La decrescita (in)felice della Grillonomics

Più che indignarsi, meglio accontentarsi. Il pensiero economico dei cinquestelle si ispira a Latouche e paradossalmente a Friedman. Mentre punta il dito sui consumi, anche essenziali.

Credits: Dino Fracchia; Ansa

di Alberto Mingardi
economista, direttore dell’Istituto Bruno Leoni

A dieta lo Stato, e noi con lui. Il programma di Beppe Grillo unisce rivendicazioni diverse che non si capisce bene perché debbano stare assieme. Da una parte l’indignazione per una casta incapace di gesti che sono ormai necessari affinché le istituzioni rappresentative non perdano del tutto la loro legittimità: abolire le province, rinunciare ai rimborsi elettorali, ridurre il numero dei parlamentari, accorpare i piccoli comuni, cambiare le norme sul finanziamento pubblico dei partiti. Dall’altra, guerra aperta alla società dei consumi.

I grillini non paiono nemmeno sfiorati dall’idea che i camerieri non siano responsabili dell’obesità dei clienti: cioè che, per quanto certi sprechi possano apparirci astrattamente deprecabili, essi sono la conseguenza di scelte libere delle persone. Il movimento suggerisce che solo un cambiamento, radicale, degli stili di vita potrà salvare l’Italia, l’Europa e il pianeta dall’irreparabile. La battaglia dovrebbe essere, a rigor di logica, culturale: cioè passare per la persuasione dei singoli. Ma dal momento che i cinquestelle chiedono il voto, e non solo l’attenzione, degli italiani, è inevitabile che entrino in gioco meccanismi coercitivi: vuoi per costringerci, vuoi solo per spingerci (tradotto dall’inglese «nudge», colpo di gomito) nella direzione opportuna.

Vietare la costruzione di nuovi parcheggi nei centri urbani fa certo meno impressione che proibire l’acquisto di nuove automobili, ma poco ci manca. L’introduzione di «una forte tassazione per l’ingresso nei centri storici di automobili private con un solo occupante a bordo» è più esplicita. Duro il bastone, modesta la carota: istituzione (come, per legge?) di spazi condominiali per il parcheggio delle biciclette.

Lo slogan è preso dai libri di Serge Latouche: decrescita felice. Proprio ora che la crisi morde più forte, indebolendo il potere d’acquisto dei consumatori, Grillo suggerisce che si starà meglio quando si starà peggio. «Indignatevi»? Accontentatevi, semmai. Ai piani alti della società decrescere è la cena slow food e il carciofo a km zero. Ai piani bassi è la rinuncia a beni d’uso comune che hanno il solo torto di semplificarci la vita. Dalle bottigliette di plastica (assurte a emblema del consumismo più efferato) agli assorbenti, ai quali i grillini preferiscono le «coppette della luna» in silicone. «Le Moon cup sono prodotte da un’azienda pluripremiata come società etica e pongono fine al problema dei rifiuti, e dei costi degli usa e getta».

Libertà è una parola grossa, ma non può prescindere da cose apparentemente banali. Il «decrescismo» grillino altro non è che un tentativo di restringere la libertà di scelta a disposizione di ognuno di noi, subordinando la possibilità di decidere, ciascuno per sé, il nostro bene al perseguimento di un fine collettivo. La sostenibilità ambientale, nello specifico.

Da questo punto di vista stupisce che in un programma che mira a renderci tutti grand commis di stato e impiegati di banca, più frugali, compaia la manna dal cielo. Intervistato dal New York Times, Grillo ha proposto di «fare ricomprare all’Italia i suoi titoli di Stato» per smetterla di boccheggiare sotto il peso del debito. È un’operazione a costo zero? Fare ricomprare all’Italia significa, presumibilmente, fare ricomprare agli italiani: attraverso una qualche forma di prestito forzoso o tramite nuovi obblighi imposti al sistema bancario. Ma par di capire che al leader del movimento non faccia impressione la parola default.

L’Argentina post default ha perso il 40 per cento del suo pil. Ciascuno faccia i propri conti e immagini che cosa vorrebbe dire vivere con i guadagni quasi dimezzati rispetto a oggi. Temo che non si tratterebbe solamente di rinunciare all’auto nuova per una più sobria bicicletta, ma per molti ne andrebbero di mezzo i consumi essenziali. Decrescita, certo, ma felice?

Non troppo diversamente, è facile proclamare impignorabile la prima casa: ma in assenza di quella garanzia chi mai concederebbe un mutuo a una giovane coppia? Più innocua la manna dal cielo del wi-fi libero, che pure verrebbe pagato dal contribuente, con le tasse, altro che gratis.

L’artiglieria pesante delle promesse grilline è il reddito di cittadinanza. Se si sommasse alle tutele già esistenti, esso sarebbe del tutto evidentemente insostenibile per le casse dello Stato. Attenzione, però, dal blog di Grillo par di capire che esso andrebbe a sostituire «19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici: una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese». Chiunque lavori per lo Stato dovrebbe farlo per mero spirito di servizio, con salari indifferenziati fra il messo comunale e il presidente della Camera.

Una proposta utopica che tuttavia, per certi versi, ricorda non Latouche ma Milton Friedman, convinto che lo stato dovesse dare sussidi in moneta sino al raggiungimento del reddito minimo imponibile anziché erogare servizi sociali. Un’alternativa radicale allo stato sociale, nutrita dalla convinzione che ogni individuo sia il miglior giudice del suo bene. Che è proprio ciò che i critici della società dei consumi, da Latouche a Grillo, negano con tanta passione.

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