Il fallimento del Pd renziano è tutto nei numeri

Da Torino, a Roma, a Milano: il Partito democratico del premier ha meno voti e percentuali più basse di quelle che otteneva il Pd di Bersani e D'Alema

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Matteo Renzi durante il suo intervento conclusivo alla Leopolda, Firenze, 13 dicembre 2015. – Credits: ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Il flop elettorale del Pd alle elezioni amministrative è il fallimento della scommessa politica su cui aveva puntato il gruppo dirigente del partito di Matteo Renzi: sfondare al centro, tagliare il cordone ombelicale con quello che si muoveva alla sua sinistra, raccogliere i cocci prodotti dall'implosione di Forza Italia e dei suoi partiti alleati.

Quella scommessa si è rivelata perdente su tutta la linea: gli elettori di centrodestra hanno premiato al ballottaggio i candidati grillini, gli elettori di sinistra tradizionale che hanno sempre guardato con sospetto alla resistibile ascesa del premier-usurpatore si sono astenuti, hanno votato spesso il candidato grillino e solo in parte - a seconda anche delle specificità locali - hanno votato controvoglia il candidato del partitone al secondo turno. L'emergere del tripolarismo in Italia ha scompaginato tutti i piani del gruppo dirigente del Pd di Renzi, in evidente difficoltà quando deve confrontarsi contro candidati del M5S al ballottaggio.

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Il risultato del fallimento politico del Pd renziano è tutto nei numeri, impietosi e senza possibilità di appello: a due anni dal trionfale 41% ottenuto alle europee del 2014, il Pd oggi ha un numero di voti assoluti e una percentuale di voti (rispetto ai votanti effettivi) largamente inferiori a quello che otteneva il vituperato Pd di Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema. Ne consegue un atro aspetto tutt'altro che trascurabile dal punto di vista politico: così come è stato immaginato da Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, l'Italicum - l'altra scommessa su cui ha puntato il Pd renziano per dare all'Italia una democrazia bipolare dondata sull'alternanza tra destra e sinistra - rischia di trasformarsi nel miglior regalo che si potesse fare al M5S, il partito più competitivo nei ballottaggi elettorali.

I NUMERI ASSOLUTI DI MILANO
I numeri, dicevamo, al primo turno e al secondo turno. Cominciamo con Milano, in qualche modo la ciambella di salvataggio che ha consentito a Renzi di salvarsi dal precipizio. Giuseppe Sala ha vinto con 224.213 voti che gli sono valsi il 41,7% il primo turno, e 264.481 al secondo turno, cioé il 51,7% dei voti in un'elezione dove si è recato alle urne solo il 51,8% degli elettori milanesi.

Per fare un raffronto con il voto del 2011, quando il Pd era in mano alla vecchia guardia e il M5S era appena nato, Giuliano Pisapia ottenne 365.717 voti al secondo turno che gli valsero il 56% dei suffragi e 315.999 voti al primo turno, quando il sindaco-avvocato ottenne il 48% dei consensi. Sono, in termini di voti assoluti, 100 mila schede che mancano a Beppe Sala per pareggiare il risultato di Pisapia al secondo turno del 2011. Sono, in termini relativi, -7% rispetto al primo turno  e -5% rispetto al ballottaggio perduti tra il  2011 e il 2016. Anche sul piano dei voti al partito le cose vanno male, solo leggermente meglio: a Milano - che pure è la città dove il partito di Renzi è andato meglio - il Pd bersaniano ottenne nel 2011 170.994 voti, pari al 28% dei suffragi,  contro i 145.833 voti ottenuti dal Pd milanese a trazione renziana nel 2016, quando ha ottenuto il 29% dei voti validi. 

--> Per fare un raffronto tra il 2011 e il 2016 a Milano

I NUMERI ASSOLUTI DI BOLOGNA
La vittoria di Virginio Merola, nella tradizionale roccaforte rossa, non può nascondere l'emorragia di voti del Pd e la progressiva crisi del modello emiliano, iniziata - a dire il vero - ben prima che Renzi diventasse segretario-premier ma acceleratasi proprio con Renzi in sella. Il candidato ufficiale del Pd ha ottenuto nel 2016 al ballottaggio 83.907 voti, pari al 55% dei consensi, ventimila in meno di quanti voti aveva ottenuto lo stesso Merola, ma solo al primo turno, cinque anni prima, quando vinse subito con il 51% dei suffragi e l'emiliano Bersani guidava il partito. Nelle elezioni comunali del 2011 il Pd a trazione bersaniana ottenne 72 mila voti a Bologna. Nel 2016 il Pd a trazione renziana ne ha ottenuti 60 mila. 38% nel 2011, 35% nel 2016. Anche in questo caso i numeri - assoluti e relativi - segnalano la fine della luna di miele tra Renzi e il suo tradizioinale elettorato di sinistra. Il Pd renziano non sfonda al centro e perde a sinistra, verso il grillismo e verso l'astensione.

---> Il raffronto tra il 2011 e il 2016 a Bologna

I NUMERI ASSOLUTI DI ROMA
Roma è Roma. Sarebbe ingeneroso, e sbagliato, attribuire la sconfitta del Pd a Roma alle difficoltà mostrate dal progetto politico del Pd di Renzi. L'esplosione di Mafia Capitale - che ha colpito egualmente a sinistra come a destra - ha messo le ali all'unica candidata outsider del panorama politico romano. I numeri, però, sono ugualmente impietosi. Virginia Raggi ha ottenuto al ballottaggio 770.564 voti, pari al 67%, contro i 376.935 di Roberto Giachetti, il candidato Pd, pari al 32,85% dei voti. Il Pd ha ottenuto al primo turno  204.637 voti pari al 17,19%.

Nel 2013, quando vinse Ignazio Marino, ne aveva ottenuti 267.605 , pari al 26% dei voti. Ma il disastro riguarda il candidato sindaco: Ignazio Marino aveva ottenuto 512.720 voti, pari al 42%, al primo turno: quasi duecento mila voti in più rispetto al primo turno di Giachetti (325.000). Al secondo turno il sindaco-medico aveva ottenuto 664.490 voti pari al 64%. Un segno meno di oltre 30 punti percentuali rispetto a Giachetti. Quasi 300 mila voti - in termini di voti assoluti - spariti al suo candidato in tre anni. Sarebbe ingeneroso, ripetiamolo, attribuire la sconfitta a Giachetti o a Renzi. Roma viene da un paio di anni di scandali ed emergenze, commissari e inchieste sulle quali non porta responsabiità il Pd renziano. Ma è chiara anche una cosa:  la cura Orfini per il Pd romano si è rivelata un pannicello caldo.O meglio: un totale fallimento.

---> Il raffronto tra il 2013 e il 2016 a Roma

I NUMERI ASSOLUTI DI TORINO
È la sconfitta che brucia di più. La più inattesa. Piero Fassino ha ottenuto al ballottaggio 168.880 voti, pari al 45% dei consensi, pur partendo da un vantaggio di dieci di punti al primo turno rispetto alla sfidante Chiara Appendino. Nel 2011, quando il M5s era appena nato e il Pd era a guida bersaniana, Fassino aveva ottenuto al primo turno 255.242 voti, pari al 56% dei voti: quasi novantamila voti in meno persi in cinque anni, e senza il ballottaggio. Non va meglio per il Pd torinese. Nel 2011 il Pd aveva ottenuto 138.103 voti, pari al 34%. Nel 2016 il Pd ne ha presi 106.816, una perdita secca di 30 mila voti, e un -4% in termini di voti relativi rispetto al 2011. 

----> Il raffronto tra il 2016 e il 2011


 



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