L'indulgenza plenaria che tutti assolve

Meno processi pendenti, detenuti in calo. Un miracolo? No, è bastato introdurre la depenalizzazione di alcuni reati

Andrea-Orlando

Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando – Credits: ANSA/DANIELE MASCOLO

Claudio Martelli

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L'autore dell'articolo, Claudio Martelli, è stato ministro della Giustizia negli anni 1991-1993

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Il 14 luglio il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha presentato un rendiconto di poco più di un anno di attività. Il discorso, sobrio, quasi dimesso, è stato accompagnato (è lo stile di casa Renzi) da slide e grafici a go-go. In grande evidenza gli annunci di innovazioni tecnologiche e di riforme in corso d’opera, ma anche di risultati che come si dice "cantano". Tra questi la riduzione dell’arretrato, cioè dei processi civili pendenti, sceso da 5,2 a 4,5 milioni.

Anche il numero dei detenuti e, conseguentemente l’affollamento delle carceri, sono diminuiti sensibilmente: un anno e mezzo fa erano 62 mila, oggi sono 52 mila. Poiché amnistie e indulti, cioè provvedimenti capaci di smaltire arretrati e ridurre il numero dei carcerati non ce ne sono stati, sorge l’interrogativo: come è stato possibile?

Ebbene, quei risultati sono frutto dell’azione non del governo e del ministro della Giustizia in carica, ma dei loro predecessori: il governo Letta e la ministra Annamaria Cancellieri, entrambi, come si sa, dimissionati da Matteo Renzi. A svuotare le carceri è stato il decreto che di fatto ha depenalizzato il piccolo spaccio, e a ridurre il contenzioso il disegno di legge sulla semplificazione del processo civile, iniziative fortemente volute da Cancellieri.

Vero è che Orlando ha seguito quell’esempio, anzi, spinto da Renzi contrario a amnistia e indulto, ne ha fatto sistema con la disciplina penale della "particolare tenuità del fatto".

Un decreto che contrariamente al titolo è tutt’altro che tenue, se si pensa che con esso potrebbero cessare, con poche eccezioni imposte dal Parlamento, gli effetti penali di 112 specie di reati punibili fino a cinque anni: praticamente quasi tutti i reati più comuni.

Starà al giudice valutare la tenuità (leggerezza, lievità) di fatti come corruzione, frode, furti, truffe, crimini in strada, atti persecutori-stalking, commercio di prodotti falsi, percosse e lesioni personali, mancata esecuzione dolosa di un provvedimento, millantato credito, minacce, adulterazione e commercio di prodotti e farmaci in danno della pubblica salute, mancata notificazione di un reato da parte di pubblici ufficiali, abbandono di persone minori o incapaci, accesso abusivo a un sistema informatico, cancellazione delle denominazioni di origine dei prodotti, appropriazione indebita, arresto illegale da parte di pubblico ufficiale, corruzione di minorenni, invasioni di terreni e uffici, omicidio colposo, omissione di soccorso, patrocinio o consulenza infedele, fabbricazione di documenti falsi, procurata evasione, rialzo o ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato, violazione di domicilio, manipolazioni di atti ufficiali anche se commesse da pubblici ufficiali. E potremmo continuare.

Altro che amnistia e indulto! Siamo all’indulgenza plenaria, al giubileo che tutti assolve. Tutta questa indulgenza, ci ha tenuto a spiegare il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, capo tuttora attivissimo della corrente di Magistratura indipendente (a proposito di separazione dei poteri) non comporta l’abrogazione di nessun reato, ma «soltanto » (sic!) la depenalizzazione in caso di colpa tenue e non reiterata. Eppure un’altra, diversa, strada per ridurre il carico dei processi pendenti che ingorga e paralizza il corso della giustizia c’era, c’è, e dovrebbe essere assunta a modello.

È l’esempio virtuoso del Tribunale di Torino che adottando criteri amministrativi corretti, organizzando aziendalmente il lavoro, è riuscito ad azzerare le pratiche pendenti e a rendere efficiente e rapido il servizio giustizia. Senza depenalizzazioni di massa. O davvero si pensa che in un Paese in cui più dell’80 per cento dei reati resta impunito, in cui magistrati e politici lamentano l’illegalità diffusa e i cittadini vivono l’allarme e l’ansia per il dilagare della microcriminalità, l’inosservanza delle norme e gli abusi d’ufficio da parte dei pubblici ufficiali la proliferazione delle frodi e dei furti (quelli in appartamento sono cresciuti del 200 per cento in un anno) la cura migliore sia la tolleranza di una modica quantità - o tenuità - di questi reati che sono di gran lunga non solo i più frequenti, ma anche quelli che più minacciano la convivenza civile?

E che cosa dobbiamo pensare se il ministro della Giustizia da una parte annuncia iperbolicamente che "la prescrizione per la corruzione diventerà impossibile" e dall’altra mette la corruzione purché "tenue" nell’elenco dei reati depenalizzati? Che dire se annuncia una legge contro le intercettazioni e nello stesso tempo depenalizza la rivelazione dei segreti d’ufficio e delle rivelazioni inerenti a un procedimento penale e persino la diffamazione? Come commentare l’introduzione di una disciplina severissima per i cosiddetti ecoreati e, contemporaneamente l’obbligo di archiviare reati «tenui» come «la deviazione delle acque e le modifiche dello stato dei luoghi; i danneggiamenti a seguito di incendi e quelli che causano inondazioni, frane e valanghe nonché il crollo di costruzioni o altri disastri dolosi»?

Eppure l’Associazione nazionale magistrati ha mostrato di gradire molto le nuove norme. Sì, si tratta della stessa Anm organizzata in correnti politiche che regola l’elezione del Consiglio superiore della magistratura disponendo di fatto della vita professionale dei magistrati; che esercita in loro nome una rappresentanza politica che non ha alcuna legittimazione costituzionale; che protesta, si mobilita e sciopera contro le leggi sgradite. Sì. La stessa Anm che attribuisce ai magistrati non quel che loro compete, cioè la repressione dell’illegalità, ma il "controllo di legalità" (un inesistente diritto/dovere di controllare la legalità dei comportamenti di tutti) ha mostrato entusiasmo e rivendicato la paternità di un provvedimento che introduce il principio della "modica quantità di reato".

Come se il codice penale già non prevedesse diverse gradazioni di pena e attenuanti o aggravanti a secondo della gravità dei fatti. Il vero effetto della nuova legge sarà di dilatare il potere e la facoltà discrezionale del pubblico ministero e del giudice di pace di archiviare o di procedere nelle indagini e nel dibattimento. Perciò l’Anm canta vittoria. Esattamente come la partitocrazia sequestra la democrazia, così nel nostro dissestato stato di diritto la magistocrazia sequestra la giustizia. In una memorabile intervista Indro Montanelli, dopo aver sferzato la partitocrazia, dedicò parole di fuoco alla magistratura politicizzata bollandola come un male molto, molto peggiore.

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