Il rompicapo dello Stato

Giorgio Napolitano non ha molto tempo: il 15 aprile inizieranno le elezioni per il suo successore. Ma prima dovrà sbrogliare la matassa delle elezioni più pazze della storia della Repubblica

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Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – Credits: Ansa/Alessandro Di Meo

Giovanni Fasanella

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«Come si sente il presidente? Come uno che si trova proprio nel centro di Hiroshima poco prima dell’esplosione della bomba atomica». Erano le 12 di lunedì 25 febbraio, mancavano ancora tre ore alla chiusura delle urne e al Quirinale già presagivano lo scenario peggiore: l’ingovernabilità. Avevano informazioni molto più attendibili di quelle che i sondaggisti avrebbero continuato a sfornare anche dopo la chiusura dei seggi. Dati del Viminale, forniti segretamente quasi a getto continuo grazie alle buone antenne delle prefetture, che dicevano da tempo quello che poi il risultato avrebbe confermato: una vittoria di Pirro del centrosinistra, una spettacolare rimonta del centrodestra, il boom dei grillini e il Senato privo di una maggioranza. Un quadro fosco, insomma. Proprio quello che Giorgio Napolitano non avrebbe mai voluto consegnare ai partner europei e all’alleato americano nel pieno di un’offensiva diplomatica tesa a trovare una soluzione condivisa del «problema italiano». Già, perché la domanda che tutte le cancellerie adesso gli pongono è una sola: «E allora, come pensate di uscirne?». «È una strada in salita, ma ne usciremo» ha spiegato il capo dello Stato all’ambasciata tedesca a Roma, mentre si mettevano a punto gli ultimissimi dettagli della visita al cancelliere Angela Merkel.

La missione in Germania

Deciso nel giugno scorso, quando nessuno poteva prevedere le elezioni anticipate, il caso ha voluto che il viaggio di Napolitano in Germania iniziasse proprio il giorno dopo i risultati del voto (martedì 26 febbraio-venerdì 1° marzo). E non si è trattato solo di un incontro di cortesia, assicurano fonti vicine alla presidenza della Repubblica. La crisi italiana ha tenuto banco nei colloqui, dai quali sarebbe spuntata anche una possibile soluzione. Anzi, un nome: quello di Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea. Potrebbe essere lui il nuovo tecnico chiamato a tirar fuori il Paese dalle secche dell’ingovernabilità, magari alla guida di una grande coalizione? Mario Monti è ormai fuori gioco. Delegittimato innanzitutto dalla sua deludente performance elettorale. Ma poi, raccontano, non gode più della fiducia di Napolitano. Il quale, stando sempre alle indiscrezioni che filtrano dal Quirinale, non gli ha mai perdonato la sua ascesa in politica, che ha vissuto come un vero e proprio tradimento. E lo avrebbe confermato anche a diversi suoi interlocutori italiani, commentando i risultati del voto: se il Professore fosse rimasto al di sopra della mischia, oggi il suo nome sarebbe  ancora spendibile. Perciò, che possa essere Draghi la soluzione, è una possibilità tutt’altro che infondata, anche se prima di arrivare in porto dovrebbe superare un vero e proprio percorso di guerra. Il presidente della Bce, che gode da sempre della stima del capo dello Stato, oggi è l’unica personalità italiana presentabile sulla scena internazionale. È apprezzato dai tedeschi. È amato alla Casa Bianca. Ed è molto probabile che di lui si parli anche quando la regina Elisabetta II verrà a Roma, mercoledì 6 e giovedì 7 marzo. Neppure la più creativa delle regie diplomatiche avrebbe potuto fare meglio del caso. Che ha fatto coincidere anche questo incontro con l’immediato dopovoto.

Elisabetta II ci teneva a salutare il presidente della Repubblica alla fine del suo settennato, visti i suoi rapporti d’amicizia con Buckingham Palace. Relazioni antiche, che risalgono alla seconda metà degli anni Settanta, quando Napolitano, con Gian Carlo Pajetta, era uno dei primi comunisti italiani a frequentare l’ambasciata britannica a Roma, tanto da essere considerato un estimatore del modello inglese. L’incontro al Quirinale avrà una coda molto riservata la sera del 7 marzo. Una cena con pochi intimi nel Torrino, il punto più alto del palazzo, su cui sventolano il tricolore, la bandiera stellata dell’Europa e quella della presidenza della Repubblica.

Intorno alla tavola rotonda, oltre al capo dello Stato e alla regina, siederanno 12 personaggi selezionati su indicazione di Elisabetta II, e per questo i loro nomi sono ancora protetti dal segreto. Draghi ci sarà? È probabile, dal momento che anche lui ha un’antica consuetudine di rapporti con gli ambienti britannici sin dai primi anni Novanta, quand’era direttore generale del Tesoro. Com’è probabile, ma allo stato è solo poco più di un gossip, che la regina voglia avere a tavola anche il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e l’eminenza grigia del Pdl, Gianni Letta. Cioè due degli interlocutori privilegiati del Quirinale, impegnati in questi giorni ad aiutare un Napolitano alle prese con un vero e proprio rompicapo. Perché non sarà facile uscire dal pantano in cui le urne hanno riportato la situazione italiana. Già preannunciata l’ostilità di Beppe Grillo nei confronti di una grande coalizione. Sempre lui, il leader non leader, il capo non eletto, ha annunciato che salirà sul Colle per dire la sua quando sarà il momento delle consultazioni. Sarebbe uno strappo alla consuetudine: sono i capigruppo parlamentari gli interlocutori istituzionali del capo dello Stato.

Ma è un problema che non preoccupa il Quirinale: «Se i presidenti del movimento vorranno portarsi anche Grillo, sarà ricevuto» taglia corto il portavoce Pasquale Cascella. L’ex comico fondatore del Movimento 5 stelle, diventato incredibilmente il primo partito italiano, punta ormai tutte le sue carte sulla distruzione del tes ssuto politico tradizionale. Vuole tornare di corsa alle elezioni sperando questa volta di fare un botto ancora più forte. Uno scenario temuto in Europa, per le conseguenze destabilizzanti che potrebbe provocare sull’euro, e scongiurato anche dal Quirinale e da tutte le altre forze politiche.

Questione centrosinistra

Dopo il voto Napolitano ha pronunciato poche parole: «Io non sono chiamato a commentare i risultati elettorali. Aspetto che le forze politiche facciano le loro riflessioni. Alla fine trarrò le conclusioni». Il problema, però, è dentro il centrosinistra. Alcune dichiarazioni rilasciate a caldo da esponenti del Pd subito dopo il voto hanno irritato il presidente. In particolare quella del responsabile economico Stefano Fassina, che a metà spoglio, il 25 febbraio, ha invocato un ritorno alle urne. Comunque il fronte contrario alla grande coalizione nel centrosinistra è molto più ampio. Comprende quelle forze, come Sel e alcuni sostenitori di Bersani, che strizzano l’occhio a Grillo. Convinti di poterlo coinvolgere in un’alleanza temporanea e con programma limitato ai punti su cui può esserci sintonia: nuova legge elettorale, soluzione del conflitto d’interessi, anticorruzione e taglio dei costi della politica. Anche Bersani sarebbe tentato.

E infatti, sulla base dei numeri ottenuti alla Camera grazie al premio di maggioranza, potrebbe chiedere al Quirinale almeno un mandato esplorativo, per verificare se è percorribile l’ipotesi di un accordo con i grillini. Tentato, però non pienamente convinto, il segretario del Pd. Proprio come Napolitano, Bersani sa infatti che stringere patti con Grillo è arduo, se non impossibile; e che, quand’anche si verificasse il miracolo, il patto avrebbe breve durata. E il capo dello Stato ha già fissato alcuni paletti: finché rimarrà al suo posto, farà il possibile perché la soluzione sia duratura. Esattamente quel che chiedono all’Italia i suoi alleati.

Al momento, dunque, l’ipotesi di una grande coalizione non pare avere alternative serie. E nello stesso Pd non è esclusa a priori. Il fatto è però che in quel partito, a sentire i più stretti collaboratori del segretario, non si fidano dell’interlocutore principale, il Pdl. Ricordano i precedenti, a partire dalla bicamerale per le riforme istituzionali, nella seconda metà degli anni Novanta, quando Berlusconi rovesciò il tavolo a un passo dall’intesa. Per non dire dell’esperienza del governo tecnico presieduto da Monti. Al Pd sono ancora scottati: non pensavano che, ancora una volta, il Cavaliere avrebbe mandato tutto all’aria, provocando la crisi di governo e lo scioglimento anticipato delle Camere. D’altra parte, a sentire gli esponenti pidiellini, neppure loro considerano del tutto trasparente il comportamento del Pd.

Il nome del successore

La mancanza di fiducia reciproca è forse l’ostacolo più serio con cui devono confrontarsi i sostenitori di un governo di grande coalizione. Ed è per questo che Napolitano, pur non rinunciando a svolgere discretamente il ruolo di persuasore, prima di qualsiasi passo aspetterà che siano compiuti i normali adempimenti parlamentari postelettorali: l’insediamento delle Camere, l’elezione dei due presidenti e la formazione dei gruppi. Un periodo di decantazione imposto da tempi tecnici, che potrebbe servire per riaprire un dialogo tra Pd e Pdl: se trovassero un’intesa sui presidenti di Camera e Senato, sarebbe già un bel passo verso un accordo più ampio. Sul governo. E magari anche sul nome del prossimo presidente della Repubblica, che sarà eletto dal 15 aprile. Per Napolitano la soluzione del rompicapo (e anche la massima ambizione) sarebbe lasciare il Quirinale con un nuovo assetto politico-istituzionale, se non formalizzato, almeno già delineato.

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