Politica

Il regalo di Renzi a statuto speciale

La riforma ha perso l'epocale occasione di riequilibrare un divario, quello tra le regioni ordinarie e quelle a statuto speciale

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Luca Antonini

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Nella riforma costituzionale c'è una contraddizione talmente grande che, paradossalmente, pochi se ne sono accorti.

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Essa, infatti, giustamente inserisce in Costituzione i costi standard, stabilendo così che verrà finanziata solo la spesa "giustificata", e non più gli sprechi, di Regioni ed enti locali. Tuttavia si prevede, al contempo, che i costi standard non si applicheranno alla Sicilia, ovvero alla regione cui, a causa dei suoi eccessi di inefficienza, sarebbe stato più opportuno applicarli.

Se le 15 Regioni ordinarie spendono per il personale complessivamente 2,3 miliardi di euro, la Sicilia da sola ne spende 1,7. Il confronto con il Veneto (conta circa gli stessi abitanti) e i suoi 2.664 dipendenti è spaventoso: in Sicilia il dato quasi si decuplica (per un totale di 20.288 dipendenti). Sono forme impazzite di ammortizzatori sociali che condannano al declino l'intera regione, quasi completamente priva di ogni politica di investimenti infrastrutturali.

Opere programmate, iniziate e mai concluse; assenza quasi totale di un serio sistema ferroviario; emolumenti indecenti per consiglieri regionali; assunzioni dissennate di personale: queste e un'infinità di altre disfunzioni oscurano ormai da tempo la bellezza dei luoghi e il genio delle persone di questo territorio.

I costi standard, una maggiore presenza dello Stato o addirittura la riconduzione al rango di regione ordinaria avrebbero potuto cambiare il registro della storia. Perché allora la riforma ha spento ogni speranza? Semplicemente perché vi si trova scritto che tutte le sue norme "non si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano" (art. 38). Per evitare sorprese nell'approvazione al Senato, dove la maggioranza filo governativa è risicata, la riforma ha quindi perso l'epocale occasione di riequilibrare un divario, quello tra regioni ordinarie e speciali, le cui ragioni, già a suo tempo poco trasparenti, non sono più attuali.

I movimenti separatisti hanno perso ogni vivacità; l'Austria ha ritenuto chiusa la questione altoatesina ormai da vent'anni; l'integrazione europea ha stemperato le questioni linguistiche. Eppure le speciali del Nord dispongono di una "ricchezza regionale" indipendente dal loro sforzo fiscale, generata solo da compartecipazioni dorate ai tributi statali: trattenere i nove decimi delle tasse significa, in termini pro capite, il privilegio di una capacità di spesa dieci volte superiore a quella del Veneto. Diverso è per la Sicilia: trattenere i dieci decimi delle imposte riscosse in un territorio povero equivale a un livello di finanziamento analogo a quello di una regione ordinaria. L'autonomia speciale quindi è stata funzionale, in questo caso, solo al "privilegio" di poter mantenere intatta la propria inefficienza. Ma la riforma si è interrogata unicamente sulle ragioni politiche contingenti: le Regioni ordinarie vengono tutte ricentralizzate, anche se virtuose; quelle speciali vengono tutte esentate, anche se inefficienti. E così alla Sicilia i costi standard non si applicheranno mai.

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