Il potere viene sempre dal popolo ma ad esercitarlo sono le istituzioni

Il parlamento è vecchio, le classi dirigenti liberali sono delegittimate, ma le soluzioni di ricambio sono una mitologia senza coerenza e senza forza. La riflessione di Giuliano Ferrara

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Giuliano Ferrara

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L’alzata di spalle o il rigetto irato non bastano. I parlamenti sono in effetti invecchiati. L’appello alla democrazia diretta, che è un mostro a due teste, viene da un’insubordinazione isterica e priva di visione, dalle persone sbagliate con gli argomenti sbagliati, ma va liquidato con le armi della critica, non con un semplice gesto di interdizione e di richiamo alla tradizione liberale.

L’assalto al potere dei moralisti e delegittimatori della democrazia rappresentativa, in nome di una ideologia del repulisti nutrita di miti e sciatti richiami a idee molto vecchie e inservibili, mascherate con il web e il clic risanatore, non è una scalata al cielo, vana e pericolosa come la Comune di Parigi ma eroica, è una razzia nel fienile.

Tuttavia per un certo periodo dobbiamo abituarci a pensare insieme l’invecchiamento dei corpi intermedi rappresentativi e la evidente crisi di legittimità di classi dirigenti contrastate con tutti i mezzi e malamente, con i colpi bassi della demagogia, ma con discreti risultati in alcune situazioni-limite.

Il potere al popolo esercitato direttamente non esiste e non è mai esistito. C’è stato il potere palaziale, del palazzo del re; quello dell’agorà figlio dello spirito greco, in cui decidevano gli ottimati e i retori e i sofisti di una democrazia socialmente chiusa, fondata sull’esclusione di schiavi, meteci e donne; quello repubblicano e senatorio, quello popolare e belligerante degli eserciti romani divenuto impero; il potere tribale dei barbari, quello feudale, il potere della cristianità in concorrenza con la sacralità discussa dei regnanti per diritto divino; e nella modernità forme varie di potere oligarchico, monarchico costituzionale, assolutista e cortigiano; infine un progressivo slittamento verso la divisione dei poteri, il primato del legislativo, la costruzione di un repubblicanesimo parlamentare e liberale in Europa, cioè la democrazia rappresentativa come la conosciamo.

C’è chi come i britannici ha salvato l’involucro monarchico e tradizionalista, chi ha costruito il presidenzialismo e l’equilibrio delle forze tra Casa Bianca e Congresso, chi per un periodo ha ceduto al fascino della demagogia totalitaria e si è arreso ai fascismi storici o si arrende oggi alle dittature diffuse nel mondo.

Oggi la forza di attrazione della democrazia diretta si fonde con il rispetto e la subalternità alle democrature, sistemi semplificati di comando che tendono a svuotare le istituzioni e la dinamica del conflitto a favore dell’unità personale di leadership e dell’uomo forte, circondato da un’oligarchia fuori controllo.

Ma pur essendo questo il quadro di riferimento delle discussioni povere oggi in voga, magari sotto le spoglie mentitrici di una Srl chiamata con il nome di Jean-Jacques Rousseau, la caduta di prestigio e di operatività e dunque di legittimazione delle classi dirigenti di un pezzo importante d’Europa, con rischi per chi ancora resiste, implica una riflessione sugli strumenti rappresentativi della politica.

La V Repubblica gaullista fu un precoce tentativo di risposta ai guasti della democrazia dei partiti in caduta libera. Il sistema costituzionale spagnolo dopo Franco si è dato un orizzonte parlamentare classico, e una dimensione sostanzialmente ma imperfettamente maggioritaria attraverso le leggi elettorali, eppure come dimostra il caso secessionista catalano non è affatto al riparo da derive di ogni specie.

La Germania ha seguito una via speciale, un Sonderweg, contando sul fatto che Europa e Riunificazione hanno per lunghi anni marciato assieme, e sono state le due idee forza sia dei socialdemocratici sia dei popolari cristiano-democratici.

L’Italia, fino al 4 marzo di quest’anno, aveva tentato di salvare le cose con sforzi di riforma e di rinnovamento dell’efficacia della vita parlamentare sempre regolarmente frustrati da campagne d’opinione vincenti, da accozzaglie di volta in volta (referendum antiberlusconiano) caratterizzate dal richiamo all’unità nazionale compromessa oppure (referendum antirenziano) dall’adunata dei refrattari contro l’uomo solo al comando.

Che la direttrice della democrazia diretta qui da noi non sia che una confusa nebulosa, alimentata dalla funzionalità sempre più dubbia dei social e della rete, è dimostrato dal fatto che i referendum, quelli veri, hanno sempre premiato posizioni conservatrici, al di là delle apparenze propagandistiche: così non abbiamo per scelta popolare un monocameralismo, che in parte risolverebbe i problemi più assillanti della disfunzionalità e della perdita di autorità delle assemblee elettive, una riduzione del numero dei parlamentari, più che matura, e un riordino di quanto poi alla gente, anche a quella sensibile ai richiami e alle scorciatoie populiste, non piace affatto.

Nella confusione culturale e ideologica si inserisce anche il fraintendimento di Rousseau, un pensatore del Settecento che fece esplodere il mito dell’eguaglianza collegandolo a temi romantici e mistico-sentimentali, e tuttavia uno che quando parlava della «volontà generale» come strumento di quel contratto sociale che deve paradossalmente «obbligare l’uomo a essere libero», indicava una divinità appunto mitica, transtorica, trascendente, che non ha a che fare con il potere del popolo direttamente esercitato se non come idea astratta e impraticabile, in genere strumento politico finale del Terrore. Il parlamento è vecchio, le classi dirigenti liberali sono delegittimate, ma le soluzioni di ricambio sono una mitologia senza coerenza e senza forza.

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