Il Pd dopo il Pd: vincitori e vinti dell'Assemblea della scissione

Dalla minoranza ex comunista alla maggioranza renziana: il cupio dissolvi della sinistra italiana e il virus dello scissionismo

Pd: Emiliano omaggia Bersani, grazie a lui Renzi premier

Enrico Rossi, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e Massimo D'Alema al teatro Vittoria di Testaccio durante il ritrovo nazionale dell'associazione Democraticisocialisti. – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Paolo Papi

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Qualcuno l'ha già definita la profezia di Corrado Guzzanti. Nel 2010, quando ancora c'era il governo Berlusconi, il comico romano, nei panni di Fausto Bertinotti, spiegò quale avrebbe dovuto essere la nuova strategia della sinistra italiana negli anni a venire, ricorrendo a un fantasioso parallelismo tra il regno animale e il virus dello scissionismo, malattia insieme infantile e senile (da Amedeo Bordiga a Massimo D'Alema) della storia del socialismo e del comunismo italiano.


Oggi i grandi animali non fanno più paura a nessuno. Di cosa abbiamo paura? Dei virus, microrganismi che non riusciamo nemmeno a vedere, allora noi dobbiamo continuare a scinderci sempre di più e creare migliaia di microscopici partiti comunisti. E inoltre vorrei aggiungere, questi grandi e goffi partiti del bipolarismo finiranno divorandosi da soli, come i dinosauri, lasciando eredi della terra i piccoli roditori – le piccole formazioni della sinistra – che finalmente potranno uscire dalle loro tane e dare inizio ad una nuova era sociale Corrado Guzzanti nei panni di Bertinotti

Il dramma è che questa volta, a differenza di quello che accadde a Livorno nel 1921, quando la componente massimalista del PSI capeggiata da Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Amedeo Bordiga decise di fondare il PCI per seguire l'esempio della Rivoluzione russa, non c'è stato lo straccio di un contenuto, nemmeno vago, a spiegare le ragioni politiche e profonde della scissione in atto nel Pd.

La data del Congresso? Il fatto che debba avvenire prima o dopo le amministrative? La questione simbolica della revisione dell'articolo 18 contenuta nel Jobs Act di Matteo Renzi? La lotta contro la voucherizzazione, assurta a nuova bandiera dei Bersani, dei D'Alema, degli Speranza, della maggioranza della Cgil, tutti dimentichi del fatto che fu un loro ministro, Tiziano Treu, quando a Palazzo Chigi siedeva il professor Prodi, a dare il via alla prima riforma precarizzante del mondo del lavoro?


La verità è che il Pd è un partito mai nato, autogeneratosi dalla fusione a freddo tra il gruppi dirigenti della componente cattolico-democratica e quelli della tradizione post-comunista, e che è bastata la «cazzimma» (per dirla alla De Laurentis) di un fiorentino lucido e svelto come Renzi per mettere a nudo, in un momento storico di gravi crisi delle democrazie europee, tutta la fragilità di quel matrimonio tra le culture riformiste del nostro Paese.

La sintesi di quanto è avvenuto a Roma, nel corso di un'assemblea largamente lunare e insieme autoreferenziale, l'ha fornita Walter Veltroni, applauditissimo, padre nobile di quel partito a vocazione maggioritaria del centrosinistra italiano che non ha potuto nemmeno spegnere le sue prime dieci candeline.

Ritorno al passato, appunto, ritorno al richiamo della foresta dei vecchi e rassicuranti identitarismi del 900, in linea  con il clima proporzionalista che, dopo la bocciatura della riforma istituzionale, ha preso a spirare forte in tutti i palazzi della politica, ma anche nella società italiana.

C'è però una differenza politicamente e numericamente sostanziale, nel campo del centrosinistra, a segnalare la storica débacle subita dagli eredi del partito di Berlinguer: nel 2008, quando nacque il Pd, i rapporti di forza tra gli ex comunisti provenienti dai Ds e gli ex democratico-cristiani provenienti dalla Margherita erano  favorevoli a chi proveniva, a vario titolo, dalla tradizione della sinistra italiana. Nove anni più tardi, quei rapporti sono completamente rovesciati, non solo al'interno all'interno del Pd ma anche nel campo più largo del centrosinistra come emerge da tutti i sondaggi post-scissione, anche quelli più favorevoli al nuovo partito «rosso» che sta per nascere, potenzialmente in grado di raccogliere il 10% del voto.

Se la prospettiva è il ritorno ad un partito che sembra la Margherita e a uno che sembra i Ds allora non chiamatelo futuro chiamatelo passato, perché quello è il nome giusto Walter Veltroni


Sono loro - i Bersani, i D'Alema, i Gotor, gli Speranza, gli Enrico Rossi, i Boccia, l'unico che veniva dalla Margherita - i veri sconfitti dell'assemblea Pd. Matteo Renzi, e il gruppo dirigente che rappresenta, può illudersi - con la fuoriuscita degli ex Pci e cespugli che non hanno mai mancato di fargli la fronda quando siedeva a Palazzo Chigi - di avere vinto questa battaglia, di poter finalmente governare un partito unito, senza la zavorra della vecchia guardia rottamata. Rischia però anche in questo caso di essere una vittoria di Pirro, qualora il nuovo Pd post-scissione - ancorché con le mani libere - fosse costretto per questioni numeriche, per tutta una legislatura, a governare stabilmente con Forza Italia o con i ringalluzziti pezzi del centrodestra.

La diaspora del Pd e l'emorragia di iscritti e di elettori potrebbe in questo caso continuare anche nei prossimi anni, se il patto di governo con Berlusconi - in un contesto proporzionalista - dovesse diventare non più soltanto tattico, ma anche strategico. Renzi avrà forse vinto questa battaglia dell'Assemblea, ma rischia nel medio periodo di finire anche lui «spiaggiato», incapace di tenere unito un partito che, culturalmente, non può stare per troppi anni insieme a quello che, per due decadi, veniva presentato ai suoi elettori come l'odiato Caimano.

Anche Renzi non si illuda: potrà vincere Congresso e primarie, potrà esultare dopo essersi liberati dei frondisti ex-comunisti, ma per lui, e il suo gruppo dirigente, i guai inizieranno dopo, quando le elezioni politiche gli consegneranno un partito numericamente ridotto, e obbligato per senso di responsabilità a varare un nuovo governo di unità nazionale.

La sconfitta degli scissionisti è però, nell'immediato, più netta, quasi lancinante. È una sconfitta che si inserisce anche in un quadro di  fermento nell'area della sinistra extra-Pd. Un fermento che però sembra sul punto di partorire non già un soggetto politico unitario della sinistra italiana, come sarebbe naturale, ma - come profetizzava Guzzanti - un pulviscolo di organizzazioni in guerra per l'egemonia tra loro, nella più classica tradizione del comunismo internazionale.

Ci sono gli ex Sel di Sinistra Italiana, capeggiata dall'ex sottosegretario di Mario Monti Stefano Fassina, che ieri, nel congresso fondativo di Rimini, hanno ribadito il no a qualsivoglia alleanza col Pd di Renzi, chiudendo anche le porte alla minoranza scissionista, qualora non facciano cadere il premier Paolo Gentiloni prima del 2018. C'è la nebulosa di Possibile di Pippo Civati, antesignano degli scissionisti del Pd, oggi schierato su posizioni intransigenti e di opposizione. C'è il gruppo in nuce di Giuliano Pisapia, l'unico che non abbia chiuso le porte all'ipotesi di un'alleanza elettorale col Pd,  preoccupato di una scissione che rischia di snaturare - con la eventuale calata di centinaia di dirigenti antirenziani che escono dal Pd - il suo progetto civico e sociale di rifondazione della sinistra. Poi ci sono gli Emiliano, il cui ondivago progetto fuori o dentro il Pd è apparso anche ieri incomprensibile agli stessi elettori della sinistra. C'è  De Magistris, il più grillino e populista dei sindaci di sinistra meridionale. C'è infine Gianni Cuperlo, l'ex enfant prodige della Fgci, che si è ritagliato un ruolo di pontiere nella speranza di scongiurare una spaccatura ormai inevitabile. A voler essere consecuenziali, un'armata brancaleone di sinistra senza nemmeno un comune denominatore, come e ancor peggio del Pd pre-scissione.

Aggiungiamo: non è che - sulle ceneri del fallimento del Pd - i vecchi comunisti e i loro alleati antirenziani troveranno praterie libere. Troveranno un campo già diviso in molti piccoli appezzamenti, talvolta coltivati a banani e palme (si fa per dire) e talvolta incolti, ma saldamente occupati dai nuovi, litigiosi proprietari del marchio di "vera sinistra". Chi si frega le mani in questa situazione è solo Beppe Grillo, il cui movimento è oggi davvero il più grande partito politico italiano. È lui, qualora il centrodestra non riuscisse a trovare un progetto e un candidato unitario, il vero vincitore dell'Assemblea Pd. Qualcuno, in vena di battute, potrebbe consolarsi: fu lo stesso Grillo, nel 2009, a chiedere (senza ottenere) la tessera del Pd per presentarsi alle primarie che avrebbe vinto Pierluigi Bersani. Otto anni più tardi, non essendo riuscito a conquistare il partito, può lanciare un'Opa sull'elettorato ex rosso. E questa volta potrebbe funzionare.

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