Politica

Il Piano Nazionale delle Riforme, ennesimo capitolo del Libro dei Sogni del governo

Da 4 mesi l'esecutivo si nutre e ci nutre di slogan, fine a se stessi, che non risolvono e che non servono a nulla

A più di quattro mesi dall'inizio della pandemia, siamo ancora agli slogan. Sempre più roboanti, più accattivanti, non fai in tempo ad abituarti al precedente che già ne arriva uno nuovo. E fu così che dopo il decreto aprile, poi ribattezzato decreto maggio, poi ridenominato decreto Rilancio, e poi il decreto liquidità, e poi il ventilato piano di rinascita, e poi lo sbandieratissimo Piano Colao, adesso arriva l'ultima lenzuolata: il Piano Nazionale per le Riforme.

I rappresentanti degli imprenditori veneti, che non vanno per il sottile, l'hanno già bollato come "l'ennesimo piano minestrone". E in effetti, nella zuppa ci trovi di tutto. A scorrere le "tre linee strategiche", suddivise poi in "nove direttrici di intervento", nonché le "sette sezioni di riforme", salta fuori uno zibaldone infinito: si parla di ferrovie, di acqua, di asili, di riforestazione, di turismo, di tasse, di tribunali, di siderurgia, di insegnanti, di autostrada Roma-Pescara. Si capisce subito, insomma, che manca una priorità delle cose da fare, senza la quale il libro delle ricette per fare ripartire il Paese altro non è che l'ennesimo libro dei sogni. Ci siamo presi 10 giorni di riflessioni per gli Stati Generali: dopo la riflessione, noi poveri illusi ci aspettavamo un minimo di decisione. Non è stato così.

La faccenda più complicata, scusate il gioco di parole, è quella del decreto Semplificazioni. Come dice il premier, è la "madre di tutte le riforme", ma a furia di tergiversare sta diventando la "nonna di tutte le riforme", ammesso che venga davvero varata. Sul tema degli appalti senza gara, Pd e Leu tirano da una parte, i cinque stelle dall'altra. I renziani vogliono il modello Genova con i supercommissari, gli altri no. Anche sull'abuso d'ufficio e sulla responsabilità erariale, ognuno nella maggioranza va per conto suo. Il garbuglio politico è sempre più agghiacciante: se le semplificazioni sono ancora un miraggio, l'Ufficio complicazioni del governo funziona meravigliosamente.

Quanto allo schiaffone che dovevano dare alla burocrazia, scusate: al massimo è un buffetto sulla spalla. Della produttività dei dipendenti pubblici non si fa cenno. Del rapporto squilibrato tra Stato e imprese, nemmeno. In compenso c'è stato il tempo di infilare nell'ultima bozza di 50 articoli l'obbligo delle colonnine elettriche in autostrada e la banda ultralarga.

Per carità. Che in questo marasma ci siano buone idee, nessuno vuole negarlo. Ma se non metti nero su bianco gli strumenti per concretizzarle, se non fissi delle scadenze temporali, se non stabilisci una priorità, le idee restano, per l'appunto, slogan. Stabilire una priorità vuol dire avere coraggio, prendersi le proprie responsabilità politiche e magari scontentare qualcuno. L'alternativa è incredibilmente più semplice: continuare a galleggiare. Parlare di tutto, per non fare nulla.

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