Il voto di fiducia: prova di forza o fragilità?

Enrico Letta pone questione di fiducia sul decreto del Fare: la fatica di tenere insieme una maggioranza

Enrico Letta ANSA/GIUSEPPE LAMI

Carmelo Caruso

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E’ l’inizio di qualsiasi tradimento e il vaccino contro il tradimento. E che dire quindi di Silvio Berlusconi che pose la fiducia il novembre 2011 al suo governo per vedersi tradito da Gabriella Carlucci, deputata transumata da Canale 5 direttamente a Montecitorio?

“Voglio vedere in faccia i traditori” disse mentre si avviava a consegnare le sue dimissioni a Giorgio Napolitano. Chi può tradire quindi Enrico Letta che ha posto il suo primo voto di fiducia sul decreto Fare? “Troppi emendamenti” ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini che ne ha giustificato la necessità. Non c’è governo di destra, sinistra, tecnico che non sia ricorso alla questione di fiducia per superare il parlamento. Urgenza quindi e abuso di urgenza, del resto cosa altro è il voto di fiducia se non la corsia preferenziale di una legge, il commissariamento dei deputati da parte dei capigruppo, il duello delle idee, la forza della sedizione che ad ogni fiducia deve essere palese, a viso aperto.

 

Non solo la questione di fiducia scioglie la discussione e gli emendamenti dato che dal momento in cui si chiede la fiducia tutti gli emendamenti cadono per regolamento, di fatto è per fiducia che un governo sopravvive o si spegne. Se la inventarono infatti i deputati e non certo la costituzione forse troppo ingessata per dotare un governo di quello che per costituzionalisti può sembrare un contropotere contro la debolezza degli esecutivi. Ben 53 volte ne fece ricorso l’ultimo governo Berlusconi, 34 volte Mario Monti, perfino il prudente Romano Prodi ne dovette fare uso, ma solo 28 volte. Sarà il voto palese, l’impossibilità di nascondersi nel segreto dell’urna a fare del voto di fiducia l’ultima spiaggia di un governo, il braccio di ferro contro i mugugni di una maggioranza traballante. Una volta posta non c’è deputato che possa celare ipocrisia e chissà come sarebbe stata utile al Pd durante l’elezione del capo dello stato quando 101 deputati sancirono la bocciatura di Prodi.

Ne faceva abuso Giulio Andreotti di voti di fiducia tanto da vedersi rimproverato da Beniamino Andreatta: “A volte la gelosia dei vecchi che vogliono morire governando fa utilizzare i metodi con cui vi sono arrivati”. Il voto di fiducia rimane infatti strumento estremo e chiunque voti contro è formalmente fuori dal gruppo, espulso per non aver accettato la disciplina e preferito l’eterodossia. Ed è stata forse troppe volte usata come ricatto, ed era con questo spirito che Napolitano rimproverava, questa fiducia che mette il governo di fronte a un bivio: o votare a favore o rischiare le dimissioni di un intero governo. Dalla fiducia non si esce se non con un voto a maggioranza, il voto compatto, l’ovazione. Chiaro che sia la via meno democratica anche se la più efficiente per qualsiasi riforma. Ma come giustificare sempre questa chiamata democratica alla salvezza di governo se non confessando che ogni questione di fiducia più che una esibizione di muscoli è in realtà una fragilità, la vigilia della diffidenza tra amici e complici. Se fiducia è fides, ovvero fedeltà, la sua richiesta è già l’ossessione di Otello, l’insicurezza di farcela e di credere nell’altro, accentuata ancora di più da quel voto sul fianziamento pubblico inserito nel decreto Fare e che non piace a nessuno.

Insomma, un voto di fiducia è la crepa che si apre lungo le mura di una casa, uno stato d’eccezione che prelude una crisi che si nasconde facendo appello alla contingenza. Non si sfugge dunque dalla fiducia tranne che per un’esigenza impellente e irrinunciabile, come nel luglio 2006 quando la partita Italia-Germania fece slittarla di un giorno. Un gol di Balottelli o un intervento dell’onorevole? E’ una questione di fiducia…

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