Politica

Premier e segretario: Matteo è al bivio

La questione del doppio incarico di Renzi ricorda il precedente di Ciriaco De Mita

MATTEO RENZI

Sabino Labia

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Presidente del Consiglio o segretario del Pd, questo è il dilemma. Parafrasando l’Amleto shakesperiano questo, tra i tanti, è uno dei problemi che stanno attanagliando la mente di Matteo Renzi nelle ore immediatamente precedenti il rimpasto della segreteria del partito.

Chiudendo la Festa Democratica di Bologna, il Capo del Governo ha voluto precisare, se mai ce ne fosse stato bisogno a coloro che non lo avevano capito o che avevano fatto finta di non capire, di “non aver pensato neanche un nanosecondo alle dimissioni” da segretario; ma, in tutta risposta, è arrivata la replica del suo predecessore e avversario Pier Luigi Bersani “io non ci avrei pensato un nanosecondo a dimettermi”, a dimostrazione del fatto che forse, all’interno del PD, la questione non sia proprio di lana caprina.

Tutti gli osservatori sono convinti che realmente Renzi non abbia mai considerato, e mai considererà in futuro, l’ipotesi di abbandonare l’incarico di via del Nazareno per dedicarsi a tempo pieno all’impegno di Palazzo Chigi, per il semplice motivo che, nell’eventualità in cui dovesse prendere una simile decisione, il giorno dopo comincerà immediatamente il fuoco amico del neo segretario e della sua truppa, una caratteristica tipica e insita di un partito come il PD esperto in operazioni tafazziane.


Tutti gli osservatori sono convinti che realmente Renzi non abbia mai considerato, né mai lo farà, l’ipotesi di abbandonare l’incarico di via del Nazareno per dedicarsi a tempo pieno all’impegno di Palazzo Chigi

Il precedente di De Mita
La questione del doppio incarico, capo del governo e segretario del partito di maggioranza, non è la prima volta che si verifica nella storia repubblicana del nostro Paese; ma, il precedente più illustre, rimane senza ombra di dubbio quello di Ciriaco De Mita.

Il 14 aprile 1988 De Mita riusciva, dopo un’estenuante trattativa durata oltre un anno, a prendere il posto di Craxi (tra l’uno e l’altro ci furono le parentesi dei governi Fanfani e Goria), nell’ormai famigerata staffetta PSI/DC. Il leader democristiano, arrivava a Palazzo Chigi come segretario di Piazza del Gesù e vincitore assoluto delle elezioni amministrative; tempo un mese dall’insediamento cominciò il tormentone, tutto interno allo scudo crociato, di dover prendere una decisione se mantenere il doppio incarico o rinunciare alla segreteria. Il dilemma si protrasse sino al gennaio dell’anno seguente quando era previsto il congresso nazionale del partito.

De Mita cercò in tutti i modi di resistere agli agguati organizzati dagli “amici” di partito sostenendo la tesi che non si poteva “chiedere di rinunciare a chi non ha una scadenza” e, soprattutto, che doveva “essere garantita la solidarietà tra governo e partito”; in sostanza, non poteva essere sostituito con un esponente dell’opposizione interna.

Nell’arco di quei mesi tutti i famosi Cavalli di razza della Balena Bianca si alternarono nel rilasciare dichiarazioni rassicuranti nei confronti del loro leader; ma, quella più emblematica, rimane sicuramente, e non avrebbe potuto essere altrimenti, quella di Giulio Andreotti “Ciriaco, non esiste il problema della presidenza del Consiglio. Lascia la segreteria del partito tranquillo, perché nessuno vuole che tu lasci il governo”.

Per la cronaca il governo De Mita durò poco più di sei mesi dal congresso, alla segreteria andò Arnaldo Forlani e a succedergli a Palazzo Chigi indovinate chi arrivò? Andreotti, naturalmente.

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