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Ilva e Banche, c'era una volta uno Stato

Avevamo acciaierie, fabbriche di auto, centrali a gas, banche. Oggi siamo un deserto economico

Ilva

Mario Giordano

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C’era una volta lo Stato. E lo Stato aveva una fabbrica. Era una grande fabbrica, a Taranto, che produceva acciaio e purtroppo inquinava. Le persone morivano e nessuno se ne curava. Soprattutto non se ne curava lo Stato. Un giorno la fabbrica venne venduta (qualcuno disse svenduta) a una famiglia privata. Neanche loro si preoccuparono di risanare la fabbrica e così la gente continuava a morire. Lo Stato allora intervenne, attraverso i magistrati, che dissero: «Ehi tu, famiglia privata, perché non hai risistemato la fabbrica?». Quello rispose: «Nemmeno tu, caro Stato, l’avevi risistemata». Avevano ragione tutti e due. Cioè avevano torto tutti e due. Lo Stato, però, decise di riprendersi la fabbrica portandola via alla famiglia privata cui l’aveva venduta. Ufficialmente la commissariò. Qualcuno disse che la scippò.

C’era una volta lo Stato che aveva una fabbrica. Era la stessa di prima, a Taranto, e continuava a inquinare. «Ora che lo Stato se l’è ripresa, vedrai che la sistemerà», penseranno i miei lettori. Invece no. O, almeno, solo un po’. La fabbrica rimase lì altri sei anni e la gente non smetteva di morire. Lo Stato allora cercò di rifilarla a qualcuno. Passava di lì un principe indiano, mezzosangue francese, e disse: «Se volete me ne occupo io». «Prendila». «Sì, ma voglio una garanzia». «Quale?». «Questa fabbrica continuerà a inquinare, mentre io la sistemo». «E allora?». «Non voglio che lo Stato mi condanni mentre completo il piano di sistemazione concordato con lo Stato». Qualcuno disse che era ragionevole, qualcuno disse che non lo era. Qualcuno disse che era inutile. Comunque lo chiamarono scudo penale. Prima lo Stato disse sì, poi disse no, poi disse nì, poi lo modificò, poi lo tolse del tutto. E allora il principe indiano s’arrabbiò: «Se è così vi restituisco la fabbrica e me ne vado». Qualcuno disse che era solo un pretesto. Ventimila persone videro il loro posto di lavoro precipitare dentro un buco nero.

C’era una volta lo Stato che finanziava una fabbrica. Era un’altra fabbrica importante che aveva la sede principale a Torino e produceva automobili. È stato calcolato che nel decennio tra il 1990 e il 2000 questa fabbrica ricevette dallo Stato 10 mila miliardi di lire, cioè 5 miliardi di euro, sotto forma di aiuti vari. Poi questa fabbrica decise di trasferirsi fuori dall’Italia: un po’ Londra, un po’ in Olanda, un po’ negli Stati Uniti, alla fine qui da noi restarono soltanto gli avanzi della produzione e un po’ di dimenticati operai. La fabbrica di automobili (che era stata italiana) decise di fondersi con un’altra fabbrica di automobili (che era rimasta francese, e aveva pure lo Stato francese nel suo azionariato). E tutti dissero: è un’operazione straordinaria, la Borsa brindò, i mercati fecero festa. Gli operai delle fabbriche rimaste ancora in Italia si guardarono in faccia l’un l’altro un po’ stupiti. «È vero che ora comandano i francesi?». «Sì». «Ed è vero che prima o poi ci chiederanno sacrifici?». «Può essere». «E se comandano i francesi, secondo te, i sacrifici dove li faranno? A Metz o a Pomigliano?». Tutti parlarono di nuovi tagli in arrivo.

C’era una volta lo Stato che aveva le banche. E tutti cominciarono a scandalizzarsi: «Lo Stato non deve gestire le banche». Così la banca chiamata Credit venne venduta. Finì nelle mani di un altro sovrano (fondo sovrano, per lo più) e di un signore francese che voleva sempre molto internazionalizzare, con l’occhio rivolto più a Parigi che a Milano. La banca aveva delle azioni di un altro istituto italiano molto importante, dove una volta passava tutta la finanza del Paese, e di un’assicurazione che sembrava un leone (di Trieste ovviamente). Due istituzioni. Due nomi importanti. Due realtà che da sempre avevano fatto l’orgoglio del nostro Paese. E che d’improvviso si trovarono in balia degli eventi. Pronti a finire chissà dove.

C’era una volta lo Stato che proteggeva le banche popolari. Poi arrivò Renzi e le banche popolari finirono ai fondi stranieri. C’era una volta lo Stato che possedeva le reti telefoniche. Poi arrivò la privatizzazione e le reti telefoniche finirono a società straniere. πC’era una volta lo Stato che gestiva i porti, poi è arrivata la globalizzazione e i porti finirono ai cinesi. Persino la Borsa italiana passò alla London Stock Exchange Group che è controllata dal Qatar. E cinque delle principali centrali a gas finirono alla Eph, una società della Repubblica Ceca. Così, da quel momento, una parte importante dei rubinetti energetici italiani venne aperta e chiusa da un signore di Praga. Vi sentite tranquilli? C’era una volta un Paese che si diceva industrializzato. Ora sta diventando un deserto economico. E lo Stato? C’era una volta lo Stato. 

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