Il moderno furbetto del partitino

Il Tony Blair italiano doveva rivoluzionare la sinistra e anche il Belpaese. Ma ora, fra retromarce e trattative sottobanco, sembra vittima del suo tatticismo.

Il moderno furbetto del partitino

– Credits: Getty Image

di Claudio Cerasa

Fra i molti e spassosi travestimenti esibiti negli ultimi tempi da Matteo Renzi, e tra uno scatto con giubbino alla Fonzie e un clic con baffetto alla Massimo D’Alema, c’è un abito che fino a qualche tempo fa si adattava alla perfezione al profilo del Rottamatore e che oggi invece il sindaco di Firenze non riesce più a indossare con disinvoltura. Quante volte lo ha detto Renzi?

Sono io il Tony Blair italiano; sono io l’unico che può fare nel Pd quello che ha fatto Blair con il New Labour; sono io l’unico che può trasformare il Pd in un partito moderno, competitivo, vitale, riformista e rivoluzionario. E sono io la persona giusta per traghettare la sinistra in una nuova era geologica della politica italiana.
Fino a qualche mese fa il sindaco ha vestito bene i panni del rottamatore della sinistra.

Da qualche settimana a questa parte, però, Renzi, dopo avere costruito il proprio percorso con l’idea di rimarcare una differenza tra il suo essere diverso dai tanti piccoli capi corrente che animano il Partito democratico, è diventato a tutti gli effetti pure lui un capocorrente, che come tanti si ritrova a trattare per avere qualche posto in commissione, qualche sottosegretario, qualche ministro e qualche rappresentante all’interno degli organi di direzione del Pd (che verranno scelti subito dopo i ballottaggi dal segretario Guglielmo Epifani). Niente di male, si dirà, solo normale attività politica,solo normale attività da capo corrente, solo  normale prassi di partito.

Lo schema è chiaro: Renzi ha scelto di rimanere ai margini dell’apparato, ha deciso di non voler fare la parte del guastatore, ha addolcito il suo profilo, ha fatto marcia indietro sulla rottamazione («In una comunità come quella italiana, dove il 70 per cento della popolazione è over 40, forse l’impatto di quella parola è stato eccessivo. Ho impaurito.

Dunque ho sbagliato»), ha voluto mandare all’avanscoperta alcuni suoi uomini per conquistare posizioni chiave nel Pd (dipartimento economia, organizzazione del partito, gestione enti locali). E ha semplicemente pensato che per costruire la sua scalata è necessario non scendere in campo, aspettare il prossimo turno, costruire alleanze inedite fra rottamatori e rottamati e sperare che, quando si andrà a rivotare, a sinistra non ci siano altri concorrenti più forti di lui.

La tattica è chiara e alla luce del sole, e comprensibilmente mette allegria a tutte le nuove e vecchie anime del Pd: i lettiani si sentono rassicurati perché senza un Renzi alla guida del partito il governo non corre il rischio di fare la fine che fece Romano Prodi ai tempi di Walter Veltroni (l’ex presidente del Consiglio ha sempre rimproverato a Veltroni di aver messo in crisi il suo governo dal momento esatto della sua elezione a segretario del Pd); i bersaniani si sentono tutelati perché senza un Renzi che entra a bomba dentro il partito anche loro potranno aver diritto alla loro fetta di pane (anche per loro la rottamazione dovrebbe essere posticipata); e lo stesso vale per le altre correnti, per i vecchi rottamati, che non avendo un Renzi tra i piedi possono dividersi la torta e tornare a dettare legge.

L’assetto da congelamento del Pd ha però avuto l’effetto di far emergere unfenomeno inedito per la vita del Pd: la nascita di un fronte di dissenso tra i renziani, di «non allineati» che con garbo e simpatia ma anche con decisione da un mese sta provando a convincere Renzi a scegliere una strada diversa rispetto a quella del disimpegno diretto dalla vita del Pd.

Il fronte è formato da alcuni amici di Renzi che scommettono sulla marcia indietro del Rottamatore, sul suo non voler morire di tatticismo, sul suo voler giocare all’attacco e sul suo voler fare qualcosa per evitare che, come dice Dario Nardella, deputato ed ex vicesindaco di Renzi a Palazzo Vecchio, «il Partito democratico nei prossimi mesi raggiunga percentuali da prefisso telefonico».«Dobbiamo scongelarci» dice Nardella «e dobbiamo evitare di continuare a vivere in un freezer che congela correnti e potentati. Il nostro partito ha bisogno di un leader forte, capace di appassionare e di rinnovare dal profondo la sinistra e mentirei se dicessi che Renzi non avesse queste qualità».

«Non possiamo pensare» aggiunge Davide Faraone, deputato renziano, già candidato sindaco di Palermo «di continuare a muoverci utilizzando il Commodore 64 quando tutti ci chiedono di usare l’iPad. Mi fido dell’intuito di Matteo, ma sono anche convinto che per cambiare, e per non giocare solo di rimessa, a un partito come il nostro serve un segretario che sappia farsi interprete del nuovo corso. Senza uno come Matteo mi sembra difficile ottenere un risultato del genere, per questo proveremo a fargli cambiare idea. Non si può certo lasciare che il partito resti in mano ai dinosauri».

Oltre a Faraone e Nardella, il fronte degli «interventisti» è formato da altri esponenti di peso della corrente (come Angelo Rughetti, Andrea Marcucci, Rosa Maria Di Giorgi, Flavia Piccoli Nardelli, tutti parlamentari renziani) ed è sostenuto anche da una parte del mondo dei prodiani, che come hanno una voglia matta di fare qualcosa per rottamare i vecchi dinosauri che hanno tradito il professore bolognese.

«Renzi» suggerisce Sandro Gozi, deputato pd prodiano «dovrebbe uscire dai tatticismi e fare una scelta netta: impegnarsi nel Pd perché solo rifacendo il Pd potrà aspirare al governo e soprattutto governare bene. Impossibile governare senza un partito di governo». La pressione sul sindaco nasce dal fatto che la sola idea che Renzi possa utilizzare il Pd come un taxi, salendo senza prendere il volante, rischia di portare il Rottamatore su una strada complicata. Se il sindaco non si lancerà a fare il segretario, nella primavera del prossimo anno Renzi si ricandiderà a Firenze sapendo perfettamente che da tradizione i sindaci che si dimettono in anticipo per tentare la scalata nazionale non hanno mai avuto fortuna (Francesco Rutelli nel 2001, Walter Veltroni nel 2008). Dal punto di vista politico, invece, il fatto che Renzi non faccia come Blair (costruì la sua ascesa nel paese dopo un lungo percorso nel partito che guidò a partire dal 1994 e che rivoltò come un calzino) offre un problema non di poco conto al sindaco: senza una figura forte alla guida del Pd, il partito è infatti destinato a indebolirsi ancora di più, e un partito molto debole potrebbe essere un ostacolo insormontabile per la scalata del Rottamatore.

In questo quadro caotico e surreale, dove i rottamatori s’incontrano con i rottamati e dove i vecchi nemici improvvisamente diventano amici, bisogna considerare pure il rapporto fra Renzi e Letta. Matteo ripeteda tempo di non volersi candidare a guidare il Pd per non creare problemi all’amico Enrico.

Ma, anche se il sindaco deciderà di rimanere lontano dalla segreteria, difficilmente riuscirà a sottrarsi a un fenomeno emerso nei giorni in cui il Pd ha discusso di legge elettorale. È bastata una critica di Renzi alle modifiche immaginate dal governo per il Porcellum («Non vogliamo un Maialinum») per capire che il Rottamatore è destinato a essere il catalizzatore di tutte le anime del Pd che osservano con scarsa simpatia il governo dell’amico Letta.

Renzi però sembra deciso a prendere la sua strada, continua a seguire il modello Prodi (diventare leader senza passare per la guida di un partito), si rifiuta di prendere il volante, si muove da capocorrente, segue il suo obiettivo e pensa, oltre a fare il sindaco, a come diventare premier. Il percorso è complicato e il Rottamatore sa di camminare sulle uova.

E se Renzi non scenderà in campo, chissà cosa si inventerà il sindaco per rispondere alle accuse di chi comincia a vederlo come un esemplare moderno dei vecchi furbetti del partitino.

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