Scampato alla deflagrazione a cui, nelle prime settimane successive alla morte di Gianroberto Casaleggio, il Movimento 5 Stelle sembrava essere condannato, due sole erano apparse le strade percorribili: l'affrancamento definitivo dalla guida dei leader fondatori o il prepotente ritorno sulla scena di quello tra i due ancora in vita, Beppe Grillo.

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Fino all'inizio dell'estate scorsa lo schema adottato andava decisamente nella prima direzione. I due esponenti più in vista si erano addirittura divisi i ruoli: Luigi Di Maio premier in pectore dal profilo sempre più istituzionale e sempre più riconosciuto dalle cancellerie di tutta Europa e Alessandro di Battista segretario movimentista garante dello spirito anti-sistema degli esordi.

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Il successo delle amministrative, con le clamorose vittorie di Chiara Appendino a Torino ma soprattutto di Virginia Raggi a Roma, aveva consacrato il Movimento come forza politica non più solo d'opposizione ma anche di governo e convinto i più che la conquista del Paese, a livello nazionale, fosse ormai a portata di mano.

La rottura
Poi però sono iniziati i guai. E proprio nella città simbolo della svolta: Roma. Virginia Raggi ha mostrato, fin dall'inizio della sua avventura alla guida della Capitale, una carenza di leadership potenzialmente letale. Vittima da una parte delle pressioni esterne al suo famoso “raggio magico”, dall'altra ostaggio di quest'ultimo.

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Nel giro di poche settimane gli uomini e le donne chiave della sua squadra l'hanno abbandonata. Il mini direttorio romano, costituito con lo scopo di sostenerla e indirizzarla nelle scelte più importanti, si è auto dissolto per evitare di continuare a mettere la faccia sulla tragedia in atto. Luigi di Maio ha dissipato in una sola battuta, “non avevo capito bene la mail sulla Mauraro” (l'assessore ai rifiuti indagato), tutto il credito faticosamente conquistato nei mesi precedenti. La rinuncia alle Olimpiadi le ha infine attirato una valanga di critiche.

Così, ciò che non aveva potuto la morte di Casaleggio, ossia l'esplosione del Movimento 5 Stelle in correnti armate l'una contro l'altra in un clima avvelenato da odi, gelosie, recriminazioni anche su chi debba andare in televisione e chi no, lo hanno potuto tre mesi di governo nella Capitale.

Al punto che quella che doveva essere la tradizionale festa annuale del Movimento, dedicata quest'anno al lancio della campagna per la conquista della Sicilia, prossimo obbiettivo di Grillo e i suoi, si è trasformata nel definitivo ritorno sulla scena di chi, pur non essendosene mai andato veramente, aveva probabilmente sperato che la sua creatura avesse ormai raggiunto la maturità per camminare sulle proprie gambe.

Beppe Grillo, il più deluso
Beppe Grillo tra tanti attivisti è quello rimasto più deluso di tutti da un Movimento sempre meno fedele al dna e alle parole d'ordine delle origini (trasparenza, legalità, democrazia orizzontale), e sempre più simile ai vecchi partiti tanto disprezzati. Cosa fare allora?

Per prima cosa Beppe Grillo ha deciso di rinunciare a quel “passo di lato” annunciato ormai due anni fa (era il 28 novembre del 2014 e per motivare la nascita del Direttorio l'ex comico si definì allora “un po' stanchino”) e ha rivendicato per sè il ruolo di "capo politico"; poi ha spento un bel po' di riflettori su chi oggi, all'interno del Movimento, si considera una prima donna e non più uno che vale quanto un altro.

Manca però il terzo passaggio: individuare una strategia per il futuro, anche prossimo, che al momento ancora non c'è. Se tra due mesi Matteo Renzi perdesse il referendum e la Corte costituzionale bocciasse l'Italicum, Grillo cosa farebbe? Si presterebbe a entrare in un governo di scopo per riscrivere una nuova legge elettorale con cui andare a votare? E davvero la sua proposta rimarrebbe quella di un proporzionale puro, culla dell'unico governo che sarebbe possibile formare con tale sistema, ossia un governo di coalizione tra tutti quei partiti con cui il Movimento 5 Stelle non ha mai voluto avere niente a che fare? 

La retorica della protesta fine a se stessa è ormai un lusso che nemmeno il profeta dell'antopolitica può più permettersi. 

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