Il Movimento 5 Stelle e quelle sanzioni che non convincono

Cresce la polemica sulla multa da 150mila euro nel contratto per agli aspiranti candidati sindaco di Roma

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Roberto Casaleggio in platea per assistere allo spettacolo di Beppe Grillo "Grillo vs Grillo" al teatro Linear Ciak di Milano, 2 febbraio 2016. – Credits: ANSA / MATTEO BAZZI

Claudia Daconto

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Non è la prima volta che il M5S infila nel codice di comportamento per i futuri candidati una clausola che prevede il pagamento di multe salatissime per chiunque trasgredisca ai dettami imposti dall'alto. Era già successo con le politiche del 2013 e le europee del 2014. Stavolta tocca invece agli aspiranti sindaco e consiglieri di Roma l'obbligo di incatenarsi mani e menti vincolando la loro eventuale elezione al pagamento (oltre l'espulsione in tronco) di 150mila euro qualora la loro azione amministrativa dovesse deviare dalla traiettoria disegnata dal gran burattinaio Gianroberto Casaleggio.

Le ragioni della misura "punitiva"

L'uno che, tra tutti, vale più di uno. Nel senso che vale solo lui. Anche se la scusa che giustifica il contratto capestro (non privo di un certo senso se si limitasse a bacchettare i passaggi da una forza politica all'altra che, in Parlamento, solo dal 2013, sono stati oltre 300, invece di voler anche ammanettare i propri rappresentanti a rigide direttive politico-amministrative calate da una società privata che vende software), è che “se il M5S si candida con un programma scelto dalla cittadinanza ogni suo singolo portavoce ha l'obbligo morale e politico di rispettare quel programma” per cui non può essere concesso, senza pagarne il dazio, il cambio di casacca “dal giorno alla notte e usare la poltrona per salvaguardare i tuoi interessi”.

La reazione dei diretti interessati

Al di là dei risvolti giuridici di un tale provvedimento che entra palesemente in conflitto con l'articolo 67 della Costituzione sull'assenza di vincolo di mandato – chiunque si rassegnasse a firmare un contratto del genere potrebbe impugnarlo e vincere facilmente la causa per il “danno d'immagine” che gli sarebbe contestato – è la ratio politica a destare, tra molti, stupore, indignazione, malumore, ilarità. Se non in chi l'ha già sottoscritto e a taccuini chiusi, per via del silenzio stampa imposto fino al giorno della proclamazione dei vincitori delle varie consultazioni on line che porteranno all'individuazione dei candidati ufficiali, nega con forza di sentirsi per questo commissariato e afferma anzi che “è una bella cosa che gli aspiranti sindaco e consiglieri di Roma sappiano che non si sta giocando, che il mandato si rispetta e lo si farà avvalendosi del supporto dei colleghi parlamentari, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione, come già sta avvenendo oggi al fine di costruire una squadra che possa governare Roma”, in molti osservatori esterni ed esponenti di altre forze politiche invece sì.

Le accuse degli altri

“Per sindaco di Roma meglio un uomo che come tale può sbagliare che un burattino eterodiretto – ha commentato l'ex grillina Serenella Ficksia, espulsa dal movimento e oggi nel gruppo Misto - Dai grandi ideali per una democrazia più estesa e partecipata a una deriva più che autoritaria direi folle. Ma anche un po' paracula. A chi andrebbero infatti gli introiti delle multe?”. All'attacco sono andati anche i dem con Lorenzo Guerini che ha definito “ridicole” le sanzioni pecuniarie per chi dissente, e il capogruppo alla Camera Ettore Rosato che ha già annunciato la calendarizzazione a marzo della legge sulla democrazia interna ai partiti.

La legge sui partiti

La proposta è al momento incardinata in commissione Affari costituzionali e punta a dare una veste giuridica ai partiti in modo da permettere l'intervento della magistratura in caso di controversie tra gli iscritti e a certificare la trasparenza dei bilanci. Immediata la reazione dei pentastellati che, al grido di “ma questo è fascismo renziano”, denunciano il tentativo, da parte del Pd, di impedire, con l'eventuale approvazione di una legge del genere, che il M5S corra alle elezioni. Intanto perché il M5S non ha, ad oggi, uno statuto vero e proprio in cui si riconosca come partito politico. E poi perché, a proposito di conti, la gestione è gelosamente riservata ai soli Grillo e Casaleggio.

L'affondo del premier

A soffiare sul fuoco ci si è messo in serata anche il premier che, nella sua ultima enews, ha difeso le primarie dagli attacchi grillini che a proposito di quelle milanesi avevano denunciato la partecipazione di “file di cinesi” con tanto di foto tarocca. “Per noi le primarie sono un grande esercizio democratico – ha scritto Matteo Renzi – Lo abbiamo visto anche a Milano la scorsa settimana: 61mila persone hanno scelto il proprio candidato. Evidentemente con Casaleggio abbiamo un concetto diverso di democrazia: noi ci teniamo il nostro. Del resto, se uno vale uno – come dicevamo i grillini degli esordi, che ormai sono tutti espulsi, ma erano simpatici – sessantunmila vale sessantunmila. E comunque vale più di 180 clic”.

La replica di Di Maio

Per il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio il Pd è preda del terrore. “C'è una certa élite in questo Paese che si scandalizza quando il M5S vuol far rispettare il mandato degli elettori. E' quella stessa élite che tollera Renzi quando si accorda con Verdini o con Alfano. Evidentemente è gente abituata a svendere i propri valori per una poltrona o una penna”.

In mezzo a tutta questa valanga di botta e risposta, grandi assenti, almeno per il momento, restano progetti, programmi, idee e strategie per le città chiamate al voto. Roma in primis. Dove l'unica misura finora annunciata da Di Battista, a parte la lotta agli sprechi, è quella del “pugno duro”. Contro tutti i trasgressori. A cominciare da quelli che gli si potrebbero palesare in casa.

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