popolo. Fino all’altro ieri io ero una di loro. La rabbia? Anch’io l’ho provata. La mancanza di opportunità, la paura del futuro generano rabbia. Come quella che mi raccontano ancora oggi i miei amici. Mi vedono dall’altra parte, mi parlano, ma io sono una di loro. Voglio costruire l’Italia che avrei voluto trovare da giovane, quando me ne sono andata. Per questo sono tornata.

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