Il Facility Management e il futuro di Milano

Come garantire i migliori servizi, grazie alla sinergia pubblico-privato. Un incontro con Stefano Parisi, Sebastiano Barisoni e Laura Ravetto

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Antonella Bersani

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C’è un settore in Italia che già oggi occupa 2,5 milioni di lavoratori e sviluppa un fatturato di 135 miliardi, ma che stima per l’immediato futuro un potenziale un milione di occupati in più  e un fatturato che sfiori i 200 miliardi. Stiamo palando del Facility Management, un comparto che  ha cominciato a rivendicare il suo potenziale industriale.

Il settore chiama, si fa vedere.  Chiede tavoli di confronto e una nuova definizione che lo esprima nel suo complesso, raggruppando il settore dei servizi legati alla valorizzazione e alla gestione dei patrimoni immobiliari (vale a dire igiene ambientale, manutenzione, logistica e vigilanza) sotto l’etichetta comune di “servizi per la vita”, arrivando ad abbracciare l’assistenza familiare, la cura della casa in ambito privato o anche la gestione e la manutenzione dei Beni culturali “settore cui guardiamo con entusiasmo e grandi prospettive” ha raccontato ieri al Circolo della Stampa di Milano Lorenzo Mattioli, presidente di Anip (Associazione nazionale imprese di pulizia) di Confindustria in occasione della presentazione di Life Book 2015 (luna sorta di summa economica del comparto e delle sue prospettive). 

“In Europa, il fatturato del settore del Facility Management è stimato in oltre 64 miliardi di euro e la sua crescita non si ferma dal 1989, dimostrando il costante spostamento da un’economia industriale a un’economia di servizi. È qui che sei crea lavoro, è qui che i flussi di lavoratori stranieri regolari possono cominciare il processo di integrazione ed è qui che si possono formare nuove professionalità e sviluppare un’economia sana, mai più identificabile con le attività di un certo sottobosco illegale, in cui non possiamo riconoscerci”.

Non tutti lo sanno, ma l’industria del Facility management oltre a garantire nuovi posti di lavoro, sviluppa una filiera importante, che vede l’Italia al terzo posto per la produzione di macchinari avanzati a sostegno di queste attività. E con il progetto Life ha quindi gettato il seme per ridisegnare professionalità e rilanciare il dialogo istituzionale. Due sono i punti di azione: arrivare alla definizione di contratti e modelli di avviamento per dare veste legale al lavoro sommerso, e definire schemi perché le gare pubbliche non siamo più al massimo ribasso, aprendo così la strada allo sfruttamento. “Abbiamo già proposto il cosiddetto “minijob” mirato ad esempio alle donne che fanno assistenza e pulizie in nero, ma il job acts non lo ha accolto” continua Mattioli “E quanto alle gare, abbiamo già ampiamente criticato il nuovo codice degli appalti”.

L’idea di un nuovo sistema di gare basato “non più sulla prestazione ma sulla performance” è quindi emerso ieri nel confronto con Stefano Parisi, che per garantire i migliori servizi pubblici ai cittadini si è detto convinto che “le istituzioni pubbliche debbano arrivare a fornire appalti di lunga durata, formulando bandi di gara che non siano basati su offerte antieconomiche bensì sul reale valore della performance, avviando allo stesso tempo un sistema di monitoraggio costante della qualità dei servizi erogati e contando sulla capacità degli operatori di intervenire tempestivamente in caso di reclamo”.

Come si può fare? Il concetto della performance apre grandi scenari di materia contrattuale e sindacale, ridisegna il rapporto tra pubblico e privato, ma si ispira a modelli già consolidati in Nord Europa, dove nei bandi di gara non si parla di costo, ma - data una base di compenso adeguata - si valuta il come, con quali macchinari, con quali tempi e standard il fornitore di servizi intende svolgere quella prestazione.

Milano potrebbe essere un caso scuola? “Milano merita servizi degni di una grande città metropolitana” ha detto Parisi. Così come il Facility Management cerca una rappresentatività più adeguata proprio per aprire la strada del cambiamento.
La stessa etichetta Anip oggi ci sta stretta perché il settore rivendica, e con diritto, la sua forza industriale” insiste ancora Mattioli. “Siamo eterogenei, copriamo un’ampia gamma di servizi e altamente specializzati, come ad esempio la sterilizzazione delle sale operatorie. Per questo abbiamo organizzato lo scorso annoLife, evento poi confluito nel libro, che rappresenta il primo tavolo di confronto unitario del settore e l’inizio di una nuova immagine verso le istituzioni e l’opinione pubblica”.

In occasione della tavola rotonda organizzata per la presentazione del libro,  cui hanno partecipato oltre a Mattioli e Parisi anche anche il giornalista di Radio24 Sebastiano Barisoni, il ceo di Mirus Michele Russo, l’onorevole e Laura Ravetto, presidente della commissione Schengen, è stata quindi annunciata per il prossimo autunno l’edizione di Life 2016, “che rappresenta una ulteriore occasione per confrontarci e aprirci a nuove sfide” è la conclusione di Mattioli “come appunto quella della gestione dei Beni Culturali, tanto preziosa per la nostra Italia e la sua economia”.

A Laura Ravetto infine, il compito di spiegare come un settore ben organizzato e strutturato possa innescare la vera integrazione con le popolazioni immigrate. “La vera soluzione all’immigrazione è quella dei flussi regolamentati” ha spiegato l’onorevole “Ma perchè il meccanismo sia efficiente dobbiamo accelerare il processo delle commissioni per definire chi abbia davvero i requisiti per il diritto all’asilo e avviare tribunali speciali che si occupino dei tanti ricorsi che oggi intasano i tribunali, inceppando il meccanismo”. 

Questo, unito a politiche di sostegno alla famiglia, aprirà “il processo di integrazione e di convivenza, ma non alla sovrapposizione dei popoli”.
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