Gli "impresentabili": il caos e l'immaturità politica

Fughe di notizie, nomi delle liste alle regionali indagati ma candidabili e l'incoerenza di lasciare le elezioni in balia delle toghe e non degli elettori

Rosy-bindi

Il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi – Credits: ANSA/CIRO FUSCO

Marco Ventura

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Questa vicenda caotica degli "impresentabili" è l’ennesima dimostrazione dell’immaturità della democrazia italiana. La teorica osservanza di regole che vanno anche al di là del dettato della legge (gli "impresentabili" sono certificati da una Commissione parlamentare, l’Antimafia, ma per la legge sono presentabili e candidabili) è la negazione della democrazia. Come si può pensare che una Commissione formata da rappresentanti dei partiti possa affrontare il tema dello screening di legalità (anzi, presentabilità) dei candidati regionali senza che nella decisione (e nei comportamenti che ne conseguono) non interferiscano valutazioni e manovre politiche? Anzi, di partito e di corrente?

Ancora una volta, la contaminazione giudiziaria della politica mette un’ipoteca sul risultato del voto, sortendo l’unico effetto di accrescere la disaffezione degli elettori. Le elezioni regionali riguardano il buongoverno locale, le cose da fare, i problemi concreti dei cittadini, le infrastrutture da far ripartire, le sempre più ampie sacche di indigenza e disoccupazione soprattutto giovanile da aggredire. Ma naturalmente queste elezioni hanno anche a che fare con le sorti dell’esecutivo e con la politica nazionale, perché molte sono le partite aperte in un campo e nell’altro (la resa dei conti all’interno del Pd tra pro e contro Renzi, e quella speculare dentro il centrodestra che è doppia, da un lato tra Forza Italia e Salvini, dall’altro tra Berlusconi e i transfughi alla Fitto).

In generale, poi, c’è il test di consenso al governo. Ce ne sarebbe per dare al voto un significato forte. E invece il dibattito politico si allontana dai contenuti e si focalizza su pochi nomi attorno ai quali si alza un polverone politico-mediatico-giudiziario tra faide e colpi bassi. È successo che l’Antimafia per prima ha contravvenuto a una delle sue regole fondamentali: la riservatezza. La fuga di notizie che si è verificata ieri (soltanto quattro nomi di “impresentabili” sono trapelati ai giornali, tutti pugliesi, mentre si prendeva nel Palazzo la decisione di rimandare la pubblicazione dell’intera lista) ha conseguenze inevitabili sul voto, inquina il libero convincimento dei cittadini.

È di per sé uno scandalo, quasi più della “impresentabilità” di qualche candidato marginale. E lo spettacolo che ne è scaturito, con retroscena pure quelli riportati non disinteressatamente dal chiuso della Commissione all’esterno, è perfino più imbarazzante: Rosy Bindi, la presidente della Commissione, a quanto si legge infuriata per la violazione della riservatezza, è però la prima responsabile della fuga di notizie per il solo fatto di essere il vertice dell’organismo. Che provvedimenti prenderà? Lo scambio di accuse tra componenti della Commissione e la protesta d’innocenza dei pentastellati aggiunge colore, sale, a una vicenda squallida e emblematica.

Perché al di là di ogni considerazione, è inconcepibile il doppio vaglio dei candidati. Se uno è indagato ma candidabile, per la legge (e la Costituzione) è innocente e saranno gli elettori a giudicarne la credibilità (sua e di chi lo ha inserito in lista) nel segreto dell’urna. Metti poi la sentenza della Consulta sul fatto che dovrà essere un giudice ordinario e non più amministrativo (il Tar) a esprimersi sull’applicazione della Legge Severino, rendendo ancora più fragile il futuro istituzionale del candidato Pd in Campania, Vincenzo De Luca, in caso di elezione, e la frittata è totale. Le elezioni, così, finiscono o continuano a essere in balia delle toghe e del gossip politico, come se il problema della corruzione della politica si esaurisse nell’alibi di liste di proscrizione giustizialiste, per di più manipolate. E mai che si parli di contenuti reali. La solita Italietta.

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